Ritratto di una fanciulla figlia del fittaiuolo. — L'autore è
trasportato in un borgo, indi alla metropoli. — Particolarità
connesse con questo traslocamento.
Madama la fittaiuola aveva una figliuolina di nove anni, giovinetta
d'indole geniale, abile per gli anni suoi nel cucire; questa impiegava
tal sua abilità nel vestire la sua fantoccina ch'era della mia altezza.
A questa fantoccina avea fatto il suo letticciuolo; onde la madre della
fanciulla ordinò di adattarlo per me, affinchè mi vi coricassi nella
prossima notte. Questo lettino stava entro il cassetto d'un di que'
piccioli ripostigli che si tengono appoggiati alla parete su i tavolini
de' gabinetti. Divenuto fusto di letto, quel cassetto fu sospeso in
aria come i materassi de' marinai, e ciò per paura de' sorci. Finchè
rimasi con quelle creature, fu quello il mio letto, ma ridotto a
gradi a gradi a foggia più comoda per me nella proporzione con cui
andai imparando il loro linguaggio, e potei far meglio capire i miei
desiderii o bisogni. Quella fanciulla era sì operosa ed obbligante che,
vedutomi una volta o due mettermi i miei panni o svestirli, fu tosto
abile ad assumersi un tale incarico con le sue mani, benchè io non le
dessi un simil disturbo se non quelle volte in cui assolutamente ella
non mi permetteva di fare o l'una o l'altra di tali cose da me.
Mi fece sette camicie ed altri capi di biancheria con quei drappi
più fini che si poteano trovar lì, e che per la giusta verità erano
alquanto più ordinari della nostra tela da sacchi. Ella era parimente
la mia maestra di lingua, perchè, ad ogni oggetto che m'occorreva
accennare, mi diceva la parola corrispondente ad esso nella sua lingua,
onde fra pochi giorni fui in istato di esprimere quante cose mi veniva
in mente di chiedere, nè rischiava annoiarla, perchè ella era d'un
ottimo naturale come v'ho detto. Piccola di statura per gli anni che
aveva, la sua altezza non passava i quaranta piedi. Ella mi chiamava
_Grildrig_, e a darmi questo nome si acconciò in appresso la sua
famiglia, poi quell'intero reame. Un tal nome corrisponde al latino
_homunculus_, all'italiano _omettino_ ed all'inglese _mannikin_. A lei
soprattutto dovetti in appresso la mia salvezza in questa contrada.
Finchè rimasi nella casa de' suoi genitori non ci partimmo mai l'uno
dall'altro. Io la chiamava la mia _Glumdalclitch_, che equivaleva al
nome di piccola balia. Sarei bene il più ingrato di tutti gli uomini
se omettessi di fare onorevole menzione delle cure e dell'affezione
ch'ella mai sempre mi dimostrò, e ben mi sono augurato con tutto il
cuore che fosse dipenduto da me il compensarnela secondo i suoi meriti,
in vece di divenire (come pur troppo ho motivo di temere d'esserle
stato) la sfortunata benchè innocente origine delle sue sventure.
Non tardò a sapersi e a divulgarsi pel vicinato come il mio padrone
avesse trovato ne' suoi campi uno stravagante animale, grosso circa
come uno _splack-nock_, (animale del paese di leggiadra conformazione e
lungo circa sei piedi), ma costrutto esattamente in ogni sua parte come
una creatura umana, e che parimente imitava tutte le azioni dell'uomo;
che parea parlasse in una specie di lingua sua propria, e che avea già
imparate alcune parole di quella de' suoi ospiti; che andava diritto
sopra due gambe, animale mansueto e gentile, il quale veniva a chi lo
chiamava, e facea quanto gli si diceva di fare; fornito di membra le
meglio proporzionate che si vedessero su la terra e di una carnagione
più dilicata di quella d'una nobile bambina appena giunta ai tre anni.
Un altro fittaiuolo che abitava in poca distanza di lì, e grande amico
del mio padrone, venne a visitarlo col secondo fine di scoprire se
fosse verità o favola la storiella che erasi sparsa attorno. Fui tosto
portato dinanzi a lui e posto sopra una tavola su la quale passeggiai
a norma de' comandi che mi si diedero, sguainai il mio coltello, lo
rimisi nel fodero, feci la mia bella riverenza al visitatore, gli
dissi nella sua medesima lingua che era il ben arrivato a seconda
degl'insegnamenti ricevuti dalla mia piccola balia. Quest'uomo, che
era vecchio e di corta vista, si mise gli occhiali per contemplarmi
meglio; e qui non potei starmi dal ridere di gusto, perchè que' suoi
due occhiacci dietro alle due lenti mi raffiguravano la luna piena
veduta da una stanza che abbia due finestre. Quei di casa, accortisi
del motivo del mio ridere, mi fecero compagnia dandosi a sghignazzare
ancor essi; il nostro vecchiaccio fu di sì poco giudizio che se n'ebbe
a male.
Costui passava in concetto di sordidissimo uomo, e per mia disgrazia
provò di meritarselo col maladetto suggerimento che diede al mio
padrone: di portarmi cioè in un giorno di mercato, a far vedere nel
vicino borgo ove si arrivava in mezz'ora a cavallo, perchè non era
più lontano di ventidue miglia dalla nostra casa. Io m'insospettii
che qualche tristo disegno covasse sott'acqua appena notai che il
mio padrone ed il suo amico si posero a susurrare all'orecchio l'uno
dell'altro accennandomi più d'una volta; anzi, fosse mia paura o
realtà, credei aver sentite o intese alcune delle loro parole che si
riferivano a me. In fatti nella successiva mattina la Glumdalclitch,
quella mia buona balietta, mi disse tutte le cose com'erano, e mi
raccontò parimente con quai scaltri modi ella ne avesse fatta scaturire
la rivelazione dal labbro di sua madre. La povera giovinetta mi pose
nel suo seno, e diede in un torrente di lagrime da cui trapelava il
suo cordoglio, benchè si capisse che aveva vergogna di spargerle. Ella
temea non m'accadesse qualche disgrazia in mezzo al rozzo gentame tra
cui sarei stato portato: la disgrazia per esempio d'essere schiacciato
a morte o certo gravemente malconcio nelle membra per la mala grazia
di prendermi in mano. Aveva in oltre notato quanto io fossi di natura
mia tenero della decenza e dilicato in punto d'onore, onde quella
povera ragazza pensava all'ira di cui sarei stato compreso al vedermi
mostrato per danaro in pubblico spettacolo ad ogni cialtrone che avesse
avuta la curiosità di vedermi. Aggiunse esserle stato, prima di questa
fatal circostanza, promesso dal papà e dalla mammina che Grildrig
sarebbe suo, ma che adesso temea non le facessero la brutta burla di
un anno scorso al proposito d'un agnello. Anche quell'agnello doveva
esser suo, stando alle promesse dei genitori, ma appena fu venuto
grasso i genitori lo vendettero ad un macellaio. Quanto a me, confesso
ingenuamente che questo affare mi dava minor fastidio di quanto ne
dava alla mia buona balietta. Io aveva una ferma speranza che non mi ha
abbandonato giammai: quella di riacquistare la mia libertà; e quanto al
disdoro, pensava fra me ch'io era affatto straniero in quella terra,
e che una sfortuna di tal natura non mi sarebbe mai stata apposta a
taccia s'io tornava un giorno a por piede nell'Inghilterra. «In fine,
io diceva fra me, lo stesso monarca della Gran Brettagna, se si fosse
trovato ne' miei panni, sarebbe stato soggetto ad un'eguale disgrazia».
Il mio padrone pertanto, a seconda de' suggerimenti datigli dal suo
amico, non più tardi del prossimo giorno di mercato, mi portò entro
una scatola al borgo vicino conducendosi seco la mia piccola balia,
per la quale dietro alla propria fece assettare una sella da donna sul
suo cavallo. La scatola era chiusa da tutti i lati, tranne un piccolo
usciuolo, affinchè io potessi entrarvi ed uscirne, ed alcuni spiragli
praticati su la parte superiore per tenerla ventilata. La giovinetta,
incessante nelle sue premure per me, vi mise nel fondo il materassino
da letto della sua fantoccia, onde io potessi coricarmivi sopra.
Nondimeno fui terribilmente sconquassato e scombussolato in questo
viaggio, ancorchè non durasse più di mezz'ora, perchè ogni passo del
cavallo essendo largo quaranta piedi e gagliardissimo il suo trotto,
l'agitazione che la mia scatola ne ricevea non era diversa dalle alzate
e ricadute di una nave in tempo di fiera burrasca, con la differenza
che nel caso mio erano più frequenti. Il nostro cammino fu alquanto
più lungo che nol sarebbe nel trasferirsi da Londra a Sant'Albano.
Il mio padrone smontò ad un'osteria ov'era solito capitare, e dopo
essersi consultato alcuni istanti coll'oste e fatti alcuni necessari
apparecchi, prese a sua disposizione un _grultrud_ o pubblico
banditore, affinchè divulgasse pel borgo la strepitosa notizia dello
straordinario vivente che si faceva vedere alla _Grande Aquila_, non
più grosso di uno _splack-nock_, che non eccedea sei piedi in lunghezza
e somigliante in ogni parte del suo corpo ad una creatura umana, che
sapea profferire molte parole ed eseguire un centinaio di piacevoli
giuochi.
In una delle più grandi camere dell'osteria fui posto sopra una tavola
d'un'estensione a un dipresso di trecento piedi quadrati. La mia
balietta seduta sopra un basso sgabello, che posto in vicinanza della
tavola, le dava abilità di mettersi al mio livello, si prendea cura
di me, e facea le parti di mia direttrice per le cose che io doveva
eseguire. Il mio padrone, per impedire ogni soverchio affollamento, non
permettea che più di trenta persone mi vedessero in una volta.
Io camminava a diritta, a sinistra su la tavola, a norma de' comandi
che davami la fanciulla; essa pure mi faceva interrogazioni sin dove
sapea che la mia conoscenza della lingua del paese arrivava; io le
rispondeva alzando la voce tutto quel che io poteva; mi voltai per
più riprese alla mia udienza facendole rispettosi inchini, dicendo ai
signori de' quali era composta che erano i ben venuti, ed infilzando
un dopo l'altro i discorsi che m'erano stati insegnati. Io prendeva
in mano un ditale pieno di liquore, era questo il bicchiere di cui
m'avea proveduto la Glumdalclitch e beveva alla loro salute; poi
sguainato il mio coltello, mi metteva in parata, e facea vedere con
esso tutte le posizioni dei nostri schermidori dell'Inghilterra.
Somministratomi dalla mia piccola balia un pezzetto di paglia, fu
questa la picca con cui feci tutti gli esercizi di giostra che, molto
prima di capitare in quella terra di Titani, io aveva imparati nella
mia patria. Fui mostrato in quel giorno a dodici successive brigate
e costretto altrettante volte a ripetere le medesime ciarlatanerie
tanto che finalmente ero mezzo morto di stanchezza e di noia, perchè i
primi a vedermi, nell'uscire di là, contavano tante meraviglie di me,
soprattutto su l'enorme sproporzione tra la mia statura e la loro, che
sempre invogliavano successivi spettatori, onde la folla de' curiosi
era cresciuta al punto che minacciavano sfondare la porta. Il mio
padrone per un riguardo di proprio interesse non lasciava che alcun
altro mi toccasse fuor della mia piccola balia; anzi, per impedirne il
caso, venne fatto come un cancello di panche attorno alla mia tavola
a tal distanza che niuno potesse arrivarmi; nondimeno un impertinente
scolaro mi tirò una nocciuola, mirando sì diritto alla mia testa che la
mancò d'un pelo.
Senza questo pelo di differenza l'aveva lanciata con tanto impeto
che avrebbe fatta una fricassea delle mie cervella; si trattava d'una
nocciuolina grossa quasi come una delle nostre zucche più colossali,
ebbi per altro la soddisfazione di vedere quel bricconcello cacciato a
furia di busse fuor della stanza.
Il mio padrone annunziò al pubblico un secondo divertimento della
stessa natura pel prossimo nuovo giorno di mercato; e nell'intervallo
preparò per me un più conveniente modo di trasporto; ed avea bene
i suoi grandi motivi di far ciò, perchè io era sì ridotto dal primo
viaggio e dalla fatica sofferta nell'intertenere le brigate per otto
ore tutte di fila, ch'io poteva appena reggermi su le mie gambe o
dire una parola. Non erano passati i tre giorni che per lo meno mi
ci sarebbero voluti per dispormi ad essere lesto a nuovi esercizi,
quando tutti i signori che abitavano ad una distanza di cento miglia
all'intorno, allettati dalla fama delle mie prodezze, vollero venire
a vedermi nella casa stessa del mio padrone. Non saranno stati meno
di trenta individui per volta, compresi i figli e le mogli loro,
perchè quel paese è popolatissimo, e il mio padrone ogni qual volta
mi mostrava in sua casa, domandava una somma corrispondente a quanto
fruttavagli un'ostensione fatta in luogo pubblico, ancorchè si fosse
trattato di farmi vedere ad una sola famiglia; laonde per qualche
tempo, anche quando non venivo portato al borgo, io avea ben poca
festa in tutti i giorni della settimana, eccetto il mercoledì che è la
domenica di quella gente.
Il mio padrone pensando ai maggiori utili che probabilmente avrebbe
potuto ritrarre dalla mia persona, divisò portarmi in mostra per le
più considerabili città del regno. Essendosi quindi proveduto di tutte
le cose necessarie ad un lungo viaggio, si congedò dalla moglie, e ai
17 agosto del 1703, due mesi circa dopo il mio arrivo, ci mettemmo in
cammino per la metropoli situata quasi nel centro dell'impero e circa
tremila miglia lontana dal luogo donde si partiva. Il mio padrone
si fece venire dietro la sella la Glumdalclitch; questa mi teneva
in grembo entro una cassetta che si era allacciata alla cintura. La
fanciulla l'aveva foderata da tutti i lati con que' drappi più soffici
che potè procacciarsi e proveduta d'un buon matarassino al di sotto;
aveva in somma riposte nel modo il più conveniente che seppe tutte le
cose. Non erano in nostra compagnia altre persone fuor d'un garzone di
casa che ci veniva dietro a cavallo col nostro bagaglio.
Il mio padrone stimò bene giovarsi della congiuntura per farmi vedere
nelle città che trovavamo lungo la strada, ed anche il deviarne di
cinquanta e cento miglia per visitare que' villaggi e terre signorili
ove sperava di avere un concorso profittevole di curiosi. Camminavamo
pertanto a piccole giornate, senza fare più di cento quaranta o
cento sessanta miglia per cadauna; anche perchè la Glumdalclitch, con
la vista sempre di risparmiarmi, si dolea che l'andar al trotto la
affaticava di troppo. Spesse volte, quand'io ne mostrava il desiderio,
ella mi traeva fuori della mia cassetta per lasciarmi respirare l'aria
aperta e farmi vedere i paesi, ma sempre per altro tenendomi per una
faldina. Traversammo cinque o sei fiumi di gran lunga più larghi
e profondi del Nilo e del Gange; pochi erano colà i rigagnoli che
fossero di minor conseguenza del Tamigi al ponte di Londra. Rimanemmo
in viaggio dieci settimane, durante le quali fui mostrato in diciotto
grandi città, oltre ai molti villaggi e case di privati.
CON LICENZA
DI SUA ECCELLENZA
IL GRANDE SLARDRAL
GRANDE OSTENSIONE
DELLO
SPLACK-NOCK UMANO
O