Soliloquio.
Tutto quel giorno Riccardo fu in preda ad una angoscia indicibile.
Un'immagine insistente, tormentosa, gli fu sempre nel pensiero: la
morte di fratel Biagio.
Questo avvenimento inatteso, imprevedibile, pigliava in quell'occasione
un aspetto sciagurato. Riccardo ne era come atterrito; ne rifuggiva, ma
invano; la sua mente vi era trattenuta come da un fascino.
Le sue colpe, di cui non sapeva più celare a sè stesso la gravezza,
s'ingrandivano spaventosamente sotto il martello del rimorso.
Quali erano stati gl'intendimenti segreti della sorte nel volere che
la morte di quell'uomo onesto avvenisse appunto allora che una mano
profanatrice gli aveva rapito i suoi affetti? Riccardo non poteva
dubitarne: salvare il marito da una vergogna, condannare gli adulteri
ad un perpetuo rimorso.
Poteva anche darsi che la Provvidenza — ve n'ha una anche per gli amori
— avesse voluto venire in aiuto dei due amanti togliendo di mezzo un
ostacolo che sbigottiva i loro cuori scrupolosi. In avvenire nulla più
doveva trattenerli dal bevere avidamente all'immensa coppa del piacere.
In fatti, morto fratel Biagio, il loro amore diventava legittimo; e il
cielo è amico degli amori legittimi.
Ma da qualche tempo un altro pensiero, rompendo la turba dei suoi
compagni, gli si presentava insistente, ritornando ad ogni tratto come
un importuno.
All'ultimo Riccardo, vedendo che quel pensiero era inesorabile come un
esattore e domandava ad ogni costo la sua porzione di raziocinio, se ne
volle sbrigare e avventurò la sua povera testa nel labirinto. Tremendo
labirinto quello del _matrimonio_!
«Amore legittimo! pensò Riccardo, quale strano abuso di parole! Forse
che l'impunità e la sicurezza rendono virtuosa la colpa?... O non la
fanno invece più bassa e più vile? _Legittimare!_ la tresca non si
legittima mai, non si legittima l'adulterio, se non...»
Non poteva dare indietro: «se non... col matrimonio! Il matrimonio!..
E se fosse questo?...» Sicuro; e come non vi aveva pensato prima? Era
questo per l'appunto: ecco le fila del destino si raccoglievano, si
indovinava la tela.
«Sposare Camilla!» Un tempo aveva pure avuto la follia di credere che
ciò lo avrebbe fatto felice... ma ora! Sposare Camilla! Avvelenare una
tazza colma di dolcezze; rinunziare all'amore, alle speranze, alle
memorie; fare il cammino della noia con lo stesso compagno con cui
aveva fatto il cammino della frenesia e dei tripudio; mettere il codice
al posto del cuore, la sazietà invece del desiderio!...
Il matrimonio! bastava la parola ad apprendere a Riccardo tutti gli
orrori dell'idea; alla guisa di quelle voragini che impauriscono meno
perchè non se ne scorge il fondo, ma di cui un sassolino gettato come
scandaglio rivela la spaventosa profondità.
«Triste baratto, in fede mia!» conchiuse Riccardo fra sè e sè.
«Uno scompiglio, una rovina, un suicidio!» soggiunse il suo demonio.
Allora gli passarono in mente, come pagine sfogliate da mano ignota,
tutti i sogni della sua infanzia, i disegni audaci, le lusinghe
carezzevoli, le febbri di vent'anni, tutte le seduzioni della sua bella
vita di scapolo. Infine egli non aveva se non venticinque anni, e il
mondo era popolato di belle donne!
A venticinque anni invilupparsi eternamente nei nodi indissolubili
delle nozze legittime; rinunziare a tutti quanti gli amori, guardarsi
in uno specchio e dire a sè stesso che tutto è finito, che egli non
formerà più lo spasimo di alcuna donna, che i suoi compagni se lo
additeranno l'un l'altro come un oggetto curioso, che gli toccherà
farsi grave e curare le faccende di casa, e misurare l'entrata
coll'uscita, e pensare al risparmio ed alla figliolanza...
Ma non amava egli Camilla?
Se l'amava! perchè l'amava troppo non la poteva sposare! Doveva egli
uccidere l'amante per farne una moglie?...
Riccardo ebbe la febbre e dormì sonni agitati. L'alba gli suggerì nuove
argomentazioni.
«Vediamo, disse riordinando le idee, è impossibile che la sorte abbia
giuocato questo brutto tiro a fratel Biagio solo per avere il pretesto
di mandarlo all'altro mondo; ma è pure impossibile che l'abbia mandato
al mondo di là solo per togliere di mezzo un impedimento alle giuste
nozze. La sorte, io penso, non deve frugare molto nei codici. E poi
nel caso nostro il matrimonio sarebbe un'irriverenza, un insulto, uno
sfregio codardo alla santa memoria dell'onesto van Leven. Possiamo
noi edificare il nostro tetto nuziale sopra la tomba dell'uomo che
fu offeso dal nostro amore? profanare oggi la sua memoria dopo aver
profanata la sua casa?
«Si ripara la colpa! Menzogna! Non si ripara nulla! È egoismo,
niente più, è volersi sottrarre al peso del rimorso, è voler rimanere
impenitenti, non voler pagare neppure questo tributo a quel povero
signor Biagio.»
Riccardo non aveva ancora esaurito la limpida vena dei suoi
ragionamenti, quando udì picchiare all'uscio d'ingresso.
Balzò di letto, si avviluppò in furia nella veste da camera, e venne ad
aprire.
Il portinaio recava _una lettera pel signor Riccardo_.
Siccome le mattine incominciavano a farsi fredde, l'innamorato non
s'arrestò sul limitare, ma, presa la lettera senza quasi badarvi, corse
a ricacciarsi in letto.
Com'ebbe tirate le coltri fin sotto il mento, fece atto di lacerare
il suggello della lettera, ma s'arrestò e volse prima l'occhio alla
soprascritta.
«Questi caratteri mi pare di conoscerli!» balbettò, e corse coll'occhio
al bollo postale, e lesse a voce alta: «Amsterdam.»
«Amsterdam! Amsterdam, ripeteva tra i denti; intanto colle mani
tremanti ruppe il suggello e cercò la sottoscrizione...
«Giusti cieli! esclamò facendosi più pallido del suo lenzuolo: _Biagio
van Leven!_
Da quando in qua i morti scrivono? E se fratel Biagio non fosse morto?
Ben è vero che poteva aver scritto prima di morire... Ma in tal caso
perchè questa lettera gli veniva per posta? Non era più naturale
affidarla al signor Pool?... Che cosa mai poteva scrivergli? E perchè
una lettera? Non bastava un messaggio a voce?
Per uscire da questo ginepraio il miglior partito era leggere la
lettera.