La sua superiorità in un genere di spirito più reale è confermata da
parecchi aneddoti. Un personaggio ragguardevole, di condotta non troppo
regolare, aveva per impresa gentilizia le parole: _Eques haud male
notus_. Swift la comentò in questo modo: _Sì ben noto che se ne fidano
poco_. Aveva una passione tutta sua d'improvvisare proverbi. Un giorno,
in compagnia d'altri suoi conoscenti, passeggiava lungo il giardino
d'un suo amico, e vedendo che il padrone del giardino non pensava ad
offrirgli un frutto, disse: — La mia povera madre m'insegnava questo
proverbio:
Quando a tiro hai la pesca
Di corla non t'incresca.
_Always pull a peach_
_When it is in your reach._
Detto ciò, diede ai compagni il buon esempio di spiccarsi le pesche da
sè.
Un'altra volta, egli ed un amico passeggiando a cavallo, il compagno
cadde col suo cavallo, senza per altro farsi male, entro un pantano;
Swift esclama:
Più è il fango, men disagio
Soffri nel tuo naufragio.
_The more dirt,_
_The less hurt._
L'uomo caduto si levò quasi contento della sua caduta, perchè amava
anch'egli i proverbi, e si maravigliava di non aver mai udito questo,
che in realtà il decano aveva improvvisato opportunamente in quel
momento. Swift si dilettava ancora di comporre adagi rimati; il suo
giornale a Stella prova come a tutte le menome occasioni avesse pronta
la rima.
Fu sollecito oltre ogni dire dell'esterna mondezza, sollecitudine che
portò sino allo scrupolo; amava grandemente gli esercizi della persona,
massime il camminare a piedi. I moderni nostri camminatori riderebbero
della scommessa ch'egli fece di andare a piedi a Chester, facendo dieci
miglia per giorno (un viaggio di circa dugento miglia); non è men vero
che, a quanto si crede, Swift faceva troppo esercizio, e che la sua
salute ne soffriva. Era assai buon cavallerizzo, cavalcava molto, e
s'intendea di cavalli; scelse questo nobile animale per farne l'emblema
del merito morale sotto il nome di _houyhnhnm_. Swift sollecitava le
persone alle quali era affezionato, singolarmente Stella e Vanessa,
a far molto esercizio; a queste ne faceva pressochè un dovere. Non vi
è quasi una sola delle sue lettere, nella quale non finisca parlando
dell'esercizio del corpo come di cosa essenziale alla propria salute,
che rendevano sì incerta la sordità e gli svenimenti cui andava
soggetto. Il suo fisico soffriva d'un'affezione scrofolosa, che
precipitò forse il disordinamento della sua mente, benchè ne sia stato
immediata cagione un dilatamento di serosità al cervello, come rimase
comprovato nella sezione del suo cadavere.
La beneficenza del decano si manifestava con atti superiori d'assai
alla carità ordinaria. Portava sempre con sè una certa somma ripartita
in diverse qualità di monete per distribuirle proporzionatamente
a coloro che gli sembrassero meritevoli di soccorso; chè il suo
grande scopo era quello di aiutare i veri bisognosi senza esporsi
possibilmente al rischio di essere ingannato dalla infingardaggine.
Scrisse parecchi trattati su questi argomenti.
Veniva ricevuto per ogni dove con contrassegni del più profondo
rispetto, e solea dire che avrebbe bisognato istituire una colletta
per mantenerlo di cappelli, perchè i suoi erano frusti in un attimo
a furia di restituire i saluti che gli venivano fatti. Una volta fece
una prova assai gaia della fede che il pubblico prestava ad ogni suo
detto. Si era unita una grande folla attorno al suo decanato per vedere
un'eclissi. Swift, importunato dallo strepito, fece dire a quella gente
che per ordine del decano di San Patrizio l'eclissi veniva differita.
Un tale annunzio straordinario fu accolto sul serio, e la calca
immantinente si dissipò.
Considerato Swift quale scrittore, il suo carattere presenta tre
notabili particolarità. La prima (qualità che lo distingue, e che
ben di rado è stata accordata, almeno dai suoi contemporanei, ad un
autore), è l'originalità. Il medesimo Johnson confessa non esservi
stato forse un solo autore che abbia sì poco accattato dagli altri,
siccome Swift, e che per conseguenza abbia altrettanti diritti
ad essere considerato originale. Non era infatti stata pubblicata
verun'opera che potesse servir di modello a Swift, e le poche idee da
lui tolte ad altri son divenute sue per l'impronta che loro ha dato.
La seconda particolarità che abbiamo già fatta notare, si è l'assoluta
indifferenza per la rinomanza letteraria. Swift si valea della sua
penna come un volgare artigiano degli stromenti del proprio mestiere
senza dar loro una grande importanza. Swift potea bene sentir ansia
sul successo dei suoi ragionamenti, irritarsi delle contradizioni,
prendersela contra gli avversari che facevano guerra ai suoi principii,
e volevano impedirgli di raggiungere la meta cui aspirava, ma in ogni
occasione mostrò pel buon successo dei propri scritti una indifferenza
che presentava tutti i caratteri della sincerità. La non curanza
con cui li lanciava nel mondo, il velo d'anonimo che cercava sempre
di conservare, l'abbandono dei guadagni che potevano derivargliene,
dimostrano com'egli disdegnasse il mestiere d'autore di professione.
La terza singolarità dalla quale andava contraddistinto il carattere
letterario di Swift si è che, eccetto la storia, non si è mai provato
in veruno stile di componimento, senza riuscirci. Ognuno comprende
ch'io non intendo ora parlare d'alcuni saggi pindarici o de' suoi
versi latini, cose di troppo lieve importanza, perchè se ne tenga
qui un conto. Certamente si può dar la taccia di frivola o di assai
volgare alla maniera onde talvolta ha messo in opera il suo talento:
pure i suoi versi anglo-latini, i suoi enigmi, le sue descrizioni
poco dilicate, le sue violenti satire politiche sono nel loro genere
perfette altrettanto quanto lo comporta il soggetto, e lasciano l'unico
rincrescimento di non vedere un sì bel genio impiegato nel trattare
argomenti più nobili.
Nella finzione egli possedeva in supremo grado l'arte della
verisimiglianza, o come lo abbiamo osservato nei _Viaggi di Gulliver_,
l'arte di pignere e sostenere un carattere fittizio in tutti i luoghi
ed in tutte le circostanze. Una gran parte di questo secreto consiste
nell'esattezza dei piccioli fatti staccati che formano siccome il
prologo o, per così esprimerci, la sinfonia di una storia raccontata da
un testimonio oculare. Tali sono le cose che direbbesi non interessar
vivamente altri fuor del narratore. Son queste la palla d'archibuso che
fischia all'orecchio del soldato, e fa più impressione in lui di tutta
l'artiglieria che di poi non ha cessato di tuonare durante l'intera
battaglia. Ma per uno spettatore posto in distanza tutte quelle prime
minuzie vanno perdute nel corso generale degli avvenimenti. Ci voleva
tutto il discernimento di Swift o di De Foe, autore del _Robinson
Crusoè_ e delle _Memorie d'un soldato di cavalleria_, per afferrare
i minuti incidenti atti a fare impressione su lo spettatore che la
levatura del suo ingegno e della sua educazione non hanno assuefatto
a comprendere le cose sotto un aspetto di generalità. L'ingegnoso
autore della _Storia della finzione_, il signor Dunlop, mi ha preceduto
nel paralello ch'io mi era prefisso d'istituire tra il romanzo
di _Gulliver_ e quello di _Robinson Crusoè_. Mi gioverò delle sue
espressioni che rendono le mie proprie idee.
Dopo avere dispiegata la sua proposizione dimostrando come Robinson
Crusoè renda verisimile il suo racconto d'una tempesta, «quei minuti
particolari (egli dice) ne portano a credere tutto il resto della
narrazione. Niuno s'immagina che il narratore avesse fatto menzione di
simili bagattelle se non fossero state vere. Queste medesime bagattelle
sono da notarsi nei _Viaggi di Gulliver_; ne guidano in parte a credere
i racconti meno probabili.»
Niuno ha mai revocato in dubbio il genio di De Foe, ma non era gran
fatto estesa la sfera delle sue cognizioni: donde procede che la sua
immaginazione non ha potuto creare al di là d'uno o due eroi delle
sue finzioni: un marinaio ordinario come Robinson Crusoè, un soldato
grossolano come il suo soldato di cavalleria, alcuni cialtroni di bassa
condizione come alcuni altri personaggi fittizi, ecco le sole parti che
l'estensione delle sue cognizioni gli permetteva di far comparire su la
scena. Egli si è precisamente trovato nel caso dello stregone indiano,
la cui virtù magica non va più oltre dell'aiutarlo a trasformarsi in
due o tre animali. Swift è il _dervis persiano_ che ha la potestà di
far passare la sua anima nel corpo ove le piace trasmigrare, di vedere
cogli occhi del nuovo corpo, d'adoperarne gli organi, d'impadronirsi
perfino dell'intelletto che lo animava. _Lemuel Gulliver, l'astrologo
Isacco Bickerstaff, il Francese che scrive il nuovo viaggio a Parigi,
mistress Harris, Maria la cuciniera, l'Uomo che con l'intenzione di
sollevare i poveri, divisa di mangiare i loro figli, il violento
politico Whig che fa rimostranze su le insegne di Dublino_, son
personaggi disparati fra loro altrettanto quanto appariscono esserlo
col decano di San Patrizio. Ciascuno serba il proprio carattere,
ciascuno si move nella sua propria sfera, sempre colpito da quelle
circostanze che la sua posizione sociale o la sua maniera di vedere gli
hanno rese più interessanti come individuo.
La proposizione che ho stabilita su l'arte di dare verisimiglianza
ad un racconto immaginario, trova il suo corollario nel principio
medesimo. Giova che minute circostanze facciano impressione su lo
spirito del narratore ed usurpino una certa parte del suo racconto,
e giova ad un tempo che circostanze più importanti di propria natura
conciliino solo in parte la sua attenzione, o in altri termini, così
in un racconto, come in un quadro, vi è una lontananza ed un primo
piano; e la scala visuale degli oggetti decresce a proporzione del loro
allontanarsi da chi li racconta. Nè in ciò è men notabile l'arte di
Swift; Gulliver racconta d'una maniera più vaga le cose giunte per voce
d'altri al suo orecchio che non quelle di cui vuol far credere d'essere
stato testimonio egli stesso. Non trovate qui come negli altri viaggi
ai paesi d'utopia, un quadro esatto del governo e delle leggi di quelle
contrade, ma le nozioni generali che un viaggiatore curioso cerca
procacciarsi nell'intervallo di alcuni mesi del suo soggiorno fra gli
stranieri. In somma il narratore è il centro, il grande organo della
storia; non racconta fatti che le circostanze non gli abbiano permesso
di osservare, ma non ne omette veruno, le cui circostanze connettendosi
a dirittura con lui lo rendano importante ai suoi occhi.
Le principali opere in prosa di Swift sono le _Fole (Tales of a
tub)_, il _Viaggio di Gulliver_, le _Lettere del Pannaiuolo_; le
migliori in versi sono il _Club della legione_, _Cadeno e Vanessa_,
poema, la _Rapsodia su la poesia_. Alcune di queste traggono in
molta parte il loro vezzo dalle circostanze che le inspirarono
all'autore e dalla natura dei tempi in cui vennero pubblicate.
Fra le molte e notabili produzioni di questo autore che Voltaire
chiama il Rabelais dell'Inghilterra, il _Gulliver_ è l'opera meglio
destinata a vivere presso la posterità. È per altro giustizia
il dire che un'opera di tanta levatura basta di per sè sola a
stabilire una rinomanza.