Camilla a Riccardo.
«Sei proprio tu che adoperi meco questo linguaggio? Oh se potessi
leggere nel mio cuore straziato!
«E sia: ho dei torti verso di te; ho attribuito ad indifferenza ciò
che fu opera di pietà e d'amore; ti ho calunniato, ti ho offeso; te ne
domando perdono. Vorrai serbarmi rancore per un sospetto che una sola
parola è bastata a dissipare?
«Io sono pure la sventurata donna! E dove troverò mai la pace che ho
distrutto con le mie mani?
«Te pure, non è vero?... oh! sì, te pure, ne ho la certezza, travaglia
questo spietato rimorso...
«Interrogo il cielo, e ricerco col pensiero il filo che ha guidato fino
ad oggi la mia povera vita; quale abisso pauroso, quale inesplorato
mistero! Io mi vedo gioco d'una fatalità che non ha ancora cessato di
tener l'occhio sopra di me; il passato e l'avvenire mi sbigottiscono
del pari. Due voragini si aprono al mio pensiero: l'una mi strazia col
peso delle memorie, l'altra con le vaghe minaccie dell'ignoto.
«Di chi la colpa?... Mia, non lo dissimulo. Non cerco neppure di
attenuarla ai miei occhi; io sono colpevole; colpevole senza scusa,
colpevole d'un fallo che non merita pietà.
«No, quell'uomo generoso non doveva essere pagato da me col tradimento;
nè da te, Riccardo.
«Se sapessi quali sogni spaventosi scendono alla notte sul mio
guanciale, se ti potessi dire quante paure mi assalgono, quanti
affannosi presentimenti mi conturbano! Io sono debole, io sono
meschina; le tenebre pesano sul mio spirito, e il rimorso pesa
sull'anima mia.
«Che mi rimane ora? Se il tuo amore mi venisse a mancare, sarebbe
spenta la sola luce che brilli ancora nell'universo per me.
«Pietà, Riccardo, pietà d'una sciagurata che t'ama, che non sa, nè può
vivere senza di te.»