III.

I _Viaggi di Gulliver_ comparvero dopo il ritorno di Swift

nell'Irlanda, accompagnati da quel mistero ch'egli faceva quasi sempre

intervenire nella pubblicazione delle sue opere. Aveva abbandonata

l'Inghilterra nel mese di agosto, e in data all'incirca contemporanea

il manoscritto del _Gulliver_ fu gettato da un calesse nella bottega

del libraio Motte.

Il _Gulliver_ venne pubblicato nel successivo novembre con diversi

cangiamenti e stralci che vi praticò la timidezza dell'editore. Swift

se ne dolse ne' suoi carteggi, e riprovò le alterazioni mediante una

lettera che venne inserita nelle edizioni successive.[5] Il pubblico

nondimeno non vide nulla di troppo timido in quello straordinario

romanzo allegorico, che produsse una universale impressione, e fu letto

da ogni classe di persone, cominciando dai ministri e scendendo fino

alle maestre di fanciulli. Ciascuno voleva a tutti i costi conoscerne

l'autore, e persino gli amici di Swift, quali erano Pope, Gay,

Arbuthnot, gli scrissero come se avessero dei dubbi su tal particolare.

Non ne aveano sicuramente, e se bene si sieno valsi di termini atti

a trarre in inganno alcuni biografi, che hanno credute reali le loro

dubbiezze, tutti i predetti dotti, dal più al meno, conoscevano l'opera

prima che fosse pubblicata. La loro perplessità era ostentata, o

facessero così per prestarsi al capriccio di Swift, o fors'anche per

timore di veder le loro lettere intercette, e di trovarsi costretti a

deporre contra l'autore, se mai l'opera di lui avesse destato in più

efficace guisa il dispetto del ministero.

Non fuvvi forse giammai alcun libro che venisse più ricercato da ogni

ceto di persone. I lettori spettanti all'alte classi della società

vi ravvisavano una satira personale e politica; il volgo, avventure

di proprio gusto; gli amici del genere romanzesco, il maraviglioso;

i giovani vi ammiravano lo spirito; i gravi personaggi vi trovavano

lezioni di morale e di politica; la vecchiezza posta in non cale

e l'ambizione delusa vi leggeano le massime di un'amara e viva

misantropia.

L'orditura della satira varia nelle diverse sue parti. Il viaggio a

Lilliput è un'allusione alla Corte e alla politica dell'Inghilterra;

il cavaliere Roberto Walpole, dipinto nel personaggio del ministro

Flimnap,[6] non la perdonò più mai all'autore, e ne è una prova la

sua costante opposizione a quanti partiti furono posti per richiamare

nell'Inghilterra il decano.

Le fazioni dei wigh e dei tory vengono additate dai calcagnini

alti e bassi: i papisti ed i protestanti dai _piattuoviani_ e dagli

_antipiattuoviani_ (pag. 52, 63). Il principe di Galles, che vedeva

ugualmente di buon occhio i wigh ed i tory, rise di gusto al leggere

il temperamento d'un calcagnino alto e d'un calcagnino basso, adottato

dall'erede presuntivo della corona di Lilliput. Il regno di Blefuscu,

in cui l'ingratitudine della Corte lilliputtiana costringe Gulliver

a cercare, se non vuole aver cavati gli occhi, un rifugio, è la

Francia, ove la sconoscenza della Corte inglese obbligò ripararsi il

duca d'Ormond e lord Bolingbroke. Le persone istrutte delia storia

segreta del regno di Giorgio I, comprenderanno facilmente le altre

allusioni. Lo scandalo fatto nascere da Gulliver col metodo adottato

per estinguere (p. 64) l'incendio dell'imperiale palazzo, allude alla

disgrazia della regina Anna, incorsa dall'autore per aver composto

la _Fola (Tale of a tub)_, di cui la Corte si ricordò per fargliene

un delitto, senza sapergli grado che l'opera stessa avea, siccome la

Corte lo desiderava, resi importanti servigi all'alto clero. Noteremo

parimente che la costituzione e le norme di educazione pubblica

dell'impero di Lilliput vengono proposte siccome modelli, e che la

corruttela introdottasi nella Corte non avea data più antica degli

ultimi tre regni scorsi. Quanto alla costituzione dell'Inghilterra,

tale era effettivamente il sentimento dell'autore.

Nel _Viaggio a Brobdingnag_ la satira è di un'applicazione più

generale, ed è difficile lo scoprirvi cose che si riferiscano

agli avvenimenti politici ed ai ministeri dell'epoca in cui venne

pubblicato. Il fine di tale opera si è indicare le opinioni che

adotterebbe su gli atti ed i sentimenti dell'uomo un essere fornito di

un'indole fredda, ponderata, filosofica e d'un'immensa forza fisica.

Il monarca di quei figli di Titani è la figura di un re patriota,

indifferente a quanto è di mera curiosità, freddo per quanto è

solamente bello, ed unicamente interessato a ciò che concerne l'utilità

generale ed il bene pubblico. I rigiri e gli scandali di una corte

europea sono agli occhi di un tal principe altrettanto odiosi negli

effetti, quanto spregevoli nei loro motivi. La duplice antitesi offerta

da Gulliver, che da Lilliput, ov'era un gigante, arriva in mezzo ad una

schiatta d'uomini fra i quali non è più che un pigmeo, è di un effetto

felice. Se vogliamo, si ripetono necessariamente le stesse idee, ma

poichè cangiano d'aspetto nella parte rappresentata dal narratore, ciò

merita piuttosto il nome di continuazione che di replica.

V'ha alcuni tratti intorno alla corte di Brobdingnag che sono sembrati

applicabili alle damigelle d'onore della corte di Londra, per le quali,

a quanto sembra, Swift non professava una infinita venerazione.

Arbuthnot, uno degli scienziati di quei giorni, si chiariva contra il

_Viaggio a Laputa_, in cui vedeva probabilmente uno scherno versato

su la Società reale. Egli è certo che vi si trovano alcune allusioni

ai più reputati filosofi di quell'epoca. Pretendesi fino che vi sia

un frizzo scoccato contra Isacco Newton. L'ardente patriota non aveva

dimenticato che questo filosofo pronunziò il suo voto in favore della

moneta erosa di Wood. Un sartore di Laputa dopo essersi valso d'un

quadrante e delle proprietà di certa curva per prendere la misura

di un abito a Gulliver, gli porta un vestito senza garbo che non gli

si affaceva nè poco, nè assai; vuolsi che ciò alluda ad un errore da

attribuirsi piuttosto al tipografo di Newton, il quale, aggiugnendo,

ove non andava, uno zero ad un calcolo astronomico dello stesso Newton

su la distanza del sole dalla terra, aumentava questa distanza a tal

segno, che nemmeno il sole avrebbe potuto più illuminarci. Gli amici

di Swift credeano parimente che l'idea del percussore (colui che avea

l'incarico di suscitare con una bacchetta le idee dei grandi di Laputa)

gli sia stata suggerita dalle distrazioni abituali di Newton. Il nostro

decano solea dire a Dryden Swift: «Il signor Isacco Newton è l'uomo di

compagnia più insulso che si trovi sopra la terra. Se lo interrogate

su qualche quistione anche ovvia, fa girar e rigirare circolarmente le

idee nel cervello un gran pezzo prima che vi dia una risposta.» Swift,

nel far questo racconto, s'andava descrivendo colla mano due o tre

circoli su la fronte.[7]

Ma benchè Swift abbia forse mostrato men rispetto di quanto ne era

dovuto al più grande filosofo della sua età, e benchè in molti de'

suoi scritti sembri avere in lieve conto le matematiche, la satira di

Gulliver è piuttosto vôlta contra l'abuso della scienza, che contra

la scienza in sè stessa. I _progettisti_ dell'accademia di Laputa ci

vengono presentati come uomini che con una leggiera tintura delle

matematiche pretendevano perfezionare le ideali loro costruzioni

meccaniche a furia di ghiribizzi fantastici e di storture di mente.

Vivevano ai giorni di Swift molti individui di tale razza che abusavano

della credulità degl'ignoranti, li rovinavano, e per la loro imperizia

indugiavano i progressi della vera scienza. Nel mettere in derisione

tali _progettisti_, zimbello alcuni delle loro mezze nozioni, altri

effettivi impostori, da lui presi in tanta avversione da che furono

lo sterminio del suo zio Godwin, ha accattato molti tratti, e

probabilmente l'idea generale di Rabelais, ove nel libro V, capitolo

XVIII, Pantagruel passa in rassegna le occupazioni dei cortigiani di

Quintessenza, regina di Eutelechia (Perfezione intellettuale).

Swift ha parimente posti in ridicolo certi professori di scienze

speculative dedicatisi allo studio di quanto veniva denominato in

allora magia fisica e matematica; studio che non fondato su verun

saldo principio, non indicato o comprovato dall'esperienza, penzolava

tra la scienza ed il misticismo; di tal genere furono l'alchimia, la

fabbricazione di figure di bronzo parlanti, d'augelli di legno volanti,

di polvi simpatiche, di balsami efficaci senza applicarli alle ferite,

ma bensì all'arma che le aveva fatte, d'ampolle di essenza atte a

concimare iugeri sopra iugeri di terreno, e d'altre simili meraviglie

predicate da impostori, i quali trovavano sfortunatamente i creduli che

ne divenivano le vittime. La macchina del buon professore di Lagado,

intesa ad affrettare i progressi delle scienze speculative, ed a

comporre libri su tutti gli argomenti senza verun soccorso di genio o

di sapere, era una allusione derisoria all'arte inventata da Raimondo

Lullo, e perfezionata da quelle belle teste de' suoi comentatori, o

al così intitolato metodo meccanico, la cui mercè Cornelio Agrippa,

uno fra i discepoli di Lullo, s'arrogava il provare «che ciascun uomo

può discutere su qualsivoglia argomento e, con un certo numero di nomi

propri, di sostantivi e di verbi, tirare in lungo con molto splendore e

sottigliezza una tesi, sostenendo ad un tempo due pareri contrari sopra

la stessa quistione.»

Certamente al giorni di Swift un galantuomo poteva credersi trasportato

in seno alla grande accademia di Lagado, allorchè leggeva la _Breve e

grande arte della dimostrazione_, consistente nell'adattare il soggetto

da trattarsi ad una macchina composta di diversi circoli fissi e

mobili. Il circolo principale doveva essere immobile, e vi si leggevano

i nomi delle sostanze e di tutte le cose che potevano somministrare un

soggetto, come _angelo, terra, cielo, uomo, animale_, ec. Entro questo

circolo fisso ne veniva introdotto un altro mobile su cui stavano

scritti gl'_incidenti_, così chiamati dai logici, come _quantità,

qualità, relazione_, ec. In altri circoli apparivano gli attributi

_assoluti_ e _relativi_, ec., con le _formole_ delle quistioni. Girando

i circoli in modo di far cadere gli _attributi_ su la quistione

proposta, doveva derivarne un guazzabuglio di così detta logica

meccanica, che Swift senza dubbio aveva di mira nel descrivere la sua

famosa macchina per comporre libri. Quante volte infatti vi erano stati

ciarlatani che istituivano esperienze per portare al massimo grado

della perfezione l'_Arte dell'Arti_ (chè così fu chiamata). Mediante

un tal metodo di comporre e di ragionare, Kircher che ha insegnato

cento arti diverse di tal natura, ha rinnovellata e perfezionata,

egli dicea, la macchina di Lullo; il gesuita Knittel ha composta su

lo stesso stampo la _Strada reale di tutte le scienze ed arti_; sopra

un egual sistema Bruno ha inventato l'arte della logica; e Kuhlman fa

dubitare se siate desto, o sogniate, quando annunzia la sua macchina

che conterrà non solamente l'arte delle cognizioni universali, o il

sistema generale di tutte le scienze, ma eziandio quella di saper le

lingue, di comentare, criticare, imparare la storia sacra e profana, di

conoscere le biografie d'ogni specie, senza comprendervi la _Biblioteca

delle Biblioteche_, ove si contiene l'essenza di quanti libri furono

pubblicati. Quando si era arrivato a tanto che uomini reputati dotti

millantavano con prosopopea ed in un sufficente latino la possibilità

d'acquistare tutte le immaginabili cognizioni coll'aiuto d'uno

stromento meccanico, assai somigliante ad un fanciullesco balocco, era

tempo che la satira facesse giustizia di tante orride fanfaluche. Non è

pertanto la scienza ciò che Swift ha cercato di mettere in ridicolo, ma

bensì gli studi chimerici cui talvolta era stato compartito il nome di

scienza.

Nella caricatura dei _progettisti_, Swift lascia trapelare le idee

che lo affezionavano, mentre scriveva, alla fazione dei tory. Quando

leggiamo la storia malinconica degli _strulldbrugg_ (degl'immortali

stanchi in formidabil guisa della loro immortalità), siamo condotti

all'epoca in cui l'autore concepì quella indifferenza per la morte

che a miglior diritto avrebbe sentita negli ultimi anni della sua vita

scompagnati dalla ragione.[8]

Alcune severe diatribe contra la natura umana, non hanno potuto essere

inspirate se non dall'ira che, come il medesimo Swift lo ha confessato

nel comporsi il suo epitafio da sè, rodea da lungo tempo il suo cuore.

Confinato in un paese ove la specie umana era divisa in piccioli

tiranni[9] ed oppressi schiavi, idolatra della libertà e

dell'indipendenza che vedeva ad ogni istante calpestate, l'energia de'

suoi sentimenti, fattasi omai incapace di freno, gli fece prendere in

orrore una specie di viventi capaci gli uni di commettere, gli altri

di sopportare tante ingiustizie. Non perdiamo di vista la sua salute

che declinava ogni giorno, la sua felicità domestica distrutta dalla

morte di una compagna da lui amata e dall'affliggente spettacolo del

pericolo che minacciava la vita di un'altra donna statagli non meno

cara, i giorni di lui appassiti nel loro autunno, la certezza di

dover finire i suoi anni in un paese venutogli in avversione per non

esser quello ove aveva concepite sì lusinghiere speranze, e dove avea

lasciati i migliori fra i suoi amici. Questa totalità di circostanze

può fargli perdonare una misantropia generale, che per altro non chiuse

mai il cuore di Swift alla beneficenza. Tali considerazioni che non si

restringono alla persona dell'autore, sono anche una specie d'apologia

alla sua opera, la quale, ad onta del rancore che l'ha suggerita, offre

una lezione morale. Certamente Swift non s'è inteso pignere in tutti

gli enti fantastici della sua immaginazione l'uomo rischiarato dalla

religione o anche dai soli lumi naturali della ragione; ma l'uomo

digradato dal torpore volontario delle sue facoltà intellettuali,

e dall'essersi fatto schiavo dei propri istinti, l'uomo sfortunato

che vediamo nelle classi ultime della società, quando si abbandona

all'ignoranza ed ai vizi ch'ella produce. Considerata la cosa sotto un

tale aspetto, il ribrezzo inspirato da alcuni quadri debb'essere utile

alla morale.

Non per ciò arriveremo ad affermare che la moralità dello scopo

giustifichi la nudità del dipinto, nè l'artista, il quale ne ha

presentato l'uomo nello stato di digradazione che lo accosta ai bruti.

I moralisti dovrebbero imitare i Romani, che sottoponendo a pene

pubbliche la generalità dei delitti, punivano con castighi segreti gli

oltraggi fatti al pudore.

A malgrado d'inverisimiglianze giudicate tali or dalla ragione, or

dalla preoccupazione, i _Viaggi di Gulliver_ destarono un universale

interesse; lo meritavano e per la novità e per l'intrinsico loro

merito. Luciano, Rabelais, More, Bergerac, Alletz, e parecchi altri

scrittori avevano ideato l'artifizio di far raccontare ad alcuni

viaggiatori le scoperte da essi fatte in regioni ideali. Ma tutte le

utopie immaginate per l'addietro si fondavano su puerili finzioni,

o divenivano impalcamento ad un sistema d'impraticabili leggi. Era

serbato a Swift il condire la morale della sua opera col sale della

facezia, il farne sparire l'assurdo col frizzo della satira, il dare

agli avvenimenti i più inverisimili l'aspetto della verità mercè il

carattere e lo stile del narratore. Il carattere dell'immaginario

viaggiatore Gulliver è esattamente quello di Dampier e d'ogni altro

testardo navigatore di quell'età, che fornito di coraggio e di comune

discernimento, dopo avere solcati rimoti mari, riportava a Portsmouth

o a Plymouth i suoi pregiudizi inglesi, e raccontava gravemente e alla

buona quanto avea veduto e quanto gli era stato fatto credere nei paesi

percorsi. Un tal carattere è cotanto inglese che difficilmente gli

stranieri lo possono valutare. Le osservazioni di Gulliver non sono mai

più acute o profonde di quelle d'un capitano di bastimento mercantile

o d'un chirurgo della _City_ di Londra che torni da una lunga corsa

marittima.

Robinson Crusoè, che racconta avvenimenti ben più prossimi alla realtà,

non è forse superiore a Gulliver per la gravità e semplicità della sua

narrazione.

La persona di Gulliver si scorge disegnata con tal verità che un

marinaio affermava di aver conosciuto il capitano Gulliver; null'altro

esservi di sbagliato fuorchè il luogo del suo domicilio, che era a

Wapping, non a Rotherhithe. Una tal lotta tra la facilità naturale e

semplicità dello stile e le meraviglie raccontate, è quanto produce

uno dei grandi vezzi di questa memorabile satira delle imperfezioni,

delle follie e dei vizi della specie umana; i calcoli esatti, che

vengono istituiti nelle due prime parti contribuiscono a dar qualche

verisimiglianza alla favola. Suol dirsi che ogni qual volta nella

descrizione di un oggetto naturale le proporzioni sono ben conservate,

il maraviglioso prodotto dall'impicciolimento o ingrandimento enorme

dell'oggetto stesso è meno sensibile allo spettatore. Certo è che in

generale la proporzione è un attributo essenziale della verità, e che,

quando una volta il lettore ha ammessa l'esistenza degli uomini che il

viaggiatore narra di aver veduti, egli è difficile il ravvisare veruna

contradizione nel suo racconto; sembra al contrario che i personaggi

in cui Gulliver si è scontrato, si comportino precisamente come lo

avrebbero dovuto nelle circostanze ove gli ha immaginati l'autore.

In ordine a che, il maggior elogio che possa citarsi dei _Viaggi di

Gulliver_, è la critica stessa fattagli da un dotto prelato irlandese:

_È tutt'uno; Swift non m'indurrà mai a credere che tali uomini,

tali animali, tali alberi abbiano avuata una esistenza reale_. Vi è

parimente una grand'arte nel far vedere come Gulliver, per l'influenza

degli oggetti dai quali è attorniato arrivando a Lilliput e a

Brobdingnag, perda a gradi a gradi le idee che aveva sulle proporzioni

di statura, e adotti quelle dei pigmei o dei giganti fra' quali visse.

Per non protrarre di troppo queste considerazioni eccito soltanto

il leggitore a notare con quale infinita maestria, per rendere più

solleticante la satira, le azioni vengano ripartite fra quelle due

razze di esseri immaginari. A Lilliput i rigiri, i brogli politici,

che sono la principale faccenda dei cortigiani in Europa, trasportati

in una corte di omettini alti sei dita, divengono un oggetto di

ridicolo, intantochè la leggerezza delle donne e i pregiudizi delle

corti europee, che l'autore presta alle dame di palazzo del regno di

Brobdingnag, divengono nauseanti mostruosità presso una nazione di

sterminata statura. Con queste arti e mille altre, dalle quali trapela

il tocco del grande maestro, e delle quali sentiamo l'effetto senza

arrivare a scoprirne la causa se non in forza di una lunga analisi,

Swift ha convertito una fola buona per le balie in un romanzo cui niun

altro può essere paragonato sia per la maestria della narrazione, sia

pel vero spirito della satira che vi domina. Voltaire, che quando uscì

questo romanzo trovavasi in Inghilterra, lo esaltò ai suoi compatrioti;

raccomandando loro di farlo tradurre. L'abate Desfontaines si prese

l'assunto di una tale versione. Le perplessità, le paure, le apologie

di questo Desfontaines si leggono nella singolare introduzione che egli

premise al suo lavoro; prefazione ben atta a dare un'idea su lo spirito

e le opinioni di un letterato francese di quell'età.

L'abate Desfontaines crede accorgersi che quest'opera dà un calcio a

tutte le regole; chiede grazia per le stravaganti fole che egli si

è ingegnato di vestire alla francese; confessa che a certi tratti

dei _Viaggi di Gulliver_ si sentiva cader di mano la penna, tanto

grandi erano l'orrore e la sorpresa che lo comprendeano al vedere

sì audacemente violata dall'autore satirico inglese ogni buona

creanza.[10] Paventa non vadano a cadere su la corte di Versaglies

alcune frecciate scoccate dalla penna di Swift, si affaccenda con

mille circollocuzioni a protestare che la totalità del romanzo è

allusiva ai _toriz_ e ai _wigts_ (chiama così i tory e i wigh) da cui

è _infestato il fazioso regno dell'Inghilterra_. Conchiude assicurando

i suoi leggitori di aver non solamente cangiati molti incidenti

onde accomodarli al gusto dei suoi compatrioti; ma di aver omesse le

particolarità nautiche ed una quantità di _minuzzame tanto detestabile

nell'originale_.[11] A malgrado di questa ostentazione di gusto

prelibato e di dilicatezza, la versione di cui si parla è tollerabile.

L'abate Desfontaines fece la sua palinodia per aver tradotta un'opera

secondo lui sì difettosa; col pubblicare una _Continuazione dei Viaggi

di Gulliver_, in uno stile tutto suo e affatto diverso da quello del

suo prototipo.[12]

Anche in Inghilterra è stata pubblicata una _Continuazione dei Viaggi

di Gulliver_, un preteso terzo volume. È questa il più impudente

accozzamento di pirateria e di falsità ch'uomo si sia mai fatto lecito

nel mondo letterario. Mentre vi era chi sosteneva essere stata composta

dall'autore del vero _Gulliver_ questa _Continuazione_, si scoperse

che non era nemmeno l'opera del suo imitatore, ma la cattiva copia

d'un romanzo francese affatto oscuro, ed intitolato la _Storia dei

Severambi_.

Indipendentemente dalle indicate continuazioni, era impossibile che

un'opera di tanto grido non facesse nascere la voglia d'imitarla, di

farne la parodia, di pubblicarne la chiave; com'era impossibile che

non somministrasse inspirazioni a qualche poeta; che non fruttasse al

suo autore ora encomi, ora satire, in somma tutto quanto per solito

si connette con un trionfo popolare, non omesso lo schiavo incatenato

al carro, le cui grossolane ingiurie ricordano all'autor trionfante

ch'egli è sempre uomo.

I _Viaggi di Gulliver_ doveano sempre più aumentare, siccome accadde,

il favore di cui godeva il loro autore alla corte del principe di

Galles. Ricevè lettere le più cortesi, le più affettuose e sparse anche

di amichevoli lepidezze su Gulliver, su gl'Yahoo, su gli abitanti

di Lilliput. Nel partirsi dall'Inghilterra, Swift avea chiesto

alla principessa e a mistress Howard un picciolo dono, un pegno che

attestasse qual differenza entrambe ponevano tra l'autore dei _Viaggi

di Gulliver_ e un ordinario pretazzuolo. Non pretendeva che il regalo

della principessa oltrepassasse in valore dieci lire sterline, nè una

ghinea quello di mistress Howard. La principessa promise un dono di

medaglie che non furono mai spedite. Mistress Howard, più memore della

parola data, spedì a Swift un anello; alla lettera che lo accompagnava

Swift rispose a nome di Gulliver, ed aggiunse alla sua risposta

una picciola corona d'oro che rappresentava il diadema di Lilliput.

La principessa accettò un taglio di drappo di seta, di manifattura

irlandese, del quale si fece una veste. Nella sua corrispondenza, Swift

torna un po' troppo spesso su questo presente; e vi è gran luogo di

credere che se il principe fosse salito sul trono, Gulliver, valendoci

dell'espressione di lord Peterborough, _avrebbe fatto dar del gesso ai

suoi scarpini, ed imparato a ballar su la corda per diventar vescovo_.

Viaggi di Gulliver nelle lontane regioni · 第 9 / 65 题