La prima fase d'una luna di miele.
Era stata davvero una triste cerimonia. Non mai festa di nozze aveva
contato tanti volti pallidi e tanti sorrisi di gelo.
Dopo il _sì_ fatale, i due nuovi sposi erano partiti, come si usa,
involandosi alle noiose e fredde congratulazioni degli amici di casa.
I viaggi di nozze amano il silenzio. Non chiedete agli sposi novelli
che si abbandonino spensierati al cicaleccio; essi hanno di solito
una gran folla d'idee da svolgere, cento sogni da vagheggiare, e
interrogazioni da muovere alla coscienza, e patti da stringere col
cuore, e propositi da ribadire e fors'anche vaghe paure da serenare.
Ma io dico che non fu mai viaggio di nozze così profondamente taciturno
come quello di Camilla e Riccardo.
Era la notte quando essi arrivarono a Venezia.
Camilla da qualche tempo aveva una gran voglia di rompere in lagrime;
ed appena fu all'albergo, si ritirò nella sua camera per piangere.
Riccardo rimase a divorarsi nel dispetto.
Tutte le forze che lo avevano trascinato riluttante a quell'estremo
passo, lo abbandonavano a un tratto; la coscienza, già battagliera e
tormentatrice, taceva; tutte le vipere dell'egoismo drizzavano ora il
capo a mordere il cuore codardo.
Non vi era più scampo; l'indissolubile patto era stretto per sempre.
Per sempre! In questo pensiero Riccardo smarriva la ragione; si
rivolgeva ciecamente alla Divinità, a Camilla, e fratel Biagio, e tutti
accusava della sua sorte. Ciò che prima non era se non penosissimo
dovere, ecco pigliava aspetto di sagrifizio eroico, a petto del quale
impallidiva ogni cosa, la memoria delle sue colpe, lo abbandono di
Bice, la seduzione, il tradimento, il rimorso, tutto. La morte di
fratel Biagio cessava di esercitare sulla sua mente quel fascino
temuto. Nessun fantasma sorgeva più a minacciare; egli era solo, solo
nella voragine che gli uomini, gli avvenimenti ed un destino sciocco e
crudele avevano scavato ai suoi piedi.
Passeggiò gran tempo per la camera. Verso la mezzanotte uscì; vagò a
caso per i viottoli tortuosi della città.
Venezia non dorme mai; si vedevano intorno le finestre illuminate, e si
udiva da lontano il canto dei gondolieri unito al lamento monotono ed
eguale dell'onda che si rompeva contro gli scogli.
Più tardi, costeggiando la riva oramai deserta degli _Schiavoni_,
Riccardo incontrò una coppia d'amanti che passeggiava guardinga; quella
vista crebbe l'amarezza del suo cuore; affrettò i passi e giunse alla
piazza di San Marco. Colà era ancora adunata molta gente; si parlava a
voce alta, si rideva.
«Tutta gente felice!» ripetè fra i denti il novello sposo, «tutta
gente che ama, gode di questa sera magnifica ed affretta col desiderio
l'alba di domani.... Ed io?... io ho seppellito la mia giovinezza. Io
ho avuto la mia parte, non mi spetta più nulla, nè speranze nè gioie. È
inaridita per me la sorgente del piacere.»
Riccardo continuò un pezzo a girellare di qua e di là, accostandosi
sbadatamente alla porta dell'albergo e scostandosene irresoluto.
Quando rientrò nelle sue camere, l'alba vi penetrava anch'essa. Il suo
partito era preso. Mosse deliberato verso lo stanzino di Camilla, ma si
arrestò sul limitare; appoggiò il capo all'uscio e stette in ascolto.
Non si udiva alcun rumore; forse la sua donna legittima dormiva. Come
svegliarla per dirle?...
Volle fuggire, ma s'indispettì della propria debolezza; si riaccostò
all'uscio, e vi picchiò colla nocca del dito.
Nessuno rispose.
Quel silenzio lo incoraggiò e battè più forte.
Nulla.
«Dorme,» pensò, e istintivamente si fece indietro sulla punta dei piedi.
Un'ora dopo tornò all'uscio, battè di nuovo, nulla! Allora fe' girare
lentamente la maniglia, aprì l'uscio e stette un istante immobile sul
limitare. La stanza era deserta; il letto intatto; sopra una scrivania,
accanto ad un lume spento, si vedeva una lettera al suo ricapito.
Senza dar tempo alla riflessione, Riccardo prese la lettera, ne ruppe i
suggelli, e lesse alcune pagine scritte con mano agitata...