CAPITOLO III.

L'autore è domandato alla corte. — La regina lo compra dal suo

padrone, il fittaiuolo, e lo presenta al re. — Sue dispute co'

primi sapienti addetti al servizio di sua maestà imperiale.

— Viene fabbricato in corte un appartamento a posta per lui.

— Salisce in gran favore presso la regina. — Se la prende per

l'onore della sua patria. — Sue querele col nano della regina.

Le continue fatiche alle quali io soggiaceva ogni giorno, produssero

in poche settimane un cangiamento notabile nello stato di mia salute;

più guadagni faceva per merito mio il mio padrone, più insaziabile

diveniva, per lo che io avea già perduto affatto il mio appetito, ed

era divenuto un vero scheletro. Il fittaiuolo fece attenzione a ciò,

e concludendone che avrei tardato poco a morire, decise far di me

quel men tristo mercato che gli sarebbe riuscito. Mentre egli stava

ragionando così fra sè stesso, arrivò un sardral (un gentiluomo di

camera) spedito dalla corte per ordinare allo stesso mio padrone che

mi portasse al palazzo reale per dar divertimento alla regina ed alle

sue dame. Alcune di queste mi aveano già veduto, e furono desse che

per tutta la corte divulgavano miracoli su la mia bellezza, sul mio

bel portamento e giudizio. La regina infatti ed i suoi cortigiani

rimasero soddisfatti oltre ogni dire del mio contegno. Lasciatomi

cader ginocchione chiesi supplichevolmente l'onore di baciare il regal

piede; ma la graziosa sovrana, appena fui posto sopra una tavola, stese

verso di me il suo dito mignolo che abbracciai con entrambe le mani

avvicinandone rispettosissimamente la punta al mio labbro. Ella mi fece

alcune generali interrogazioni su i miei viaggi ed il mio paese, alle

quali risposi con quanta chiarezza e concisione potei. Mi domandò se

mi piacerebbe vivere alla corte. Curvatomi fino all'orlo della tavola,

risposi umilmente che io era schiavo del mio padrone; ma che se avessi

avuto il libero arbitrio di disporre di me medesimo, sarei andato

superbo di poter consacrare la mia vita al servigio di sua maestà. Ella

si volse allora al mio padrone chiedendogli se avrebbe avuto difficoltà

di vendermi a lei.

Il fittaiuolo, che già non mi dava più d'un mese di vita, non cercava

meglio, come potete credere, del disfarsi di me, e domandò mille pezze

d'oro che fu ordinato gli venissero sborsate nell'atto. Ognuna di

quelle pezze corrispondeva in grossezza ad ottocento portoghesi d'oro;

pure, ove si abbia riguardo alle proporzioni di tutte le cose tra que'

paesi e l'Europa, ed al titolo dell'oro che era altissimo in quella

contrada, si troverà che la somma pagata al fittaiuolo veniva a star

con fatica al ragguaglio di mille ghinee. Allora dissi alla regina, che

fregiato d'indi in poi dell'onore di essere umilissimo servo e vassallo

di sua maestà, io mi faceva coraggio a supplicarla umilmente di una

grazia, ed era di volere ammettere al suo reale servizio, permettendole

continuar meco nelle sue funzioni di aia e maestra, la Glumdalclitch

che mi avea sempre assistito con tanta cura, affezione ed intelligenza.

Sua maestà condiscese alla mia supplica, e facilmente ne riportò il

consenso del fittaiuolo, cui non parea vero d'aver collocata la sua

prediletta figlia alla corte, e quella stessa povera giovinetta celò a

stento la consolazione che n'ebbe. Dopo ciò, il mio antico padrone si

tolse di lì salutandomi e manifestando la sua compiacenza al lasciarmi

ben collocato. Non gli risposi una parola e mi limitai a fargli una

lieve inclinazione di capo.

Tal freddezza del mio contegno non isfuggì alla regina, la quale

aspettò che il fittaiuolo fosse fuori della stanza per domandarmene il

motivo. Io mi presi la libertà di rispondere a sua maestà: non aver io

altre obbligazioni verso il mio primo padrone fuor quella di non avere

schiacciato il cranio ad una povera creatura inerme trovata a caso

ne' suoi poderi; questa obbligazione per altro essere stata saldata

con usura dal guadagno da lui fatto nel mostrarmi attorno per tutto

il regno, oltre al prezzo che avea conseguito ultimamente vendendomi:

aver io menata, finchè son rimasto con lui, una vita sì affaticata che

avrebbe bastato ad ammazzare un animale dieci volte più gagliardo di

me: essere stata grandemente danneggiata la mia salute dall'umiliante

fatica di dare spasso ad ogni razza di ciurmaglia a tutte l'ore del

giorno. Non mancai dì far notare a sua maestà che, se colui non avesse

creduta la mia vita in pericolo, ella non m'avrebbe acquistato a sì

buon mercato. «Ma ora, soggiunsi, che son fuori della paura di mali

trattamenti sotto la protezione di una sì grande e buona sovrana,

ornamento della natura, gioia del mondo, delizia de' suoi sudditi,

fenice della creazione, spero che le sinistre previdenze concepite

su la mia vita dal mio venditore appariranno prive di fondamento,

perchè io sento a quest'ora rivivere i miei spiriti sotto l'influsso

dell'augusta presenza di vostra maestà.»

Fu questa la conclusione del mio discorso profferito nella totalità

con molte improprietà di lingua ed esitazioni; l'ultimo brano, che era

il meglio della mia aringa e tutto intessuto secondo il formolario

di quella nazione, fu da me accozzato insieme dietro alcune frasi

insegnatemi lungo la strada dalla Glumdalclitch quando mi portava alla

corte.

La regina nel dovere dar passata ad alcune sgramaticature della mia

orazione, non potè nondimeno starsi dall'ammirare tanto ingegno e retto

sentire in un sì piccolo animaletto. Presomi in mano, mi portò al re

che stava allora ritirato nel suo gabinetto. Era questi un sovrano

d'aspetto assai grave e severo. Senza prendersi molto fastidio di

esaminare le mie forme, che nemmeno non si poteano molto distintamente

discernere, perchè la regina mi teneva boccone nella sua mano, le

domandò freddamente da quando in qua le fosse nata questa tenerezza per

gli _splack-nock_, chè per uno di tali animali ei mi prese.

La regina, che possedeva altrettanta dose d'ingegno quanta di buon

umore, mi pose in piedi su la tavola ove stava scrivendo il marito,

e mi comandò di dar conto della mia storia a sua maestà, il che

feci assai laconicamente; ma la Glumdalclitch postasi all'uscio del

gabinetto, siccome mal paziente d'avermi fuor di vista, venne ammessa,

e continuò la narrazione di quanto mi era accaduto da che capitai nella

casa del padre suo.

Il re, se bene sia istrutto quant'altri possano esserlo nel suo reame,

ed abbia ricevuta nella prima sua gioventù un'educazione che lo fa

peritissimo nella filosofia, e soprattutto nelle matematiche, pure

dall'esatto esame delle mie forme e dal vedermi camminare naturalmente

su le mie due gambe, prima di avermi udito parlare, congetturò

unicamente ch'io fossi una macchinetta a suste fabbricata da qualche

artefice di genio trascendente, chè, per rendere giustizia alla

verità, di tali artefici quella monarchia non difetta. Ma poichè ebbe

udita la mia voce e si fu avveduto che le cose da me dette avevano

una connessione logica fra loro, non seppe nascondere il suo stupore.

Per altro non lo persuadea niente il modo ond'io raccontava d'essere

venuto nel suo regno, e si diede piuttosto a credere che questa fosse

una filastrocca concertata tra la Glumdalclitch e suo padre, di cui,

come ad un pappagallo, mi avessero insegnato a ripetere le parole

per meglio vendere la lor mercanzia. A fine di verificare tal sua

congettura mi fece diverse altre interrogazioni; ma sempre ricevea

risposte ragionevoli, alle quali non poteva apporsi altro difetto

fuor dell'accento straniero, o d'alcune grossolane frasi ch'io aveva

imparate nella casa del fittaiuolo, e che mal si confacevano col terso

stile di una corte.

Sua maestà mandò per tre de' suoi dotti che erano di servigio (secondo

l'uso del paese) in quella settimana. Que' signori, dopo avere

esaminate le mie forme per qualche tempo, furono di diversi pareri

circa al modo di classificarmi. Tutti s'accordavano nel dire ch'io

non poteva essere stato prodotto in conformità delle regolari leggi

della natura, non essendo io fabbricato con una capacità di salvar la

mia vita, sia con la mia snellezza, sia aggrappandomi agli alberi, o

scavando buche sotterra. Dai miei denti che esaminarono scrupolosamente

dedussero essere io un animale carnivoro; ma non potendo eglino pormi

a confronto nè co' quadrupedi che s'inerpicano, nè co' topi la cui

abilità sta nel rodere, nè con altri animali che s'aiutano con la loro

agilità, non sapevano come io facessi a sostentarmi, quando mai non

mi fossi pasciuto di lumache o d'altri insetti, il che provavano con

dottissimi argomenti essere d'impossibile esecuzione per me.[21] Uno

di questi saggi parve d'avviso ch'io fossi un embrione o un aborto. Ma

tale opinione venne respinta dagli altri due che osservarono come le

mie membra fossero perfette e compiutamente proporzionate, oltrechè,

io vivea già da parecchi anni, cosa provata agli occhi loro dalla mia

barba di cui scoprivano le radici con l'aiuto di microscopi. Non mi

metteano nemmeno fra i nani per la sola ragione che la mia piccolezza

era al di là di tutti i gradi di confronto, e perchè il nano favorito

della regina, il più piccolo uomo che si fosse mai conosciuto in

quel reame, era quasi alto trenta piedi. Dopo molte discussioni

conclusero ad unanimità essere io unicamente un _relplum scalcath_ che

corrispondeva in quella lingua all'espressione latina _lusus naturæ_;

determinazione propriamente aggiustata alla filosofia europea del 1727,

i cui professori, schifi dell'antico rifugio delle cause occulte, la

cui mercè i seguaci d'Aristotele si sforzavano invano di palliare la

loro ignoranza, hanno inventata quest'ammirabile soluzione di tutte le

difficoltà a vantaggio ineffabile dei progressi dell'umano intelletto.

Dopo una sì magistrale conclusione li pregai lasciarmi dire una o due

parole. Poi voltomi principalmente al re, assicurai sua maestà che

io veniva d'un paese ove abbondavano a milioni creature d'entrambi i

sessi di statura uguale alla mia; ove gli animali, gli alberi e le case

erano tutti in proporzione con que' milioni di creature, ed ove per

conseguenza io era abile a difendermi ed a trovare di che sostentarmi

quanto il potessero essere quivi i sudditi di sua maestà, con che

mi pareva aver assai adeguatamente risposto agli argomenti di que'

galantuomini. Ma i tre dotti con un ghigno di sprezzo mi dissero che

il fittaiuolo mi aveva insegnato a dir bene la mia lezione. Il re per

altro, dotato di molto migliore discernimento, licenziò i tre dottori,

e mandò pel fittaiuolo che fortunatamente non era ancora partito dalla

città. Primieramente sua maestà lo esaminò ella stessa in disparte,

indi postolo a confronto con me e con la giovinetta, cominciò a credere

che quanto entrambi le avevamo raccontato potesse essere vero.

Il monarca pregò pertanto la regina ad ordinare che si avesse una

cura speciale della mia persona, e fu d'avviso che la Glumdalclitch

continuasse tuttavia nell'antico ufizio d'assistermi, poichè notò

che avevamo una grande affezione l'uno per l'altro. Assegnatole un

conveniente appartamento in corte, ella ebbe in oltre una specie di

governante incaricata di prendersi pensiere della sua educazione, una

cameriera per vestirla e due fantesche pei più triviali servigi. Quanto

a me poi, la regina ordinò al suo architetto aulico di fabbricarmi

una cassetta che mi servisse di camera da letto secondo il disegno

che gliene darebbe la Glumdalclitch, e tale che fosse in oltre di mio

aggradimento. Questo architetto, uomo fornito di grande ingegno, arrivò

con la mia direzione a finire in tre settimane una camera di legno per

mio uso, larga sedici piedi quadrati, alta dodici, con due finestre e

le loro gelosie fatte a saracinesca, un uscio e due gabinetti, come le

stanze da letto di Londra.

Le piane che formavano il cielo della camera, erano disposte in modo

da potersi aprire e chiudere onde far entrare dal disopra della stanza

stessa il mio letto, che fu prontamente fornito dal tappezziere di sua

maestà. Un artefice famoso per certi piccoli dilicati lavori si prese

l'assunto di fabbricarmi due scranne con fusto e spalle di una sostanza

non dissimile dall'avorio, due tavole ed un armadio per riporvi le cose

mie. La stanza avea le pareti, il cielo, il pavimento riparati da una

imbottitura per andar contro ad ogni incidente derivato da poca cura di

chi la portava attorno quando io vi era dentro e per evitarmi scosse

troppo violenti allorchè io veniva condotto entr'essa in carrozza.

Domandai una serratura pel mio uscio, onde impedire che v'entrassero

sorci o topi. Il fabbro ferraio, dopo molti esperimenti, arrivò a

farne una che fu la più piccola di quante si fossero mai vedute dianzi

fra loro; dico _fra loro_, perchè io mi ricordava d'averne veduta una

di maggior mole alla porta di strada della casa d'un nobile inglese.

M'ingegnai custodirne la chiave nelle mie scarselle per paura che

la Glumdalclitch me la smarrisse. La regina avendo in oltre ordinato

l'acquisto di panni possibilmente i più fini per farmi dei vestiti,

si riuscì trovarne di quelli che non erano molto più fitti dei nostri

panni da letto; cosa veramente un pochino incomoda finchè non mi ci fui

assuefatto. La forma di que' vestiti, piuttosto grave, s'adattava alla

moda del paese, che aveva un po' del persiano, un po' del chinese, e

facevano una figura assai decente alla vista.

La regina s'invaghì tanto della mia compagnia che non potea desinare

senza di me. Io aveva un tavolino fattomi fare a posta che stava su

la tavola ove sua maestà pranzava e che le veniva giusto al gomito:

la mia scrannetta era proporzionata al tavolino. La Glumdalclitch

avea sul pavimento della sala uno sgabello su cui stando in piedi,

si trovava a livello del mio tavolino. Mi era stato espressamente

assegnato un servigio di piatti e piattini d'argento, i quali, in

proporzione di quelli della regina, poteano paragonarsi alle masserizie

domestiche d'una fantoccia che si vedono a Londra nelle botteghe di

fanciulleschi balocchi. Con la regina non pranzavano altri che le

principessine reali, la maggiore di sedici anni e la minore di tredici

ed un mese. Sua maestà soleva mettere sopra uno de' miei piattelli un

morsello delle sue proprie pietanze, ch'io poi mi trinciava da me, e si

divertiva a considerare quella mia mensa in miniatura, perchè quanto a

lei (e notate che non era una donna di grande appetito) si mangiava in

un boccone quanto sarebbe stato una pietanza sufficiente per la tavola

di una dozzina di fittaiuoli dell'Inghilterra, la qual vista, se ho

a dirvi la verità, mi mettea non poco fastidio. Essa masticava ossa e

tutto d'un'ala di lodola grossa quanto un'intera grassa gallinaccia, ed

i suoi bocconcini di pane equivalevano a due nostre pagnotte da dodici

soldi l'una. Entro una tazza d'oro ella si bevea quasi una delle nostre

ordinarie botti in una sorsata. Le sole lame de' suoi coltelli erano

due volte della lunghezza di una scimitarra, i cucchiai, le forchette

e gli altri attrezzi seguivano la medesima proporzione. Mi ricordo che

una volta la Glumdalclitch mi portò a vedere altre tavole di corte

imbandite, e questi enormi coltelli e forchette stavano in piedi a

dozzine disposti in fasci piramidali come i moschetti de' soldati

ne' nostri campi di guerra, nè credo aver mai veduto cosa di più

formidabile aspetto.

Tutti i mercoledì (che, come ho notato, teneano vece di domenica

in quei paesi) era di stile che il re, la regina ed i loro figli

d'entrambi i sessi facessero una tavola sola nell'appartamento

del sovrano, al quale io era divenuto grandemente accetto. In tali

occasioni la mia scrannetta e la mia tavolina venivano collocate a

sinistra del re, rimpetto ad una saliera. Quel monarca si dilettava

assai conversando meco ed interrogandomi su le usanze, la religione,

le leggi, il governo, lo stato delle cognizioni in Europa, intorno a

che lo informai il meglio che seppi. Il suo intendimento era sì chiaro

e i suoi giudizi sì esatti che a quanto io gli andava raccontando

intromettea sempre osservazioni le più sensate. Per parte mia, confesso

che fui un poco prolisso nel parlargli del mio amato paese, del nostro

commercio e delle nostre guerre terrestri e marittime, dei nostri

scismi religiosi e delle nostre fazioni politiche. In quel momento i

pregiudizi della sua educazione prevalsero tanto in lui che non potè

starsi dal prendermi su con la sua mano destra, dal farmi una carezza,

gentile se vogliamo, con la sinistra e dal chiedermi dando in una

potentissima risata: _E voi siete wigh o tory?_ Indi, voltatosi al

primo ministro, che stava di servigio dietro a lui con la sua bacchetta

bianca (alta quanto fra noi l'albero maestro del nostro bastimento il

_Reale Sovrano_), gli disse:

«Guardate che cosa da poco è l'umana grandezza se viene posta in azione

mimica da questi insetti (e l'insetto, di cui parlava il re, era io).

Scommetto io che hanno anch'essi i loro titoli, le loro distinzioni

d'onore; che si fabbricano anch'essi i loro piccoli alveari e tane,

e che li chiamano città e case; che sfoggiano anch'essi in abiti e

carrozze; che amano, che combattono, che disputano, che gabbano, che

tradiscono».

E continuava su questo registro, ch'io veniva di tutti i colori, sì

forte era la mia indegnazione all'udire trattata con tanto sprezzo la

nostra nobile contrada, la maestra dell'arti e dell'armi, il flagello

della Francia[22], l'arbitra dell'Europa, la sede della virtù, della

pietà, dell'onore e del vero, il vanto e l'invidia del mondo.

Ma come io non mi trovava in tali circostanze da potermi risentire

delle ingiurie, così dopo averci meditato sopra maturamente cominciai

a dubitare se vi fosse il _casus belli_ sì o no. Perchè avendo io

presa da più mesi l'abitudine di veder quella gente e di conversar

seco, ed avendo osservato che tutti gli oggetti cui volgessi gli occhi

erano d'una grandezza proporzionata con essa, la prima straordinaria

impressione prodotta in me dal loro aspetto e dalla loro mole era

tanto svanita che, se allora avessi veduta una brigata di lórdi

e miledi dell'Inghilterra, vestiti ne' lor più fini abiti da gala

od intenti a farsi inchini e complimenti a vicenda, a paoneggiarsi

ed intertenersi in cortigianesco cicaleccio, mi sarebbe venuta una

fortissima tentazione di ridermi di loro come il re ed i suoi grandi

facevano meco. Nè da vero io poteva rattenermi dal ridere di me stesso

tutte quelle volte che la regina, prendendomi su la sua mano destra,

mi poneva davanti ad uno specchio, onde io vedeva in pieno prospetto

dinanzi a me entrambe le nostre persone. V'assicuro che non si poteva

immaginare cosa più ridicola di questo confronto; ne fui sì colpito che

finalmente cominciai ad immaginarmi d'esser calato molti gradi al di

sotto delle mie proporzioni reali.

Non v'era cosa che mi desse tanto cruccio e mortificazione quanto il

nano della regina. Essendo costui della più bassa statura che si fosse

mai data in quel paese (vi ho già detto che non arrivava ai trenta

piedi) al vedermi anche più basso di lui, divenne sì impertinente che

sempre mi guardava in cagnesco e con fare di scherno quando mi passava

vicino nell'anticamera della regina, e se mi trovava sopra un tavolino

in atto di parlare con qualche gentiluomo o dama di corte, rare volte

mi risparmiava una o due parole frizzanti su la mia picciolezza; nè io

mi potea vendicare altrimenti che chiamandolo _fratello_ e sfidandolo

ad un confronto di proporzione, e simili altre botte e risposte come si

usa fra i paggi delle corti. Un giorno il malvagio orsachiotto fu sì

punto da non so qual cosa gli avessi detta, che montato su la spalla

della seggiola a bracciuoli di sua maestà, mi acchiappò per traverso,

mentre io me ne stava seduto senza pensare a disgrazie, e levatomi in

aria, mi lasciò cadere entro un gran bacino d'argento colmo raso di

fior di latte, poi se la svignò più presto che potè. Ci caddi dentro

che il latte mi veniva al di sopra delle orecchie, e se non fossi stato

un abile nuotatore, l'avrei finita male, perchè si dava in quel momento

che la Glumdalclitch si trovasse all'altro angolo della stanza, e la

regina ebbe sì maladetta paura che non ebbe nemmeno tanta prontezza

di spirito quanta ce ne volea per venirmi in aiuto. Ma la mia piccola

balia accorse tosto, e mi cavò dalla vasca dopo aver io inghiottito

qualche boccale di latte. Mi posero tosto in letto; pure non sofersi

altro danno fuor della perdita de' vestiti ch'io aveva in dosso, e

che rimasero affatto rovinati. Il nano venne frustato a dovere, e per

giunta di pena, costretto a bersi tutto il latte contenuto nel bacino

ove m'aveva immerso; nè d'allora in poi tornò mai più in grazia; perchè

poco appresso la regina lo regalò ad una gran dama, nè lo vidi più;

e ne ringrazio sempre Iddio; perchè non si può dire a quale estremità

quel mostricciuolo avrebbe spinto il suo rancore contro di me.

Già anche prima mi avea fatto un tiro da briccone che, per dir la

verità, fece ridere la regina, ancorchè nel tempo stesso ne fosse

travagliata e volesse scacciare quel mariuolo dal suo servigio, come

faceva, s'io non avessi avuta la generosità d'intercedergli grazia.

Sua maestà si era preso nel suo tondo un osso abbondante di midolla,

e votatolo di questa, rimise l'osso diritto sul tondo come stava

prima. Il nano colse il momento che la Glumdalclitch si era portata

alla credenza, poi montato su lo sgabello ov'ella stava in piedi per

prendersi cura di me durante il pranzo, mi pigliò su con tutt'a due le

mani, e strignendomi insieme le gambe, le fece andar dentro nell'osso

vuoto di midolla, il cui orlo m'arrivava alla cintura, onde rimasi

conficcato lì per qualche tempo, che facevo la più ridicola figura del

mondo. Credo che passasse ben un minuto prima che gli altri sapessero

che cosa fosse divenuto di me, perchè io aveva vergogna a gridare.

Fortunatamente i principi rare volte mangiano calde le loro vivande,

onde non mi scottai le gambe; sol le mie calze e brache furono a mal

partito. Il nano, a mia intercessione, non ebbe altro castigo che una

buona staffilatura.

La regina solea spesse volte deridermi siccome facile alla paura, e mi

chiedea se tutti i miei concittadini erano codardi al pari di me. Vengo

a dirvene il motivo; quel regno è infestato non vi so dir quanto dalle

mosche durante la state. Questi odiosi insetti (e notate che ciascun

d'essi era grosso come una lodola di Dunstable) non mi lasciavano quasi

mai in pace col continuo ronzarmi e rombarmi alle orecchie quand'ero

seduto a pranzo. Talvolta posandosi su le mie pietanze, vi deponeano

gli schifosi loro escrementi e le loro uova, galanterie tutte a me

visibilissime, benchè non lo fossero a que' nativi, i cui ampi nervi

ottici non erano acuti come i miei nel discernere i minimi oggetti.

Talora quelle maladette bestie mi si poneano sul naso o su la fronte,

che pungeano nel vivo mandando un puzzo diabolico. Vi dirò ch'io potea

benissimo distinguere quella sostanza viscosa che, al dire dei nostri

naturalisti, dà a quegl'insetti l'abilità di camminare su la superficie

delle soffitte co' piedi volti all'insù. Aveva un gran che fare io

a difendermi da que' detestabili animali, e quando mi venivano su la

faccia, non potea starmi dal far di que' salti e smorfie che eccitavano

il riso della regina. Per questo, finchè il nano rimase in corte,

costui solea pigliarsi lo spasso d'empire il suo pugno d'un buon numero

di quegl'insetti, poi, come praticano gli scolari fra loro, venirmeli a

scaricare sul naso per far paura a me e divertire la sua reale padrona.

Io non aveva altro scampo fuor quella di fare a pezzi col mio coltello

cotali arpie quando spiccavano il volo verso di me, ed in ciò veramente

veniva ammirata la mia destrezza.

Mi ricordo di una mattina quando la Glumdalclitch mi aveva messo entro

la mia cassetta su d'una finestra, com'era solita fare nelle belle

giornate per darmi aria (perchè notate bene che non ho mai voluto

permetterle di raccomandare quella cassetta ad un chiodo fuori della

finestra, come vediamo farsi con le gabbie nell'Inghilterra); una

mattina dunque, dopo avere alzate le mie finestrine a saracinesca

ed essermi seduto alla mia tavolina per far colezione con una pasta

sfogliata, una ventina circa di vespe allettate dall'odore della roba

dolce, volarono entro la mia stanza rombando più forte d'altrettante

pive. Alcune di esse invasero la mia pasta sfogliata, e se la portarono

via a pezzi e bocconi, altre mi volarono su la testa e la faccia

stornendomi col loro strepito, e quel ch'è peggio mettendomi in grande

paura de' loro pungoli. Pure ebbi il coraggio di saltare in piedi

col mio coltello brandito e di assalirle in aria. Quattro ne feci

morte, l'altre volarono via, e fui ben presto nel tornare ad abbassare

la mia saracinesca. Non erano men grossi delle nostre pernici que'

maladettissimi insetti. Tratti fuori dalle quattro vespe, ch'aveva

uccise, i lor pungoli, li trovai lunghi un dito e mezzo, e acuti quanto

gli aghi da cucire. Gli ho conservati con grande cura, e di ritorno

in Europa, dopo averli fatti vedere qua e là unitamente con altre cose

rare, ne donai tre al collegio di Gresham, e mi tenni il quarto per me.

Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni · 第 39 / 65 题