L'autore dà qualche notizia di sè medesimo e della sua famiglia.
— Prime cagioni che lo invogliarono di viaggiare il mondo. —
Naufragio e vita salvata a nuoto. Tocca sano e salvo la spiaggia
a Lilliput; fatto prigioniero, è condotto attorno per quel paese.
Mio padre era un picciolo possidente della contea di Nottingham; fui
il terzo de' suoi cinque figli. Mi pose, ch'io avea quattordici anni,
nel collegio Emmanuele di Cambridge, ove rimasi tre anni, applicandomi
seriamente ai miei studi; ma il peso di mantenermi, benchè m'avesse
fatto un ben magro assegnamento, essendogli tuttavia greve, atteso lo
scarso suo patrimonio, fui costretto entrare qual novizio di chirurgia
sotto il magistero del signor Giacomo Bates, esimio professore
di quest'arte in Londra; presso il quale rimasi quattro anni. In
questo intervallo, mio padre mi spediva a quando a quando qualche
po' di danaro ch'io spesi nell'imparare la nautica e diverse parti
delle scienze matematiche, utili grandemente a chi vuole imprendere
navigazioni, giacchè ho sempre creduto che, una volta o l'altra, sarei
chiamato dal mio destino su questa carriera. Licenziatomi dal signor
Bates, tornai a trovare mio padre; e coll'assistenza di lui, del mio
zio Giovanni e d'alcuni altri parenti, misi insieme quaranta lire
sterline oltre alla promessa di altre trenta ogn'anno per mantenermi a
Leida. In questa università mi dedicai per due anni e sette mesi alla
fisica, ben comprendendo come tale scienza mi sarebbe stata di grande
sussidio nel far lunghi viaggi.
Appena tornato da Leida, il mio buon maestro signor Bates mi raccomandò
perchè fossi ammesso in qualità di chirurgo nel vascello La Rondine,
comandato dal capitano Abramo Pannel, con cui rimasi tre anni e mezzo,
facendo seco un viaggio o due nel Levante ed in altre parti. Tornato
addietro, risolvei stabilirmi in Londra, al che mi confortò il detto
maestro mio, signor Bates, procurandomi con le sue raccomandazioni più
d'una clientela. Preso un appartamento in una piccola casa posta in
Jewry Vecchia, mi pesò il celibato, onde mi sposai con mistriss Maria
Burton, seconda figlia del signor Edmondo, calzettaio, conosciuto
con tal cognome in contrada Newgate, e ne conseguii una dote di
quattrocento sterlini.
Sfortunatamente venne a morire due anni appresso il mio buon maestro
Bates: onde, avendo io pochi amici, le clientele principiarono a
mancarmi; tanto più che la mia coscienza ci avrebbe patito se per
amor di guadagno avessi voluto darmi alle male ciarlatanesche pratiche
d'alcuni miei colleghi. Consigliatomi pertanto con mia moglie e qualche
mio conoscente, presi la determinazione di mettermi nuovamente al mare.
Chirurgo successivamente in due vascelli, feci per sei anni diversi
viaggi in tal qualità alle Indie orientali ed occidentali, dond'ebbe
qualche miglioramento la mia condizione. A bordo impiegava le mie
ore di libertà nel leggere i migliori autori antichi e moderni (chè
andai sempre proveduto d'una suppellettile abbondante di libri); su
le spiagge, nello studiare le usanze e l'indole dei diversi popoli, e
nell'impararne le lingue in che riuscivo con grande facilità, siccome
dotato di una tenace memoria.
L'ultimo di questi viaggi per altro non fu gran che fortunato, onde
credei d'averne abbastanza di mare, e feci proposito di rimanermene
a casa con mia moglie e la mia famiglia. Venuto via da Jewry Vecchia
andai a stare di casa in contrada Fetter, poi al Wapping, sperando
trovar faccende fra que' marinai; ma nemmeno lì ci vidi il mio conto.
Dopo essere rimasto tre anni nella speranza che le cose prendessero
miglior piega, dovei buttarmi all'acqua di nuovo, ed accettai
un'offerta fattami del capitano Guglielmo Prichard, comandante
dell'Antilopa, che era in procinto di fare un viaggio all'Oceano
australe. Salpammo da Bristol ai 4 di maggio del 1699, ed avemmo su le
prime un viaggio assai prospero.
Non ci sarebbe forse il prezzo dell'opera se io incomodassi il mio
leggitore, raccontandogli i particolari delle nostre avventure su
quei mari: basti l'informarlo che nel nostro tragetto di li all'Indie
orientali una violenta burrasca ci trasportò a maestro (nord-owest)
della terra Van-Diemen, ad una latitudine, come apparve dalle nostre
osservazioni, di 30 gradi, minuti 2 ad ostro. Dodici di noi erano
morti per effetto delle immoderate fatiche e del cattivo nutrimento;
si trovavano tutt'altro che in buona condizione i sopravvissuti. Ai 5
novembre, che è il principio della state in que' climi, era sì nebbiosa
la giornata che i piloti s'avvidero di uno scoglio sol quando il
vascello ne fu lontano di un mezzo tratto di gomona, ed il vento era sì
gagliardo che ne spinse irremissibilmente a rompere contro di esso. Sei
della brigata, ed io ne fui uno, lanciata la scialuppa nel mare, fecero
con essa una giravolta onde liberarsi e dallo scoglio e dal bastimento
andatovi addosso. Remigammo per circa tre leghe, secondo i miei
computi, finchè già mezzo morti dalle fatiche e dai disagi sofferti
nel bastimento, non fummo più buoni di durarla in questo lavoro. Ci
abbandonammo pertanto alla discrezione dell'onde, nè passò mezz'ora
che la scialuppa fu volta di sotto in su da un subitaneo buffo di vento
settentrionale.
Che cosa divenisse de' miei compagni della scialuppa, o di quelli
che poterono aggrapparsi allo scoglio, non ve lo so dire; ma dovetti
crederli tutti periti. Quanto a me, mi diedi a nuotare verso dove mi
dirigeva la fortuna, e lasciandomi spignere dal vento e dalla marea,
spesse volte mi sono lasciato andare le gambe all'ingiù, ma senza
trovare mai fondo. Sol quando fui quasi spedito, nè ero più abile ad
aiutarmi da me in alcun modo, sentii che il mio piede toccava la terra;
e da quel momento la burrasca aveva cominciato a calmarsi tanto ch'io
era padrone di tenercelo senza lasciarmi trasportare dai marosi. Il
declivo della spiaggia era sì tenue che dovei camminare circa un miglio
prima di raggiugnerla, e quando ci fui, saranno state, secondo le mie
congetture, le otto all'incirca della sera.
Andai innanzi quasi un mezzo miglio senza scoprire alcun vestigio di
abitanti o di case; o certo, se v'erano, non me ne accôrsi, tanto la
prostrazione assoluta del mio corpo m'avea ridotto a tristo partito.
Alla stanchezza ed al caldo della stagione aggiugnete che io aveva
in corpo quasi un boccale e mezzo d'acquavite, bevuta nel bastimento
all'atto del licenziarmene, e crederete che tutte queste combinate
circostanze mi resero molto proclive al sonno. Mi coricai dunque su
l'erba che era cortissima, pur fitta e soffice assai, ove diedi la più
profonda dormita ch'io mi ricordi avere mai fatta in mia vita, e che ha
ad essere durata circa nove ore, perchè quando mi svegliai, cominciava
appunto a vedersi il giorno.
Feci per alzarmi, ma non fui capace di movermi, perchè, essendomi
occorso d'addormentarmi supino, mi trovai tutt'a due le braccia e le
gambe attaccate con forti legami al terreno; ed alla mia capellatura
assai lunga e folta era stato praticato lo stesso servigio. Sentii nel
tempo stesso che alcune sottili funicelle mi legavano tutto il corpo
dalle ascelle fino alle cosce. Io non potea guardar altro che all'insù,
ed il sole cominciava a scottare e la sua luce ad incomodarmi gli
occhi. Io udivo un confuso bisbiglio d'intorno a me; ma nella postura
in cui giacevo non mi era dato vedere altra cosa che il firmamento.
Di lì a poco sentii alcun che di vivo moversi su la mia gamba sinistra,
e che avanzandosi gentilmente sul mio petto mi montò quasi sul mento.
Chinando gli occhi all'ingiù quanto potei con la mia testa, fatta
immobile dalle legature, vidi che quel vivente era una creaturina
umana, non alta sei dita, con proporzionato arco e con proporzionate
frecce nelle mani ed il suo turcassino dietro le spalle. In questo
mezzo sentii circa un'altra quarantina d'esseri della medesima specie
(tali almeno li congetturai) che venivano dietro al primo.
Vi lascio immaginare se rimasi attonito. Misi un sì forte grido che
tutti si diedero spaventati alla fuga; anzi alcuni di loro (questo
poi l'ho saputo dopo) si fecero male nel saltar giù dai miei fianchi
per far più presto. Ciò non ostante tornarono quasi subito, e un di
loro arrischiatosi al punto di fisare e squadrare i miei lineamenti,
sollevò gli occhi e le mani in atto di ammirazione, e sclamò con voce
strillante ma distinta: _Hekina degul!_ esclamazione che gli altri
ripeterono a coro parecchie volte, senza che certamente io capissi
allora che cosa si volessero dire.
Rimasi tutto questo tempo, ed il leggitore me lo crederà facilmente,
in uno stato di grande agitazione; finalmente a furia di sforzi per
mettermi in libertà, ebbi la fortuna di rompere le cordicelle che mi
strignevano attorno la vita e di staccare dal suolo le caviglie che
tenevano legato il mio braccio sinistro. Allora, portandomi alla faccia
questo braccio, potei capire la meccanica di cui si erano valsi per
legarmi a quel modo, e nel medesimo tempo con una violenta strappata,
che mi produsse tutt'altro che gusto, arrivai ad allentare i legamenti
che attaccavano i miei capelli al terreno, ciò che mi diede abilità
quanta bastava per dare alla mia testa una voltata di circa due dita.
Ma quelle creature tornarono a fuggire dal mio corpo prima che potessi
acchiapparne una sola.
In questa, udii un nuovo grido stridulo oltre ogni dire, dietro cui uno
di que' campioni profferì ad alta voce queste parole: _Tolgo phonac_,
ed in un subito sentii volar su di me la scarica d'un centinaio di
frecce che cadute su la mia mano sinistra la forarono come altrettanti
aghi da cucire. Poi, senza darmi tregua, scoccarono all'aria una folata
di dardi, come facciamo noi colle bombe in Europa, alcuni de' quali
caddero, suppongo, sul mio corpo, ancorchè io non li sentissi grazie
ai miei panni: ed altri su la mia faccia che mi copersi con la mano
destra. Cessata questa pioggia d'armi da lancio, misi un gemito di
dolore, poi voleva far gli ultimi sforzi per isciogliermi, ma que'
signorini non me ne diedero il tempo, chè mi mandarono addosso una
rugiada di quelle galanterie, copiosa più della prima, anzi alcuni
si arrischiarono a tribolarmi i fianchi con le loro aste; ma per
buona sorte li riparava la mia casacca di cuoio di bufalo, onde non
riuscirono a trafiggerli. Credei quindi che il più saggio partito per
me fosse lo starmene quieto per allora; e divisai starci fino alla
notte, durante la quale, avendo la mano destra già in libertà, non
mi sarebbe stato difficile far libero il resto della mia persona; chè
poi, in piedi una volta, io mi giudicava un competitore bastantemente
gagliardo per un intero de' loro eserciti, se pure ciascun soldato era
dello stesso calibro di quello che venne a trovarmi la prima volta. Ma
il destino dispose altrimenti di me.
Poichè quella popolazione si fu accorta che io mi era messo quieto,
non mi vennero scaricate addosso altre frecce; ma dallo strepito che io
udiva, capii che cresceva sempre di numero, e ad una distanza di circa
quattro braccia, rimpetto al mio orecchio destro, udii per una buon'ora
continua un picchiamento come di gente intenta ad una fabbrica.
Arrivato, sin quanto me lo permettevano le caviglie conficcate in terra
e le mie legature, a voltare il capo da quella banda, vidi un palco
alto all'incirca un piede e mezzo da terra, capace di contenere quattro
di quegli abitanti, con due o tre scale a mano per salirvi; dalla
quale tribuna un di loro, che all'aspetto pareva un personaggio di
distinzione, mi tenne un lungo discorso di cui non intesi una sillaba.
Avrei dovuto premettere che quel personaggio principale, prima di
cominciare la sua concione, gridò forte per tre volte: _Langro dehul
san_ (e queste parole e le precedenti mi furono in appresso ripetute
e spiegate). Non appena furono profferite, ebbi presso di me una
cinquantina di quei nativi, che tagliò la cordicella da cui era reso
immobile il lato sinistro del mio capo, ond'ebbi la libertà di voltarlo
a destra e di contemplare la persona ed i gesti dell'oratore. Parvemi
fosse di mezza età e più alto dei tre altri; un de' quali era un paggio
del corteggio, un po' più lungo del mio dito di mezzo, collocato fra
due che gli servivano di braccieri. Egli adempì tutte le incombenze di
un oratore, perchè mi parve notare nella sua aringa molti periodi di
minaccia, ma molt'altri ancora di promesse, di compassione e persino di
cortesia.
Risposi in pochi cenni, ma d'una guisa la più sommessa, sollevando la
mia mano sinistra ed entrambi gli occhi al sole, come chiamandolo in
testimonio della mia sincerità. Ma c'era un'altra cosa: io mi sentiva
morto di fame, che non avevo preso un morsello di cibo fin da più ore
prima di abbandonare il bastimento, e questo bisogno della natura era
sì imperioso, che non potei starmi dal far conoscere il mio mal essere
(anche a costo di mancare alle strette regole dell'etichetta), col
cacciarmi sovente le dita in bocca per dar a capire la mia necessità di
mangiare. L'_hurgo_ (così viene colà denominato un gran personaggio,
come seppi da poi) mi comprese ottimamente. Sceso dalla sua tribuna,
ordinò s'appoggiassero ai miei fianchi diverse scale, su cui salì un
centinaio circa di que' nativi, i quali presero la via della mia bocca,
carichi di canestri pieni di vivande, che il re aveva fatte preparare e
mandar qui alla prima notizia del mio arrivo su quella spiaggia. Notai
che erano composte di carni d'animali diversi, ma al palato non potei
distinguerne le specie. Vi erano spalle, piedi e lombi come quelli di
castrato, cucinati a perfezione, ma più piccioli di un'ala di lodola.
Io ne mangiava due o tre in un boccone, e ad una volta con essi tre
pagnotte, grosse ciascuna come una palla di moschetto. Mi rinovarono
questa provista il più presto che poterono, dando mille segni di
stupore e sbalordimento all'enormità della mia mole e del mio appetito.
Indicai allora per cenni un altro bisogno: quello di bere. A
proporzione di quello ch'io aveva mangiato, capirono che una piccola
quantità di vino non mi sarebbe bastata; ed essendo creature di molto
ingegno, fecero con gran destrezza salir su' miei fianchi una delle
più ampie botti, e, ruzzolatala verso la mia mano, ne tirarono fuori
la cannella. Ne bevei tutto il liquido in una sorsata, perchè la botte
non arrivava a contenere un mezzo boccale di vino, della natura del
mezzo borgogna, ma più delizioso d'assai. Fecero arrivarmi una seconda
botte che mi tracannai nella stessa maniera, poi feci segni per nuovo
vino, ma non ne avevano lì altro da darmi. Terminate che ebbi queste
meraviglie, misero grida e salti di gioia sopra il mio corpo, ripetendo
più volte quelle parole della prima volta: _Hekinah degul!_ Allora mi
fecero segno di gettar giù le due botti, raccomandando per prima cosa
ai passeggeri di tirarsi da banda e gridando forte: _Borach mevolah_;
poi quando videro le botti in aria, fu un grido universale: _Hekinah
degul!_
[Illustration:ill:012b.jpg]
Confesso che mentre costoro passeggiavano così in lungo ed in largo
sopra il mio corpo, mi era venuta più d'una volta la tentazione di
agguantarne con la mia mano sinistra una quarantina o una cinquantina
dei primi che mi fossero venuti a tiro e batterli contro al terreno. Ma
la ricordanza di quanto io aveva sofferto, nè forse era il peggio che
avessero potuto farmi in quella mia posizione, e la parola d'onore che
aveano ricevuto da me, perchè io riguardava per tale la rassegnazione
data loro a divedere, mi scacciarono dalla testa un tale estro. Poi mi
consideravo anche legato dai vincoli dell'ospitalità verso un popolo
che m'avea trattato con tanta spesa e magnificenza. Ciò non ostante
non potevo in mio cuore desistere dallo stupirmi dell'intrepidezza di
quegli esseri in bassorilievo, che salivano e si diportavano sul mio
corpo, mentre io aveva una mano libera, senza tremare alla vista d'una
sì sterminata creatura com'io doveva ad essi parere.
Dopo qualche tempo, e quando videro ch'io non faceva più alcuna domanda
di cibo, mi comparve innanzi un personaggio d'alto conto inviato da
sua maestà imperiale. Sua eccellenza, dopo essere salita su la parte
sottile della mia gamba destra, venne su fino alla mia faccia, e tratte
fuori le sue credenziali, munite del regio suggello, che mi piantò
rasente gli occhi, parlò all'incirca dieci minuti, senza manifestare
alcuna sorta di sdegno, per altro con un certo fare risoluto, spesse
volte accennandomi un punto in distanza, che seppi più tardi essere la
metropoli del regno, lontana di lì un mezzo miglio a un dipresso, ove,
dietro beneplacito manifestato da sua maestà nel consiglio de' suoi
ministri, io doveva essere condotto. Gli risposi poche cose, ma che non
istavano in tuono con la proposta; poichè gli feci un segno con la mia
mano sciolta che portai su la legata (tenendola ben alta dalla testa di
sua eccellenza per paura di buttar giù lui o il suo corteggio), indi mi
toccai con la stessa mano il capo ed il corpo per fargli capire il mio
desiderio di essere libero.
Parve in fatti che m'intendesse, perchè crollò la testa in atto di
dire che non andava bene il mio conto, indi diede alla propria mano
tale atteggiamento donde compresi che volea condurmi di lì in istato di
prigioniero. Pur fece altri segni, bisogna rendergli questa giustizia,
per significarmi che avrei avuto da mangiare e da bere pel mio bisogno,
e che sarei stato trattato eccellentemente. Qui pure mi tornò la voglia
di provarmi ad infrangere i miei ceppi, ma sentii di nuovo il dolore
della mia faccia e delle mie mani piene in parte di pustole, grazie
al complimento degli spilli che vi erano stati scoccati, e alcuni de'
quali ci rimanevano tuttavia conficcati, ed osservai ad un tempo che il
numero de' miei nemici andava crescendo. I miei cenni pertanto furono
intesi ad accertarli che mi sarei acconciato in tutto e per tutto
ai loro voleri. Dietro tal mia promessa l'_hurgo_ ed il suo seguito
partirono da me con civiltà ed ottima grazia.
Immediatamente dopo, udii un generale grido e ripetutamente esclamate
queste parole: _Peplom selan_; poi mi sentii al fianco sinistro una
gran folla di gente, la quale allentò i miei legamenti tanto che fui
in istato di voltarmi sul destro e dispormi ad una operazione che
la mia vescica piena rendea d'inevitabile necessità: al qual bisogno
soddisfeci compiutamente a grande stupore di quella popolazione che,
dal primo mio atto, avendo congetturato benissimo che cosa fossi per
fare, si aperse immediatamente in due ale a destra e a sinistra per non
rimanere sommersa dal torrente che con tanta violenza e strepito sgorgò
dal mio corpo.
Ma io dovea dire come prima di questo incidente, m'avessero spalmate le
mani e la faccia con certo unguento piacevole all'odorato, che in pochi
minuti mi fece passare tutto il dolore derivato dalle loro frecce.
Queste circostanze, unite al ristoro portatomi dai nudrimenti e dalle
bevande che mi recarono, il tutto d'una sostanza assai nutritiva, mi
disposero al sonno. Dormii circa otto ore, come ne venni assicurato
da poi, nè c'era di che stupirne, perchè i medici mandatimi per ordine
dell'imperatore, aveano versata una dose di sonnifero nelle botti del
vino che io aveva bevuto.
Sembra che fin dall'istante del mio primo addormentamento su la
spiaggia, gli abitanti di que' dintorni, accortisi del prodigioso
gigante dormente, ne avessero spedita per espresso la notizia
all'imperatore, e che questi in pien consiglio mettesse subito il
decreto perchè fossi legato nella maniera che vi ho descritta; la qual
fazione seguì nella notte stessa mentre io era immerso nel sonno;
sembra pure che nel medesimo tempo ordinasse l'apparecchio delle
vettovaglie inviatemi e la fabbricazione di una macchina da trasporto
per condurmi alla metropoli.
Una tal decisione può forse apparire arrischiata e pericolosa al
massimo grado, e credo che nessun sovrano dell'Europa, in uguale
occasione, la prenderebbe ad esempio. Pure a mio avviso fu una
decisione circospetta e generosa oltre ogni dire. Mettete un poco che
quegli abitanti si fossero provati, mentre io dormiva, ad ammazzarmi
con quelle loro frecce, con quelle loro lancie. Mi sarei certamente
svegliato alla prima sensazione di dolore, e questo avrebbe incitata
la mia rabbia e le mie forze al segno di rompere, a costo di far male
a me stesso, que' legamenti che mi teneano; e sciolto che fossi stato,
quegli omettini inabili a resistermi non avrebbero potuto aspettarsi
misericordia da me.
È a sapersi che quel popolo era potente nelle matematiche, ed avea
raggiunta una grande perfezione nelle meccaniche, mercè le disposizioni
e gl'incoraggiamenti di quel monarca, famoso proteggitore delle scienze
e dell'arti. Ha questi al suo comando parecchie macchine su le ruote
pel traslocamento d'alberi e d'altri grandi pesi. Spesse volte fa
fabbricare le sue navi da guerra, alcune delle quali hanno sin nove
piedi di lunghezza, nelle foreste stesse ove abbonda il legname da
costruzione, e tali navi, poste su le macchine dianzi accennate, fanno
viaggi di trecento, di quattrocento braccia per giugnere al mare.
Cinquecento carpentieri ed ingegneri pertanto furono messi in opera
per allestire uno de' maggiori carri che avessero. Il corpo di questo
carro, alto quattro dita da terra, avea sette piedi di lunghezza e
quattro di larghezza, e si movea sopra ventidue ruote. Quel grido
_Peplom selan_ che udii prima d'addormentarmi la seconda volta,
contrassegnava l'arrivo di questo carro, posto all'ordine, a quanto
sembra, in quattro ore di tempo dopo il mio arrivo. La macchina fu
portata parallela al mio corpo giacente. Ma la difficoltà principale
consistea nel sollevarmi da terra e mettermi steso su questo carro.
Vennero alzati a tal uopo ottanta pilastri, alti un piede ciascuno,
e gagliardissime funi, della grossezza dello spago degli uffizi di
spedizione, furono attaccate con uncini a larghe fasce, di cui gli
operai subalterni aveano cinto il mio collo, le mie mani, la mia vita
e le mie gambe. Novecento tra i più vigorosi facchini, addetti al
dicastero del genio, furono scelti per tirarmi su mediante un apparato
di girelle poste all'estremità d'ogni colonna, di modo che in men
di tre ore fui levato da terra, portato e disteso e legato stretto
sul carro. Tutte queste cose mi vennero raccontate, perchè mentre si
faceano, io era immerso nel più profondo sonno per una conseguenza de'
narcotici infusi entro il mio vino. Mille e cinquecento de' più grossi
cavalli dell'imperatore, ciascuno alto quattro dita e mezzo, vennero
adoperati per condurmi alla volta della metropoli che, come ho detto,
era lontana di lì un mezzo miglio.
Quattro ore circa dopo esserci messi in viaggio, mi svegliai per un
caso il più ridicolo. Essendo avvenuto che il carro si fermasse un
istante per raggiustare alcun che di andato fuor d'ordine in quella
compostissima costruzione, due giovani nativi, mossi dalla curiosità
di vedere che figura io facessi addormentato, s'arrampicarono tanto che
arrivarono ad entrare nel carro; poi, avvicinatisi pian piano alla mia
faccia, l'un d'essi, un uficiale della guardia imperiale, introdusse
nella mia narice sinistra un buon tratto della sua picca, che facendomi
il solletico in quella parte come se fosse stata una paglia, mi
promosse un violento starnuto; il che gl'indusse a battersela alla
presta per paura di essere veduti. Sol tre settimane dopo, seppi il
motivo di questo subitaneo mio svegliamento. Marciammo lentamente
tutto il restante di quella giornata, e fermatici la notte, rimasero
sino a giorno schierate ai lati del mio carro cinquecento guardie,
la metà munite di torce a vento, l'altra metà di archi e di frecce
per esser pronte a scaricarle su me se avessi tentato disciogliermi.
Nella successiva mattina, al levar del sole ci rimettemmo in cammino,
ed era all'incirca il mezzogiorno quando ci trovammo ad una distanza
di duecento braccia dalla città. L'imperatore e tutta la sua corte ne
vennero incontro, ma i suoi grandi uficiali non vollero comportare in
verun modo ch'egli s'avventurasse a salir sul mio corpo.
Laddove si fermò il carro sorgeva un antico tempio, giudicato il
più vasto che vi fosse nell'intera monarchia. Contaminato, alcuni
anni addietro, da un esecrabile omicidio, il religioso zelo di que'
popoli lo ebbe per profano da quell'istante, onde non servì più che
ai bisogni del comune, e tutti i sacri arredi e suppellettili del
medesimo vennero trasportati altrove. Entro questo edifizio fu deciso
che sarei alloggiato. La porta maggiore che guardava a settentrione,
era alta a un dipresso quattro piedi e larga quasi due, onde, benchè
un po' a stento, io poteva far passare per essa il mio corpo. A
ciascun lato della porta era una finestra non più alta di sei dita
da terra. In quella di sinistra il fabbro ferraio di sua maestà fermò
novant'una catene, simili a quelle che vediamo ai dì nostri (nel 1726)
pendere dagli orologi delle signore in Europa, e quasi altrettanto
larghe, le quali catene venivano a cignere la mia gamba sinistra,
e ve le fermavano trentasei chiavistelli. Rimpetto a questo tempio,
all'altro lato della grande strada maestra, e ad una distanza di venti
piedi sorgeva una torre di cinque piedi almeno d'altezza. In questa
salì l'imperatore coi primari personaggi della sua corte, per avere
il comodo di ben osservarmi; così mi fu detto, perchè io non potei
allora avere la fortuna di vedere questi alti personaggi. Fu fatto
un computo da cui risultò che cento mila abitanti all'incirca della
metropoli ne erano usciti, tutti spinti dalla medesima curiosità; e, a
malgrado degli sforzi delle mie guardie, credo non saranno stati meno
di diecimila quelli che per più riprese salirono sul mio corpo col
mezzo di scale. Fu presta per altro ad uscire una grida che proibiva il
far ciò sotto pena di morte. Poichè gli esperti ebbero giudicato cosa
impossibile che mi sciogliessi dalle nuove catene, vennero tagliate
tutte le cordicelle che mi legavano prima; onde mi trovai in piedi,
dominato da un mal umore, di cui non ho mai provato l'eguale in mia
vita. Ma non vi so descrivere lo strepito e lo stupore di quella
popolazione al vedermi saltare in piedi e camminare; e dico camminare,
perchè le catene che legavano la mia gamba sinistra erano lunghe
circa due braccia, e mi davano la libertà di girare innanzi addietro,
stando sempre nondimeno in quella periferia; mi procuravano un altro
vantaggio, che essendo cioè infitte alle pareti quattro dita al di
dentro della porta, mi permettevano il ficcarmici entro e giacervi con
tutta la lunghezza del mio corpo.