L'imperatore di Lilliput accompagnato da parecchi de' suoi
nobili, si reca a vedere l'autore nel luogo del suo confine.
— Descrizione della persona e delle vesti del monarca. — Dotti
incaricati d'insegnare all'autore la lingua del paese. — Favore
che questi si acquista per la sua mansuetudine e bontà di cuore.
— Visita fatta alle sue tasche; toltagli la spada e le pistole.
Quando mi trovai in piedi, mi guardai attorno, e confesso di non aver
mai veduta una più dilettevole prospettiva. Contemplato da tutte le
bande il paese, mi apparve un continuato giardino, ed i campi chiusi,
ciascuno in generale dell'estensione di quaranta piedi quadrati,
mi sembravano altrettante aiuole di fiori. Questi campi andavano
interpolati da boschi larghi mezza pertica quadrata, e i più alti
alberi, a quanto potei giudicare in distanza, dovevano arrivare fino ai
sette piedi. La metropoli che stava alla mia mano manca mi presentava
l'aspetto d'una scena dei nostri teatri, su cui sia dipinta una città.
Per alcune ore io era stato pressato da alcune necessità indispensabili
della natura, ned è meraviglia, perchè passavano due giorni da che
non m'ero alleggerito di certe incomode superfluità. Io mi vedeva
orridamente alle strette tra l'urgenza del caso e tra la vergogna. Non
vidi miglior espediente del cacciarmi entro della mia casa, e chiuderne
la porta dietro di me. Così feci, poi andatomene tanto lontano,
quanto la mia catena me lo permetteva... il resto non ha bisogno di
spiegazione. Fu questa l'unica volta che mi resi colpevole di un atto
sì sconcio; intorno a che supplico il candido leggitore ad accordarmi
qualche perdono, e spero ottenerlo, quand'egli avrà ponderato l'arduità
delle circostanze che mi premevano. Da quella volta in poi fu costante
mio studio il liberarmi di questo pensiero ogni mattina appena alzato,
fuor della porta, e lontano quanto mel permettevano i miei ceppi;
in guisa che prima che mi arrivasse compagnia, ogni immondo vestigio
veniva fatto sparire da due servi muniti di carriuole, assegnatimi per
la mondezza esterna ed interna della mia casa-tempio. Non avrei forse
dovuto fermarmi sì a lungo sopra una particolarità, a prima vista, non
d'alto momento; ma mi parea necessario giustificare agli occhi del
mondo la maniera mia di sentire in ordine a pulitezza; argomento su
cui non sono mancati i maligni che, e nel caso presente ed in altre
circostanze de' viaggi da me narrati, si sono divertiti spargere
qualche dubbio.
Terminata questa faccenda, venni fuori della mia nicchia, chè
certo avevo bisogno di respirar l'aria aperta. In quell'intervallo
l'imperatore era sceso dalla sua torre, e mi veniva in verso a
cavallo; corsa che per poco non gli tornò ben fatale, perchè il suo
cavallo ch'era, se vogliamo, ben addestrato, ma niente avvezzo a
tal vista, qual si fu quella di un'apparente montagna che si movesse
dinanzi a lui, si rizzò su le zampe di dietro; onde ci volle tutta la
maestria del principe, per sua buona sorte, eccellente cavallerizzo,
perchè si tenesse in arcione tanto che arrivassero i palafrenieri
che galoppando si era lasciati addietro: questi, impadronitisi delle
redini, gli diedero agio a smontare. Poichè fu a terra, mi girò attorno
contemplandomi con grande attenzione, per altro tenendosi sempre ad
una distanza maggiore della lunghezza della mia catena. Ordinò ai suoi
cuochi e bottiglieri, muniti già d'ordini precedenti, di apprestarmi
cibi e bevande, il tutto condotto ivi su certe barelle fornite di
ruote, ed alte tanto che fossero a portata della mia mano. Mi presi
in mano le barelle e feci presto a vuotarle tutte: venti di esse erano
cariche di vivande, dieci di vino; in due od al più tre bocconi io mi
mangiava il contenuto di ciascuna delle prime; ogni barella di vino
portava l'equivalente di dieci botti diviso in tante caraffine di
terra, e i recipienti d'ogni barella io facea vuoti in una sorsata.
L'imperatrice ed i giovani principi del sangue d'entrambi i sessi con
molto corteggio di cavalieri e di dame stavano in qualche distanza
nelle loro carrozze, ma dopo il pericolo corso da sua maestà, smontati
tutti, si raccolsero attorno all'imperiale persona che m'accingo ora a
descrivere.
Questo monarca è più alto, quasi d'una mia unghia, di tutti gli altri
della sua corte: circostanza che bastava di per sè sola a comprendere
di rispettosa suggezione chi alzava gli occhi su lui. Vigorose e
maschili ne erano le fattezze, austriaco il labbro, il naso aquilino,
la carnagione olivastra, la fisonomia dignitosa, ben proporzionato
il corpo e le membra, grazioso ogni moto, maestoso il portamento.
Era allora fuori della prima giovinezza, poco mancandogli a compire
i ventinove anni, de' quali ne contava sette di regno felice e quasi
sempre dalle vittorie illustrato. Per poterlo guardar più a mio modo
m'ero accosciato in fianco sì che la mia faccia restasse parallela alla
sua; ma più tardi, essendomelo tenuto ripetutamente fra le mani, non
posso ingannarmi nella descrizione che ne fo adesso. Semplice e liscio
ne era il vestito, di foggia tra l'asiatica e l'europea, ma portava sul
capo un lieve elmetto d'oro ornato di gemme ed una piuma sul cimiero.
Teneva in mano la spada sguainata per difendersi ad un caso che avessi
infranti i miei ceppi; era questa lunga all'incirca tre dita, l'elsa
ed il fodero ne erano d'oro, tempestati di diamanti. Aveva una voce
stridula, ma limpida e sì distintamente articolata, ch'io poteva udirne
le parole da stare in piedi. Le dame ed i cortigiani erano messi in
tanta magnificenza che il sito ove stavano sembrava un tappeto disteso
sul terreno, tutto rabescato di figurine d'oro e d'argento. Sua
maestà imperiale mi volgea sovente la parola, ed io rispondeva, ma non
intendevamo una sillaba l'uno dell'altro. Vi erano parecchi sacerdoti
ed uomini di toga (tali almeno li congetturai dai loro abiti) ai
quali fu ordinato di dirmi qualche cosa. Io ebbi un bel parlar loro in
tutte le lingue, in quelle, intendiamoci, di cui avevo almeno qualche
infarinatura, l'alto e basso olandese, il latino, il francese, lo
spagnuolo, l'italiano, la lingua franca, ma fiato gettato!
Dopo due ore a un dipresso, la corte si ritirò; e fui lasciato con una
buona guardia per impedire le imprudenze, e probabilmente le malignità
che potrebbe commettere la plebaglia ansiosa d'affollarmisi attorno
fino al segno cui poteva arrischiarsi; e fra questa plebaglia vi furono
alcuni che, mentre me ne stavo seduto per terra alla porta della mia
abitazione, ebbero la sfacciataggine di scoccarmi frecce, una delle
quali poco mancò non mi trafiggesse l'occhio sinistro. Ma il colonnello
ordinò che sei de' capi instigatori del disordine fossero presi, nè
trovò per costoro castigo più adatto del darmeli legati nelle mani; a
norma di che alcuni soldati me li spinsero inverso con le punte delle
loro picche. Presili tutti nella mia mano sinistra, ne misi cinque in
una tasca del mio vestito, e quanto al sesto feci mostra di volermelo
mangiar vivo. Quel poveretto gridava come una anima dannata, e lo
stesso colonnello ed i suoi uficiali erano sbigottiti, tanto più,
quando mi videro dar mano al mio coltello; ma li levai ben tosto di
pena tutti, perchè serenandomi in viso, tagliai le cordicelle che
legavano il paziente, e lo posai gentilmente a terra, d'onde fuggì via
con quanta avea gamba. Usai agli altri ugual trattamento, poichè me li
fui tolti ad uno ad uno fuor di scarsella. Potei notare allora come
i soldati ed il popolo gustassero tale contrassegno di mia clemenza,
generoso atto che più tardi, reso noto alla corte, mi fruttò vantaggi
ineffabili.
Sul far della notte entrai non senza qualche fatica nella mia casa,
ove giacqui sul terreno, e continuai così per due buone settimane;
ma in questo mezzo, l'imperatore avea dati ordini perchè mi venisse
apparecchiato un letto. Seicento letti di comune misura furono condotti
su dei carri, ed introdotti nella mia stanza; centocinquanta de' loro
letti uniti insieme facevano appunto la lunghezza e larghezza del mio,
di modo che sovrapposti a centocinquanta mi componevano un letto a
quattro doppi; ma ad onta di ciò, mi era ben tenue riparo alla durezza
del pavimento che era di pietra liscia. Con lo stesso ragguaglio fui
proveduto di lenzuola, di coltri e coperte, abbastanza passabili per me
che era già assuefatto alle asprezze del vivere.
Divulgatasi la notizia del mio arrivo, tirò questa un prodigioso
numero di ricchi, oziosi e curiosi, smanianti tutti dalla voglia di
vedermi, di modo che gl'interi villaggi rimanevano deserti, donde
sarebbero derivati gravi danni all'agricoltura ed all'economia pubblica
e privata, se il provido monarca con gride ed ordini di gabinetto non
fosse andato incontro al disordine. Decretò che chiunque m'avesse
veduto una volta se ne tornasse a casa, nè s'arrischiasse più a
comparire entro un raggio di cinquanta braccia dalla mia abitazione
senza una licenza speciale della corte, la qual cosa fu una bella vigna
di guadagno ai segretari di stato.
Intanto l'imperatore tenea frequenti consigli ne' quali si discuteva
il sistema da adottarsi rispetto a me: affare che dava molto da
pensare alla corte, come ne fui assicurato in appresso da un mio
particolare amico, personaggio di gran distinzione ed ammesso ai
segreti di gabinetto al pari di chicchessia. Or si temea che rompessi
le mie catene, ora che il mio mantenimento divenisse eccessivamente
dispendioso, e producesse una carestia. Qualche volta si è venuto
in discorso di farmi morir di fame, o almeno di scoccarmi frecce
avvelenate al volto ed alle mani, che era poi il modo più speditivo
per disfarsi di me, ma di lì a poco si considerava che il puzzo d'un
così sterminato cadavere come sarebbe stato il mio, avrebbe potuto
portar la peste nella metropoli e probabilmente nell'intero reame.
In mezzo a tali consulte, parecchi ufiziali dell'esercito arrivarono
nell'anticamera della sala del gran consiglio, e due di questi che
furono ammessi in sessione, raccontarono il contegno da me usato
verso i sei delinquenti de' quali vi ho già parlato. Ciò fece una
impressione sì favorevole nel cuore del monarca e di tutti i membri
della tavola di stato, che ne uscì un sovrano decreto, in forza del
quale tutti i villaggi situati in un circuito di novecento braccia
attorno alla città erano obbligati a somministrare ogni mattina sei
buoi, quaranta pecore ed altre vettovaglie pel mio sostentamento; ed in
oltre una proporzionata quantità di pane, vino ed altri liquori; e pel
rimborso de' suddetti generi sua maestà aveva fatto un assegnamento su
la sua imperiale tesoreria. Perchè è a sapersi che quel sovrano vive
soprattutto su le rendite del suo demanio; e ben rare volte, eccetto
casi oltre ogni dire straordinari, leva imposte sopra i suoi sudditi,
che hanno per altro l'obbligo di accompagnarlo nelle sue guerre a
proprie loro spese.
Nello stesso tempo venne istituita una compagnia di seicento
individui obbligati ad essere miei servitori, i quali aveano salari
fissi pel loro mantenimento e l'alloggio sotto altrettante tende,
convenientemente fabbricate ai lati dell'ingresso della mia abitazione.
Fu parimente decretato che trecento sartori mi facessero un corredo di
vestiti secondo la moda della metropoli, e che sei fra i primari dotti
dell'istituto imperiale fossero impiegati nell'insegnarmi la lingua
del paese; finalmente che i cavalli imperiali, quelli della nobiltà
e delle guardie del palazzo facessero gli esercizii alla mia presenza
per avvezzarsi a non aver paura vedendomi; tutti i quali ordini furono
debitamente mandati ad esecuzione.
In tre settimane, poco più, poco meno, si trovò ch'io avea fatto grandi
progressi nell'intrapreso studio della nuova lingua. Durante il tempo
delle mie lezioni, l'imperatore mi onorava sovente delle sue visite,
e si compiaceva assistere egli stesso ai maestri che m'insegnavano.
Cominciavamo già in qualche modo a conversare insieme, e le prime
parole che imparai, e che di poi gli andai ripetendo ogni giorno
mettendomi ginocchione perchè gli giugnessero bene all'orecchio, erano
di preghiera perchè si degnasse concedermi la mia libertà. La sua prima
risposta a quanto mi parve capire si fu: ciò non poter essere se non
l'opera del tempo; non dovercisi pensare finchè non si fosse sentito
l'avviso del suo consiglio di stato; che prima avrei dovuto _lumos
kelmin pesso desmar lon emposo_, giurare cioè di mantenermi in pace
con lui e col suo regno; che nondimeno sarei stato trattato con ogni
cortesia. Mi consigliò intanto a meritarmi con la mia pazienza e la
saggezza del mio contegno la buona opinione di lui e de' suoi sudditi.
Un giorno mi chiese che non m'adombrassi se dava ordine a certi suoi
uficiali di frugarmi i vestiti; perchè probabilmente avrei avute
addosso molte armi che non poteano non essere di pericolosissima
conseguenza se corrispondevano nell'efficacia alla mole della mia
persona. Io gli risposi, parte per cenni, parte con parole, che
sua maestà poteva essere benissimo soddisfatta senza il bisogno di
una indagine d'ufizio, perchè io era prontissimo a spogliarmi ed a
rovesciare le mie tasche alla sua imperiale presenza. Egli mi fece
allora conoscere come le leggi del suo regno portassero che tale
investigazione fosse fatta da due de' suoi ufiziali, comunque egli
vedesse che ciò non si sarebbe potuto praticare senza il mio consenso
ed aiuto; aver egli sì buona opinione della mia rettitudine e nobiltà
d'animo che m'avrebbe lasciato senza diffidenza prendere in mano i
detti due ufiziali; aggiunse che tutte le cose di cui si giudicherebbe
opportuno il privarmi, sarebbero state a me restituite all'atto in cui
abbandonassi il paese, o vero pagate ad un prezzo da stabilirsi da me
medesimo. Mi presi dunque in mano i due uficiali, e me li posi prima
nelle tasche del mio giustacuore, poi nell'altre tasche minori, eccetto
due scarsellini ed un altro taschino segreto, che non avevo intenzione
di lasciar frugare perchè contenea certe cosucce di mio comodo, che non
potevano essere di conseguenza per altri fuorchè per me. In uno dei due
scarsellini io teneva un orologio d'argento, nell'altro una borsa con
poche monete d'oro. Que' due signori, avendo carta, penne ed inchiostro
con loro, stesero un esatto inventario delle cose che videro, poi mi
eccitarono a farne anche per parte mia una nota in iscritto, affinchè a
norma degli ordini venissero portate all'imperatore. Più tardi mi sono
divertito a tradurre quell'inventario ed eccovelo parola per parola.
«Imprimis nella tasca destra del giustacuore del grand'uomo-montagna
(così interpretai le parole _quinbus flestrin_), dopo le più accurate
indagini non trovammo altro che un gran pezzo di drappo ruvido largo
abbastanza per servire di tappeto alla grande sala del consiglio di
vostra maestà. Nella sinistra vedemmo un'enorme cassa d'argento con
un coperchio dello stesso metallo, che non eravamo buoni di alzare,
onde eccitammo il proprietario ad aprirla. Un di noi che si pose a
camminarvi entro si trovò a mezza gamba in una specie di polve, di
cui una parte volata su la faccia mia e del mio compagno ne costrinse
per qualche tempo a non far altro che starnutare. Nella tasca destra
della camiciuola vi era uno sterminato fascio di certe sostanze
bianche piegate una su l'altra, grosso come tre uomini, legato con
una fortissima fune e screziato da figure nere: erano queste, secondo
l'umile nostro parere, scritture di cui ciascuna lettera era larga come
il palmo di una delle nostre mani. Nella sinistra trovammo una specie
di macchina sul cui dorso stava una fila di venti lunghi pilastri
somigliante alla palizzata posta innanzi alla corte di vostra maestà:
congetturammo che con questa l'uomo-montagna si pettini il capo, chè
non sempre gli facevamo interrogazioni, e ciò per la grande difficoltà
che trovavamo nel farci intendere. Nella maggior saccoccia destra del
suo vestito di mezzo (così traduco la parola _ranfu-lo_, e credo sarà
stato un modo rispettoso di cui si valsero per indicare a sua maestà
le mie brache) vedemmo una colonna concava d'acciaio incastrata entro
un torso di legno più grosso della colonna, da cui sporgevano alcuni
enormi pezzi di ferro intagliati in una strana guisa, nè sappiamo che
cosa si possa farne. Nella saccoccia sinistra vi era un'altra macchina
della stessa natura. Nella più piccola scarsella di destra vedemmo
molti pezzi rotondi e piatti di metallo bianco e rosso, di calibro
diverso fra loro. Alcuni dei bianchi pareano d'argento, ed erano sì
larghi e pesanti che il mio compagno ed io durammo non poca fatica
a levarli. Nella corrispondente più piccola scarsella di sinistra
stavano due pilastri neri di forma irregolare. Da stare su la cima
dello scarsellino era cosa quasi impossibile per noi il prenderli per
l'estremità superiore e tirarli di lì. Un di questi era tutto di un
pezzo; dalla parte superiore dell'altro sporgea fuori un certo globo
bianco, grosso all'incirca come dodici delle nostre teste. In entrambi
era rinchiuso un enorme pezzo d'acciaio, come avemmo occasione di
avverare, perchè immaginando che quelle macchine fossero di molto
pericolo, obbligammo l'uomo montagna a farci vedere ogni cosa. Tolti
fuori dalle due casse (tali erano que' due pilastri), i pezzi enormi
d'acciaio che vi si conteneano, ne raccontò come nel suo paese si usi
rader la barba con uno di essi, e trinciar le vivande con l'altro.
Vi erano poi due tasche minori nelle quali non potemmo entrare: egli
le chiamava i suoi borsellini. Erano ampie fenditure alla cima del
suo vestito di mezzo tenute strettamente aderente dalla pressione del
suo ventre. Fuor dello scarsellino destro pendeva una grande catena
d'argento alla cui cima si attaccava, come ce ne accorgemmo dalla
gonfiezza del borsellino stesso, una specie sterminata di macchina.
Gl'intimammo di tirar fuori, che che si fosse la cosa cui facea capo
la grande catena. Vedemmo allora un immenso globo, metà d'argento,
metà d'un metallo trasparente; e ci accorgemmo della trasparenza
perchè vedendo su la superficie di esso certe stravaganti figure
disegnate all'intorno, volemmo toccarle e la sostanza lucida di quel
metallo ce lo impedì. Egli ne appressò agli orecchi questo ordigno
che faceva uno strepito incessante, simile a quello di un mulino: noi
congetturiamo ch'esso sia o qualche animale sconosciuto o il suo dio,
ma incliniamo più alla seconda opinione, perchè (se lo intendemmo
a dovere, giacchè si espresse assai imperfettamente) fa rare volte
alcuna cosa senza consultarlo. Ne disse in oltre essere questo il suo
oracolo che gl'indicava il momento opportuno a ciascuna azione della
vita. Trasse dall'altro borsellino una rete larga quanto basterebbe per
un pescatore, ma fatta in modo che si apriva come una borsa, e parea
gli servisse al medesimo uso. C'erano entro parecchi pezzi massicci
di metallo giallo che, se sono realmente d'oro, devono essere di un
immenso valore.
«Dopo avere così, in obbedienza agli ordini della maestà vostra,
frugate diligentemente tutte le tasche dell'uomo-montagna, osservammo
intorno alla sua persona una cintura fatta della pelle di qualche
prodigioso animale, dal lato sinistro della quale pendeva una spada
della lunghezza di cinque uomini, e dal destro un sacco o gran borsa,
diviso in due celle, ciascuna capace di contenere tre sudditi di
vostra maestà. In una di queste trovavansi parecchi globi o palle di
pesantissimo metallo, grosse a un dipresso come le nostre teste e per
alzar le quali ci volea ben della forza; l'altra conteneva un mucchio
di certi granellini neri, non di gran peso o mole perchè potevamo
metterne fino a cinquanta sul palmo della nostra mano.
«È questo un esatto inventario delle cose che abbiamo trovate su la
persona dell'uomo-montagna, il quale ci ha trattati con grande civiltà
e con tutto il rispetto dovuto a due commissari della maestà vostra.
Firmato e contrassegnato da suggello nel quarto giorno dell'ottantesima
nona luna del ben augurato regno di vostra maestà».