CAPITOLO I.

Descrizione di una fiera burrasca; scappavia staccato dal

bastimento per provedere acqua dolce; l'autore vi s'imbarca onde

scoprire nuovi paesi. — Abbandonato su la spiaggia, è preso da

uno di quei nativi e condotto alla casa di un fittaiuolo. — Modo

ond'è accolto; diversi casi occorsigli quivi. — Descrizione degli

abitanti di quella contrada.

Ad una vita impaziente affatto della quiete m'aveano condannato la

natura ed il mio fatale destino; onde erano appena scorsi due mesi dopo

il mio ritorno, quando abbandonai di nuovo la mia nativa contrada, e

il 20 giugno del 1702 m'imbarcai alle Dune su l'Avventura, bastimento

comandato dal capitano Giovanni Nicholas, nativo di Cornovaglia, che

avea la sua destinazione per Surate. Navigammo con vento favorevole

fino al Capo di Buona Speranza, ove sbarcammo per provederci d'acqua

dolce. Quivi, scoperta una falla nel bastimento, mettemmo a terra

tutte le cose nostre per turarla, e ci toccò poi svernare nel luogo

stesso a motivo di una malattia sopravvenuta al capitano, motivo per

cui non potemmo salpare dal Capo se non alla fine di marzo. Date

di nuovo le vele, avemmo buon viaggio, fin passato lo stretto di

Madagascar; ma appena fummo a tramontana di quest'isola, i venti (che

secondo la generale osservazione spirano costantemente in que' mari tra

settentrione e ponente dal principio di dicembre a quello di maggio)

cominciati nel 19 d'aprile a soffiare più violenti e più occidentali

del solito, continuarono così per venti giorni di fila; durante il

qual tempo noi ci eravamo un po' fatti a levante delle isole Molucche,

circa a tre gradi di latitudine australe, come apparve da un calcolo

istituito dal nostro capitano il 2 maggio, nel qual giorno, cessato il

vento del tutto, avevamo una calma perfetta, il che, per dir vero, non

mi dava verun dispiacere.

Ma il capitano, uomo esperimentatissimo nella navigazione di que'

mari, non la pensava così, e ci avvertì anzi d'aspettarci una tremenda

burrasca, che non mancò d'avverarsi il dì appresso, in cui cominciò a

spiegarsi il vento meridionale, chiamato in que' paesi _monsone_.

Vedendo che questo ingagliardiva ognora di più, demmo mano alla vela

a tarchia, apparecchiandoci a serrare quella di trinchetto; poi,

imperversando il tempo, assicurammo bene tutti i parapetti, e fasciammo

la vela di mezzana. Il bastimento camminava dianzi a tutte vele

spiegate, ma in quel frangente giudicammo che il navigare a vele chiuse

ne sarebbe tornato più a conto del solo cappeggiare. Serrammo la vela

di trinchetto, e ne registrammo opportunamente le scotte; il timone

poggiava tutto sottovento. Il vascello animosamente virava; accorciammo

le trozze (registro fatto a guisa d'un rosario) della vela principale,

ma squarciatasi questa, la traemmo giù dall'albero, e liberatala da

tutti i suoi sartiami, l'allogammo dentro al vascello. Fu veramente

una spaventosa burrasca e i cavalloni si faceano sempre più grossi e

minacciosi; mollammo pure tutti i sartiami delle manovelle del timone,

lasciando soltanto ad esso il governo del bastimento. Non volemmo calar

giù l'albero di gabbia, perchè correva innanzi al vento assai bene, e

stando in piede ne proteggea meglio col darci più bella deriva.

Poichè fu cessata la burrasca, demmo mano alla vela di trinchetto e a

quella di gabbia, e governammo con esse, e a tutte vele di mezzana e di

gabbia di maestra e di gabbia di mezzana ci dirigevamo a greco levante

(est-nord-est), avendo il vento a libeccio (sud-west). Impadronitici

dei cavi di tribordo, sciogliemmo i bracci di sopravvento e le corde

dette _mantiglie_, e tiratele strettamente innanzi, le unimmo alla

scotta della vela di mezzana che ponemmo a sopravvento pienamente e fin

quanto potevamo distenderla.

Durante la tempesta, cui succedè un gagliardo vento di ponente-libeccio

(west-sud-west), fummo trasportati, secondo i miei calcoli, per

cinquecento leghe circa verso levante, nè i più vecchi piloti che

erano a bordo sapevano congetturare in qual parte di mondo fossimo

allora. Le nostre vettovaglie ci duravano ancora; il bastimento era

tuttavia gagliardo; gli sconci delle vele risarciti; la nostra ciurma

tutta in buona salute, ma difettavamo grandemente di acqua dolce.

Ciò non ostante pensammo meglio seguire la direzione su cui eravamo

incamminati, anzichè volgerci più a tramontana, il che ne avrebbe

condotti a maestro (nord-est) della Gran Tartaria e nel Mar Glaciale.

Nel giorno 16 giugno del 1703, un mozzo salito su l'albero di gabbia

scoperse terra, e nel dì successivo ci stava a piena vista una grande

isola o un gran continente, cosa che non sapevamo discernerle, dal cui

lato meridionale sporgeva una lingua di terra internata nel mare ed una

calanca troppo piccola a nostro avviso, perchè un bastimento di cento

tonnellate vi si potesse riparare. Gettata l'áncora entro la distanza

di una lega da questa calanca, il nostro capitano mandò una dozzina de'

suoi piloti ben armati entro il nostro scappavia carico di botti, per

fare acqua, se pure si poteva rinvenirne. Lo pregai tosto permettermi

l'andar con essi, onde vedere quella contrada e farvi le scoperte cui

potesse dar luogo; egli aderì alla mia inchiesta. Giunti a terra,

non vi trovammo nè sorgenti nè fiumi nè verun vestigio d'abitanti.

I nostri uomini quindi si diedero a vagare lungo la spiaggia per

veder pure se qualche foce di fiume potesse ivi trovarsi; io postomi

a passeggiar solo per circa un miglio dall'altro lato, osservai che

tutto il paese era ignudo e pieno di dirupi. Stanco di andare attorno

senza trovar nulla che potesse intertenere la mia curiosità, me ne

tornai passo passo verso la calanca; ed essendo ora di grosso fiotto,

vidi i nostri uomini, già imbarcati nello scappavia, che forzavano di

remi, come chi fugge per salvare la vita. Io andava gridando dietro

a costoro che m'abbandonavano così, quando m'accôrsi d'avere poco

motivo di dolermi di essi, perchè li vidi inseguiti a tutta possa per

traverso al mare da un'enorme creatura che guadava, venendogli l'acqua

a mala pena al ginocchio, e facea passi sterminati; i nostri, per

buona loro fortuna, aveano su lui il vantaggio di mezza lega, ed il

mare essendo in quell'acque pieno d'acuti scogli coperti, il mostro

non potè raggiungere la scialuppa. Queste cose io seppi in appresso,

perchè allora non ebbi il coraggio di rimanere ivi a veder l'esito di

quest'avventura, ma ripresa più presto che potei la strada dond'era

venuto, m'arrampicai ad un erto monte, di dove potei prendere qualche

idea del paese. Lo trovai affatto coltivato; ma la prima cosa di cui

rimasi estatico si fu la lunghezza dell'erba, che nei campi chiusi da

siepi, come le giudicai, cresceva all'altezza di venti piedi.

Capitai in una strada maestra, almeno io la presi per tale, se bene

fosse meramente un sentieruccio praticato a comodo di quegli abitanti

per traversare un campo d'orzo. Camminai qualche tempo lungo questo

sentiero, ma potei scoprire ben poche cose e da un lato e dall'altro,

perchè essendo la stagione del nuovo ricolto, le biade erano alte

almeno quaranta piedi. Mi ci volle un'ora prima di essere al termine

di questo campo, difeso da tutt'a due i lati da una siepe alta almeno

cento venti piedi e ombreggiata da alberi sì colossali che non mi fu

possibile calcolare la loro altezza. A questa estremità era un cancello

che divideva quel campo dal campo vicino; avea quattro gradini ed una

pietra donde si passava di là quando si era all'ultimo di esso. Per

me era impossibile d'inerpicarmi fino a quella sommità, perchè ogni

gradino era alto sei piedi, e la pietra al di sopra de' gradini almeno

venti. Io m'andava studiando di trovar qualche buco nella siepe, quando

da una fenditura scopersi nel campo di là avanzarsi alla volta del

cancello un abitante della stessa mole di quello da cui vidi inseguita

in mare la nostra scialuppa. Egli mi sembrò alto come un ordinario

campanile, ed ogni suo passo doveva, all'occhio mio, misurar dieci

braccia. Non vi so dire quanto rimanessi attonito ed impaurito. Corsi

a nascondermi fra le biade, donde il vidi, arrivato alla sommità

del cancello, guardare in giù, e lo udii chiamare con una voce più

fragorosa di gran lunga d'una tromba marina; basta dire che al rimbombo

fatto da essa nell'aria lo credei su le prime uno scoppio di fulmine.

Allora sette mostri simili a lui si fecero innanzi muniti di falci,

ciascuna dell'ampiezza di sei scimitarre. Costoro non erano così

bene vestiti siccome il primo, onde li giudicai subito suoi famigli

o lavoranti; c'indovinai tanto che, poichè ebbe detto loro alcune

parole, li vidi avviarsi per mietere il grano del campo ove io mi era

nascosto. Ben io cercava d'andarmene lontano quanto mai potessi da

costoro, ma era costretto movermi con estrema difficoltà, perchè gli

steli del grano talvolta non distavano più d'un piede l'uno dall'altro,

ed a fatica e non senza gualcirlo, io facea passare fra essi il mio

corpo. Ciò non ostante m'ingegnai tanto che n'ero quasi fuori, quando

m'abbattei in una parte di campo ove il grano giaceva sbattuto e

conquassato dalle piogge e dal vento. Qui poi mi fu impossibile il

dare un passo innanzi; gli steli erano talmente intralciati che io non

poteva ficcarmici in mezzo, ed i filamenti delle spiche fiaccate erano

sì duri ed aguzzi, che mi trapassavano i panni e le carni Nel tempo

stesso io sentiva d'avere i mietitori non più lontani di cento braccia

(dieci passi) da me.

Disanimato affatto dall'angoscia e reso incapace di connettere

qualunque idea dall'affanno e dalla disperazione, io me ne stava

acquattato fra due porche, e in vero m'augurava di tutto cuore che

quello fosse l'ultimo de' miei giorni. Io gemeva su la sorte della

desolata mia vedova e degli orfani miei figli, deplorava la mia follia

e caparbietà nell'intraprendere un secondo viaggio a dispetto dei

consigli di tutti i miei amici e parenti.

In mezzo a questa terribile agitazione di mente, io non potea per

altro starmi dal pensare a Lilliput, i cui abitanti mi aveano pel

maggior prodigio che sia mai comparso nel mondo, e tale era da vero

una creatura umana capace di trarsi dietro con una mano un intero

imperiale navilio, e di operare tant'altre imprese che verranno mai

sempre ricordate nei fasti di quell'impero, e che saranno difficilmente

credute dalla posterità, ancorchè attestate da milioni di uomini.

Io pensava qual mortificazione sarebbe stata per me l'apparire

impercettibile fra gl'individui di quella nazione, come un solo

Lilliputtiano sarebbe apparso ai nostr'occhi. Ma pur troppo io capiva

ad un tempo che questa sarebbe stata la minore delle mie disgrazie;

una ben più forte mi si affacciava nel riflettere a quella osservazione

solita generalmente a farsi: che gli uomini sono tanto più selvaggi e

crudeli, quanto è maggiore la loro mole. Che cosa poteva io aspettarmi

se non d'essere mangiato in un boccone dal primo fra quegli sterminati

barbari che m'avrebbe agguantato? Come hanno ragione i filosofi

allorchè dicono nulla esservi di grande o di piccolo se non in via

di confronto! Potea la sorte aver fatto capitare un Lilliputtiano in

una nazione d'uomini così minimi agli occhi loro, come lo erano essi

rispetto a me; e chi sa se questa prodigiosa razza di mortali tra cui

mi trovava ora non sia enormemente superata da un'altra nazione, da

un'altra generazione di viventi che soggiornino in terre da noi non per

anco scoperte?

In mezzo adunque al mio atterrimento ed alla mia confusione, io non

poteva starmi, come vi dissi, dal far queste considerazioni, quando uno

di quei mietitori, avvicinatosi ad una distanza di dieci braccia dalla

porca ove io m'appiattava, mi fece temere, s'egli moveva un passo, di

essere o stritolato da uno de' suoi piedi, o fatto in due dalla sua

falce. Allorchè pertanto lo vidi in procinto di moversi, io misi un

grido tanto tremendo quanto poteva suggerirmelo la mia paura, e non

appena lo ebbi messo, la terribile creatura allungò il passo, e mi fu

d'appresso guardandosi lungo tempo attorno ai piedi, finchè finalmente

mi vide tra le due porche, e si diede a pensare alcun poco con la

circospezione di chi vuole impossessarsi di qualche piccolo animaluzzo

malefico, e teme di esserne morsicato o graffiato. Ho provato anch'io

questo sentimento quando nelle campagne dell'Inghilterra mi sono

scontrato in una donnola.

Finalmente s'arrischiò a pigliarmi per di dietro a mezza vita tra il

suo pollice ed indice, poi mi avvicinò ad una distanza di tre braccia

ai suoi occhi per considerar meglio le mie forme. Indovinai questa sua

intenzione, e la mia buona fortuna mi diede tanta prontezza di spirito

che risolvei di non fare veruna sorta di sforzo mentre mi tenea con le

due dita sollevato in aria ad un'altezza di sessanta piedi da terra,

ancorchè mi strignesse aspramente i fianchi per paura che gli guizzassi

dalle mani. La sola cosa cui mi arrischiai si fu alzare i miei occhi

al sole, giugner le mani in atto di supplicante e profferire alcune

parole con accento umile, addolorato e conforme alla circostanza in cui

mi trovavo, perchè io tremava da un istante all'altro non mi sbattesse

contro terra, come pratichiamo noi con certi schifosi animali che ci

prefiggiamo distruggere. Ma la mia buona stella volle che, mostratosi

piuttosto allettato dalla mia voce e da' miei gesti, cominciasse a

guardarmi come una rarità, stupito sicuramente all'udirmi profferire

parole articolate, ancorchè egli non ne capisse una sola. Nello stesso

tempo io non poteva trattenermi dal gemere, dal versar lagrime e dal

voltar gli occhi verso i miei fianchi per fargli comprendere alla

meglio come crudelmente me gli ammaccasse lo strettoio delle sue dita.

Bisogna dire che m'intendesse, perchè alzatosi una parte superiore del

vestito, gentilmente m'allogò tra questa ed il suo petto; poi corse

immediatamente dal suo padrone, che era un facoltoso fittaiuolo, e

quello stesso ch'io avea veduto prima degli altri sul campo.

Il fittaiuolo, dopo avere ricevute dal suo contadino (lo supposi almeno

dalle chiacchiere che fecero insieme) tali contezze di me quali costui

potea dargliele, prese un fuscello di paglia dell'altezza e grossezza

circa d'un de' nostri bastoni da viaggio, e con esso alzò le falde

del mio giustacuore che parve egli credesse una specie d'integumento

datomi dalla natura. Mi spartì in due lati, soffiandoci sopra, i

capelli, per meglio contemplarmi in faccia. Chiamò indi attorno di sè

i suoi famigli, ai quali chiese (questo lo seppi da poi) se avessero

mai veduti per le campagne animaletti che mi somigliassero. Allora mi

posò gentilmente per terra carpone, ma io saltai subito su' miei due

piedi, passeggiai innanzi indietro, ma adagio, per far capire a quella

gente che io non aveva l'intenzione di fuggire. Mi si assisero tutti

all'intorno per considerare meglio ogni mio moto. Levatomi il cappello,

feci una profonda riverenza al fittaiuolo, e postomi ginocchione e

sollevando gli occhi e le mani, pronunziai alcune parole ad alta voce

quanto potei, poi, toltami dal mio taschino una borsa d'oro, umilmente

gliela presentai. Ricevutala sul palmo della sua mano, se l'avvicinò

agli occhi per vedere che roba fosse; la voltò parecchie volte per

tutti i versi con uno spillo che si trasse da una manica del vestito,

ma ne capiva come prima. Additatogli per cenni che abbassasse la sua

mano stesa finchè ci arrivassi, apersi io stesso la borsa, e glie ne

versai sul palmo della mano il contenuto: otto pezze d'oro di Spagna

da quattro doppie l'una, e venti o trenta monete più picciole. Gli vidi

inumidire con la saliva una punta del suo dito piccolo e prender su con

essa una di quelle pezze di Spagna, poi un'altra, ma pareva affatto

all'oscuro di quel che fossero. Mi fe' cenno di tornare a riporre il

danaro nella borsa e questa nella mia tasca; rinovai non so quante

volte la mia offerta, ma finalmente trovai cosa più comoda il fare

com'egli voleva.

Fin da quel momento il fittaiuolo fu persuaso ch'io doveva essere una

creatura ragionevole. Mi parlò spesse volte, ma il suono della sua voce

mi squarciava le orecchie come lo strepito di una ruota da mulino, le

sue parole per altro erano articolate abbastanza. Feci ogni possibile

per rispondergli forte in diverse lingue, ed egli accostava l'orecchio

fino ad averlo distante sol due braccia da me; ma tutto invano: eravamo

due creature inintelligibili l'una per l'altra. Allora, mandati i

servi ai loro lavori, si trasse di tasca il fazzoletto, e se lo pose

raddoppiato sul palmo della mano sinistra, di cui stese la convessità

sul terreno, ordinandomi che ci montassi sopra, ed io lo poteva

facilmente, perchè la mano e il fazzoletto raddoppiato non facevano

un'altezza maggiore d'un piede. Stimai mio obbligo l'obbedirgli, e per

paura di cadere, mi tenni nel mezzo del fazzoletto, entro le cui falde

mi fasciò sino al disopra della testa, per meglio assicurarsi di me,

indi mi portò a casa sua. Qui, chiamata sua moglie, fecele veder questa

rarità. Essa strillò e diede addietro come farebbe una delle nostre

signore alla vista d'un rospo o d'un ragno. Ciò non ostante, poichè per

un poco ebbe veduto come io mi comportava, e come bene io obbediva ai

segni che mi facea suo marito, si riconciliò meco, e mi divenne a gradi

a gradi affezionatissima.

Era all'incirca mezzogiorno, quando un famiglio portò il desinare.

Consistea questo unicamente in un piatto di sostanziosa vivanda: quel

genere di mangiar casalingo che si conveniva alla condizione di un

fittaiuolo; il piatto aveva un diametro di circa ventiquattro piedi; i

commensali erano il fittaiuolo e sua moglie, tre fanciulli e la vecchia

avola. Poichè furono tutti seduti, il fittaiuolo mi pose in qualche

distanza da lui su la tavola, che era alta trenta piedi dal pavimento.

Vi lascio dire che razza di paura io avessi di cadere, e come mi

tenessi lontano dall'orlo di quella tavola.

La signora, dopo avere preparato un tondo con un poco di vivanda e

non so quante briciole di pane, me lo porse dinanzi. Le feci un'umile

riverenza, poi, tratti a mano il mio coltello e la mia forchetta, mi

posi a mangiare, la qual vista li divertì non vi so dir quanto. La

padrona diede ordine alla fantesca che le portasse un bicchierino (era

della capacità di otto boccali), ed empiutolo di propria mano, me lo

presentò. Con grande difficoltà, e adoprando tutt'a due le mani, levai

il bicchierino, e rispettosissimamente bevei alla salute della signora,

gridando forte quanto potei delle parole inglesi, la qual cosa fece

ridere sì di cuore la brigata de' commensali, che mancò poco non mi

rendessero sordo del tutto collo strepito dei loro sghignazzamenti.

Quella bevanda somigliava alcun poco al sidro leggiero, nè era

spiacevole. Il padrone indi mi fe' cenno d'avvicinarmi al suo tondo, ma

nella confusione che mi prese in tutto quel tempo (e il leggitore se lo

immaginerà facilmente, e vorrà perdonarmela), intoppai in una crosta di

pane e cascai lungo disteso con la faccia sopra la tavola; non mi feci

per altro alcun male. Saltato subito in piedi, e accortomi che quella

buona gente era in pena per la mia caduta, presi il mio cappello, che,

come vuole la buona creanza, io mi tenea sotto il braccio, lo agitai al

di sopra della mia testa, e feci tre viva per dare a comprendere che la

mia caduta non mi era stata fatale.

Ma mi sopravvenne un'altra disgrazia nell'accostarmi al mio padrone,

chè d'ora in poi chiamerò con tal nome quel fittaiuolo. Il più giovine

di quei tre figli, seduto a canto a suo padre, un diavoletto d'un

ragazzo di dieci anni appena, mi prese per le gambe e mi alzò sì alto

che tremavo come una foglia in ogni mia fibra. Ma suo padre me gli

strappò di mano, e gli menò tal pugno su l'orecchio sinistro, che

avrebbe atterrata una mezza compagnia di dragoni europei; ordinò indi

che fosse levato da tavola. Io temetti tosto che quel ragazzo me la

giurasse, e ben mi ricordai come tutti i nostri fanciulli europei

abbiano per natura il mal vezzo di martoriare i passeri, i conigli,

i cagnolini e i gattini; laonde inginocchiatomi ed accennando il

delinquente fanciullo, feci capire quanto meglio potei al padre il mio

desiderio che perdonasse a suo figlio. Infatti il padre mi compiacque,

ed il ragazzo tornò al suo posto; io poi andai tosto a trovarlo,

e gli baciai la mano che il mio padrone gli prese, ordinandogli di

accarezzarmi gentilmente con essa.

A mezzo del desinare, il gatto favorito della mia padrona le saltò

in grembo, sicchè udii dietro me uno strepito qual lo farebbe una

dozzina di telai della bottega d'un calzettaio che si movessero tutti

in una volta, e girato il capo, m'accorsi dallo sbalzo precipitoso di

quell'animale grosso tre volte quanto un bue, se non m'ingannò il conto

di proporzione da me istituito nel guardarne la testa ed una delle

zampe, intantochè la padrona gli dava da mangiare e lo accarezzava. La

fisonomia feroce di quella bestia mi avea sconcertato affatto, benchè

me ne stessi all'orlo della tavola, alta, come vi ho detto, trenta

piedi da terra, e benchè la mia padrona lo tenesse fermo per paura che

spiccasse un salto, e m'afferrasse coll'unghie. Ma il caso portò che

fossero inutili tutte le paure, perchè il gatto non s'accôrse per nulla

di me, nemmen quando il padrone mi pose a tre braccia di distanza da

esso; laonde, avendo sempre udito dire, e trovato anche vero, che il

fuggire o il dar a conoscere timore alla presenza di una fiera è il

modo sicuro di farsi assaltare o inseguire da essa, in tal pericolosa

circostanza presi la determinazione di non mostrar di pigliarmene la

menoma briga. Camminai intrepidamente, e per cinque o sei volte, verso

la testa stessa del gatto al segno di non esserne lontano un mezzo

braccio, e la bestia si fece addietro, quasi avesse avuto più paura

essa che non ne aveva io. Minore apprensione poi mi diedero i cani,

tre o quattro dei quali erano nella stanza stessa, come si usa nelle

case de' fittaiuoli, fra i medesimi era un mastino della grossezza di

quattro elefanti, ed un levriere un pochino più alto del mastino, ma

non tanto grosso.

Il desinare era quasi al suo termine, quando comparve la balia

portandosi in braccio un bambino d'un anno, il quale appena mi vide,

cominciò a mettere strillamenti che gli avreste uditi dal ponte di

Londra all'ospitale degl'Invalidi, perchè con la solita insistenza de'

fanciulli voleva impadronirsi del bestiolino che aveva veduto, e il

bestiolino era io. La moglie del fittaiuolo, per un tratto di materna

condiscendenza, mi prese su e mi pose dinanzi al fanciullo, la cui

prima operazione fu afferrarmi a mezza vita e mettermi in bocca.

Le mie urla furono sì spietate, che il ragazzo avendone avuto paura, mi

lasciò cascare, e mi rompevo l'osso del collo sicuramente, se la madre

non era presta nel farsi sotto a raccogliermi entro il suo grembiale.

La balia per quietare il bambino fece uso d'uno di quei giocherelli

da ragazzi che chiamiamo tamburini. Era questo una botte carica di

sassi che avea per manubrio una pertica raccomandata con una gomona

alla cintura di quel bambinello. Ma ci voleva altro a farlo tacere;

onde la balia fu obbligata ricorrere all'ultimo degli espedienti, che

si usano in simili casi, quello di dargli la tetta. Confesso non aver

mai veduto al mondo alcun oggetto più ributtante di quelle mostruose

zinne, per cui non trovo termini di confronto adeguato ad offrire alla

curiosità del leggitore un'idea della loro forma e del loro colore.

Lo sporto d'ognuna era di sei piedi, nè meno di sedici poteva esserne

la circonferenza. Il capezzolo era grosso la metà almeno della mia

testa, e il color d'entrambi e delle poppe era sì sgraziatamente

screziato di macchie, pustole e lentiggini, che la cosa più nauseosa

non poteva immaginarsi sopra la terra; e v'assicuro che ho avuta tutta

l'opportunità di guardarle, perchè per allattare meglio il fanciullo,

si era seduta verso la tavola ove io stava in piedi. Ciò m'indusse a

fare una considerazione su le carnagioni delle nostre gentildonne, che

ne sembrano tanto belle sol perchè le proporzioni loro sono ancora le

nostre, nè i loro difetti possono esser veduti se non per traverso

ad una lente che ingrandisca di molto gli oggetti; l'esperienza ha

provato che guardate con una di queste lenti, le più dilicate e candide

carnagioni ne appariscono ruvide, screpolate e d'ingrato colore.

Mi ricordo che, quando io era a Lilliput, le carnagioni di quella

popolazione di burattini viventi mi sembravano le più belle di quante

ve ne fossero al mondo; e che un giorno espressi tal mio sentimento ad

un personaggio liliputtiano fornito di grande intelligenza e mio intimo

amico. Egli mi disse a tale proposito che la mia faccia eragli sembrata

assai più dilicata e gentile finchè mi guardò da stare interra, ma

che quando, essendomelo preso in mano, gli fu dato osservarmi più da

vicino, la mia figura (mi chiese scusa nel confessarmelo) parvegli

qualche cosa di strambo assai; trovava le impronte fatte dalla mia

barba dieci volte più moleste di quelle delle setole d'un cignale,

e le mie carni una tavolozza di quanti brutti colori si potevano

immaginare; e sì, mi sia permesso senza taccia di vanità l'affermarlo,

le mie fattezze possono andar del pari con quelle di qualunque mio

concittadino che passi per bello e, ad onta de' tanti miei viaggi, la

mia cute non è stata gran che abbronzata dal sole. Per altra parte,

il medesimo personaggio venendomi a parlare delle dame della sua corte

imperiale, solea dirmi che la tale era piena di verruche, la tal altra

aveva una bocca che non finiva più, un'altra il naso grosso in guisa

deforme, tutti difetti de' quali io non mi era accorto menomamente.

Ognuna di tali considerazioni, per dir vero, è ovvia anzichè no; ma non

ho potuto esimermi dal farle in questo luogo, perchè non vorrei che

il mio leggitore prendesse per creature assolutamente deformi quelle

di cui sto ora parlandogli. Al contrario, devo render loro questa

giustizia: guardandole dal punto donde vogliono esser guardate, formano

una tra le avvenentissime schiatte umane; particolarmente le fattezze

del mio ospite, benchè non fosse niente più d'un uom di contado,

contemplate dal sotto in su d'un'altezza di sessanta piedi, apparivano

ottimamente proporzionate.

Terminato il desinare, il mio padrone uscì di stanza per andare

a trovare i suoi lavoranti; e, da quanto mi fecero congetturare

le inflessioni della sua voce ed i suoi gesti, mi raccomandò

premurosamente a sua moglie partendo. Io era da vero molto stanco e

disposto a dormire, del che accortasi la mia padrona, mi portò nel suo

letto medesimo ove mi coperse col suo fazzoletto bianco, non men largo

o men ruvido della vela dell'albero maestro di un vascello da guerra.

Dormii circa due ore sognando di trovarmi ancora a casa mia fra gli

amplessi di mia moglie e de' miei figliuoli, circostanza che non

aggravò di poco i miei cordogli, allorchè nello svegliarmi mi vidi

solo in una stanza ampia fra i dugento ed i trecento piedi ed alta

circa dugento, giacente in un letto della larghezza di venti braccia.

La mia padrona nell'andarsene per attendere ai suoi affari di casa mi

aveva inchiavato in quella camera. Il letto era alto otto braccia dal

pavimento, ed alcune naturali necessità mi faceano sentire il bisogno

di scenderne; io non ardivo chiamare, e quand'anche avessi avuto questo

coraggio, sarebbe stato inutile con una voce siccome la mia e ad una

distanza sì grande quanta ve n'era dalla camera da letto assegnatami

alla cucina ove rimaneva il restante della famiglia. Mentre io mi

stava fra queste angustie, sbucarono fuori dalle cortine due sorci che

andavano fiutando innanzi e addietro per il letto. Un di questi m'era

venuto quasi su la faccia, onde saltai su tutto spaventato, e diedi

mano al mio coltello per difendermi. Questi orribili animali ebbero

l'insolenza di assalirmi ai fianchi, e un d'essi m'avea già piantata

una zampa sul collo; ma per buona sorte arrivai a squarciargli il

ventre con la mia arma prima che avesse il tempo di farmi alcun male.

Mi cadde ai piedi, e l'altro atterrito dal destino del suo camerata,

se la battè, non per altro senza avere riportata su la schiena una

ferita che gli vibrai mentre fuggiva, onde se ne andò malconcio e

stillando sangue. Compiuta questa impresa, mi diedi a camminare su e

giù lungo il letto per riavermi dal mio smarrimento. Ciascuno di que'

due animali era della misura circa d'un nostro mastino, ma più agile e

feroce, di modo che se mi fossi levata la mia cintura prima di mettermi

a dormire, io rimaneva indubitatamente sbranato e divorato. Misurai la

coda del sorcio ucciso, e vidi che era lunga due braccia meno un dito.

Io non ebbi cuore d'insudiciare il letto di più col trascinarvi sopra

per buttarnela giù quella sanguinente carogna. Accortomi che non era

per anche morta del tutto, le diedi una buona tagliata di collo e la

spedii.

Pochi momenti appresso, giunse nella stanza la mia padrona che

vedendomi tutto immerso nel sangue, accorse e mi prese caritatevolmente

in mano. Le additai il sorcio morto sorridendo e facendo altri

segni per darle a capire ch'io non avea sofferto alcun male; del

che mostratasi grandemente gioiosa, chiamò la fantesca ordinandole

di pigliar su con un paio di molle il sorcio morto e gettarlo fuori

della finestra. Poi mi pose sopra un tavolino ove le feci vedere il

mio insanguinato coltello, poi rasciugatolo ad una falda del mio

giustacuore, lo riposi entro il fodero. Ma intanto io mi sentiva

sempre più pressato a fare tal cosa che niun altro poteva fare per me;

onde m'ingegnai e m'aiutai tanto a furia di cenni che la mia padrona

comprese la necessità nella quale io era di essere messo giù dal

tavolino. Ottenuto questo intento, la mia verecondia non mi permettea

spiegarmi con maggior chiarezza dell'additare alla stessa padrona

l'uscio e del farle molti supplichevoli inchini. Molta fatica ci

volle, ma finalmente la buona donna mi capì, e presomi in mano mi portò

nell'orto, ove mi pose giù. Quivi dopo averle indicato di non guardarmi

o seguirmi, mi ritirai in aiuola ad una distanza di duecento braccia,

ove, nascostomi fra due foglie d'insalata, terminai la faccenda che da

tanto tempo mi dava sì gravi pensieri.

Spero che il gentile lettore vorrà perdonarmi se m'intertengo talvolta

in questi e simili particolari che, comunque agli abbietti volgari

ingegni possano apparire insulsi, sono d'un grande sussidio al filosofo

per ampliare la sua immaginazione e le sue idee, e per applicarli agli

utili della vita pubblica e privata. Non altro fu il mio disegno nel

presentare al mondo questi ed altri ragguagli delle mie peregrinazioni,

ne' quali mi son preso cura soprattutto della verità, rigettando per

amore di essa ogni ostentato liscio o di dottrina o di stile. Ciascuna

scena di questo viaggio medesimo, egli è vero, ha prodotto una sì forte

impressione nella mia mente, mi è rimasta sì profondamente fitta nella

memoria, che nel commetterla alla carta non ho saputo tralasciarne una

sola delle più triviali circostanze; ma dietro ad una rigorosa rivista

data al mio scritto, ho cancellati molti tratti di minor momento che

si trovavano nel primo testo; tanta è stata in me la sollecitudine

di evitare la taccia d'uomo tedioso o troppo minuto, taccia che viene

apposta, nè forse ingiustamente, alla maggior parte de' viaggiatori.

Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni · 第 35 / 65 题