II.

Camilla a Riccardo.

Milano....

«È trascorso un anno dall'ultima mia lettera; or eccomi un'altra volta

a voi per lo stesso fine — mi risponderete voi un'altra volta con un

rifiuto?

«Spero di no. Il cuore ha i suoi diritti, ma il tempo ne ha di più

imperiosi, e gli uomini si affaticano invano a lottare col tempo. Esso

è un esattore inesorabile a cui dobbiamo pagare ogni giorno il nostro

tributo di oblío.

«Ho aspettato un anno — ho aspettato abbastanza? Se nel rispondere ai

miei timori interrogo la legge fatale che misura gli affetti, io dico:

«sissignore.» A quest'ora voi dovete avermi dimenticata. Vorrei parlare

un linguaggio più sicuro, e dire: «a quest'ora mi avete dimenticata;»

ma sa Dio quale battesimo dareste a questa nuova scabrosità dei mio

spirito.

«A ogni modo, quando anche il vostro cuore avesse durato fino a oggi

nella sua prima baldanza, ho fede che voi appaghereste ugualmente la

mia domanda legittima. Per poco che vi soffermiate a guardare nelle

pagine del vostro libro segreto, quelle pagine dove tacciono soffocate

le scintille degli incendi futuri, dove il desiderio ha rannicchiato

i suoi germi fecondi, comprenderete voi pure non dirò la vanità della

vostra lotta per arrestare un fantasma, ma il danno incalcolabile che

ve ne proviene.

«Lasciate che vi parli francamente; l'eco di quella intimità, che un

giorno corse fra di noi, me ne dà diritto; più ancora me ne dà diritto

il mio nuovo stato di donna, poichè dovete sapere che se alla vostra

età non sì è ancora _uomo_, alla mia si è _donna_. Il nuovo stato mi

ha costretto a vivere in un anno quello che non avevo vissuto in venti;

oggi ho la mia brava messe d'esperienza, e in certi sciagurati fardelli

del cuore posso vederci meglio di voi, perchè me li sono tolti dalle

spalle.

«Or fa un anno, quando io vi scrissi e voi mi rispondeste quelle parole

solenni: «impossibile impossibile!» potevo forse compiangervi; oggi non

saprei che riderne.

«Parliamoci dunque schietti. Qual è poi questo passato di cui tenete

così care le memorie? Quattro anni or sono (badate sono proprio quattro

anni) mi vedete, vi vedo, vi piaccio e mi piacete; io diciassette

anni, voi ventuno; più fanciullo voi di me, ma fanciulli entrambi.

Mi scrivete, vi rispondo, mi confessate il vostro amore e vi confesso

il mio amore. Eccoci cacciati nel labirinto; eccoci in viaggio verso

una méta. Quale? Il matrimonio? La colpa? Nè l'uno nè l'altra, per

buona sorte. Noi viaggiavamo ignari verso l'esaurimento; quando tutto

ciò che traboccava dal vostro cuore e dal mio fosse stato asciugato

dal fuoco dell'amore, ci saremmo arrestati, ci saremmo detti «addio,»

confortandoci a vicenda come due viaggiatori cortesi.

«Così doveva essere, così fu. Svampata la prima ardenza, i focolari

furono presto due mucchi di cenere. Vi divenni e mi diveniste

indifferente; smaniai in segreto di questa _vicenda fatale_, e lessi le

segrete smanie del vostro cuore; m'affannai da stolta a ricolorire la

tela delle nostre illusioni, e voi pure. Era sonata l'ora di separarci,

e fui la prima a darvi l'addio.... per non essere l'ultima. Vanità di

donna.

«Convenite che foste giuoco d'una meschina illusione. Ferito nell'amor

proprio — e senza ombra di ragione, perchè a uno dei due questa parte

doveva toccare — vi credeste ferito nel cuore; l'orgoglio offeso prese

aspetto d'amore, e sentiste riardere, o credeste di sentire, ciò che da

gran tempo non dava più nè luce nè calore.

«Arroventaste con le vostre mani il ferro di tortura e mi pigliaste

un'aria inconsolabile che vi stava a meraviglia. Non me ne dolgo. Se

ciò ha potuto risparmiare la vostra fede, se ciò ha potuto serbarvi una

sola delle vostre illusioni, tanto meglio per voi.

«Passarono due anni; un uomo onesto mi offrì la sua mano; non era che

un uomo onesto — poca cosa veramente per un innamorato, ma abbastanza

per un marito — lo sposai. Vi scrissi ridomandandovi le inutili

testimonianze dei nostri amori fanciulleschi. Parevami che il nuovo

stato in cui io stava per entrare mi comandasse di svincolarmi affatto

dal passato, di distruggere tutto ciò che nel mio cuore potesse

rammentare una debolezza, per rinvigorirmi a una religione che io

incominciava a sentire con una certa serietà — la famiglia.

«Rifiutaste di aderire alla mia preghiera.

«— Era la sola cosa che vi rimanesse, il culto delle vostre memorie;

non volevate far muto ogni eco del passato, infrangere l'ultima corda

d'un'arpa spezzata.» — Tale e quale.

«Per non addossarmi questo enorme carico desistei; pensavo: «il tempo

mi farà giustizia.»

«Mi sono io ingannato? Non lo temo. La fedeltà, di cui vi faceste

schermo una volta, è cosa che non è in noi, ma fuori di noi; le

occasioni, il tempo, cento nonnulla di cui non sappiamo tener conto,

possono sovr'essa più della nostra volontà. Si è fedeli contro il

nostro proposito, spesso a nostro dispetto; si è infedeli del pari.

Tutto ciò che in noi vive deve morire, ecco il segreto della sciagura

umana. La morte non ci troverà più costanti; qualche sospiro, qualche

rimpianto, qualche rammarico vano, qualche tardo pentimento, e poi più

nulla. Un'immensa onda d'oblio lava le memorie delle tombe. Il nostro

passato è anch'esso un sepolcro; credetelo, voi foste fedele assai più

del necessario allo scheletro del nostro amore.

«Un'ultima parola — e questa non più all'amatore, ma all'uomo:

— esaminate per poco i doveri del mio stato e misurateli con le

compiacenze del vostro — il confronto vi dia la norma del vostro

contegno.»

_P. S._ «Avrò il silenzio per un rifiuto: scrivendomi, fatelo al solito

ricapito.»

Frutti proibiti · 第 11 / 108 题