LXXXVI.

La prima fase d'una luna di miele.

Era stata davvero una triste cerimonia. Non mai festa di nozze aveva

contato tanti volti pallidi e tanti sorrisi di gelo.

Dopo il _sì_ fatale, i due nuovi sposi erano partiti, come si usa,

involandosi alle noiose e fredde congratulazioni degli amici di casa.

I viaggi di nozze amano il silenzio. Non chiedete agli sposi novelli

che si abbandonino spensierati al cicaleccio; essi hanno di solito

una gran folla d'idee da svolgere, cento sogni da vagheggiare, e

interrogazioni da muovere alla coscienza, e patti da stringere col

cuore, e propositi da ribadire e fors'anche vaghe paure da serenare.

Ma io dico che non fu mai viaggio di nozze così profondamente taciturno

come quello di Camilla e Riccardo.

Era la notte quando essi arrivarono a Venezia.

Camilla da qualche tempo aveva una gran voglia di rompere in lagrime;

ed appena fu all'albergo, si ritirò nella sua camera per piangere.

Riccardo rimase a divorarsi nel dispetto.

Tutte le forze che lo avevano trascinato riluttante a quell'estremo

passo, lo abbandonavano a un tratto; la coscienza, già battagliera e

tormentatrice, taceva; tutte le vipere dell'egoismo drizzavano ora il

capo a mordere il cuore codardo.

Non vi era più scampo; l'indissolubile patto era stretto per sempre.

Per sempre! In questo pensiero Riccardo smarriva la ragione; si

rivolgeva ciecamente alla Divinità, a Camilla, e fratel Biagio, e tutti

accusava della sua sorte. Ciò che prima non era se non penosissimo

dovere, ecco pigliava aspetto di sagrifizio eroico, a petto del quale

impallidiva ogni cosa, la memoria delle sue colpe, lo abbandono di

Bice, la seduzione, il tradimento, il rimorso, tutto. La morte di

fratel Biagio cessava di esercitare sulla sua mente quel fascino

temuto. Nessun fantasma sorgeva più a minacciare; egli era solo, solo

nella voragine che gli uomini, gli avvenimenti ed un destino sciocco e

crudele avevano scavato ai suoi piedi.

Passeggiò gran tempo per la camera. Verso la mezzanotte uscì; vagò a

caso per i viottoli tortuosi della città.

Venezia non dorme mai; si vedevano intorno le finestre illuminate, e si

udiva da lontano il canto dei gondolieri unito al lamento monotono ed

eguale dell'onda che si rompeva contro gli scogli.

Più tardi, costeggiando la riva oramai deserta degli _Schiavoni_,

Riccardo incontrò una coppia d'amanti che passeggiava guardinga; quella

vista crebbe l'amarezza del suo cuore; affrettò i passi e giunse alla

piazza di San Marco. Colà era ancora adunata molta gente; si parlava a

voce alta, si rideva.

«Tutta gente felice!» ripetè fra i denti il novello sposo, «tutta

gente che ama, gode di questa sera magnifica ed affretta col desiderio

l'alba di domani.... Ed io?... io ho seppellito la mia giovinezza. Io

ho avuto la mia parte, non mi spetta più nulla, nè speranze nè gioie. È

inaridita per me la sorgente del piacere.»

Riccardo continuò un pezzo a girellare di qua e di là, accostandosi

sbadatamente alla porta dell'albergo e scostandosene irresoluto.

Quando rientrò nelle sue camere, l'alba vi penetrava anch'essa. Il suo

partito era preso. Mosse deliberato verso lo stanzino di Camilla, ma si

arrestò sul limitare; appoggiò il capo all'uscio e stette in ascolto.

Non si udiva alcun rumore; forse la sua donna legittima dormiva. Come

svegliarla per dirle?...

Volle fuggire, ma s'indispettì della propria debolezza; si riaccostò

all'uscio, e vi picchiò colla nocca del dito.

Nessuno rispose.

Quel silenzio lo incoraggiò e battè più forte.

Nulla.

«Dorme,» pensò, e istintivamente si fece indietro sulla punta dei piedi.

Un'ora dopo tornò all'uscio, battè di nuovo, nulla! Allora fe' girare

lentamente la maniglia, aprì l'uscio e stette un istante immobile sul

limitare. La stanza era deserta; il letto intatto; sopra una scrivania,

accanto ad un lume spento, si vedeva una lettera al suo ricapito.

Senza dar tempo alla riflessione, Riccardo prese la lettera, ne ruppe i

suggelli, e lesse alcune pagine scritte con mano agitata...

Frutti proibiti · 第 97 / 108 题