_Francesco_
_(astioso)_ È arguta la vecchietta!
_Ludovico_
Tu la tormenti troppo.
_Francesco_
Di': perdo di rispetto anche alla vecchiaia? Non è così? Fammi una
predica, adesso.
_Ludovico_
Volentieri.
_Francesco_
_(alzandosi)_ Ma io ti saluto, caro. _(Prende il paltò.)_
_Ludovico_
Te ne vai davvero?
_Francesco_
Eh sì. Ti ho già troppo distolto dal tuo lavoro.
_Ludovico_
Nulla di urgente.
_Francesco_
_(infilando il paltò)_ E poi, qua dentro fa un freddo indemoniato.
_Ludovico_
Accenderò il caminetto.
_Francesco_
Lasciami andar via. Sono aspettato.
_Ludovico_
A quest'ora?
_Francesco_
A quest'ora.
_Ludovico_
E da chi? Ah! Capisco: hai delle donne....
_Francesco_
_(accendendo ancora una sigaretta)_ Può darsi.
_Ludovico_
Ma bada che ciò è rovinoso per la tua salute.
_Francesco_
Oramai!...
_Ludovico_
Ed è ridicolo, per giunta. Dopo tutto, sei un uomo d'ingegno.
_Francesco_
Secondo te, le donne sono il monopolio dei cretini?
_Ludovico_
Non fingere di fraintendere. Se fosse sempre la stessa donna, non avrei
niente a ridire.
_Francesco_
Ma, scusa, per non cambiare di donne dovrei io trovarne una che non
cambiasse di uomini. E questo è il problema! Cercherò di fabbricarmela
da me.
_Ludovico_
Non si tratta di fabbricarsela. In fondo, tutto sta ad innamorarsi.
_Francesco_
E ad innamorare.
_Ludovico_
Comincia con l'innamorarti tu.
_Francesco_
E che ne sai ch'io non l'abbia già fatto?
_Ludovico_
Troppe volte.
_Francesco_
Una volta sola!
_Ludovico_
E lei?
_Francesco_
Lei? _(Ride amaramente)_ Eh eh eh! _(Pausa.--Poi, a un tratto, prendendo
il cappello)_ Be', buona notte, Ludovico.
_Ludovico_
No, non voglio che tu te ne vada, ora. Vieni qua.... Fammi le tue
confidenze.... E non fumare tanto: mi sembri un fumaiuolo. Siedi.
Parliamo tra noi.
_Francesco_
_(obbedendo di malavoglia, resta, senza sedere.)_ Mi secchi.
_Ludovico_
Ma come! Io ti dico ogni mio segreto, io ti metto a parte di tutto ciò
che mi riguarda, io ti mostro ogni piega dell'animo mio, e tu, invece,
sei così poco espansivo con me, così misterioso, così... autonomo....
_Francesco_
_(interrompendolo)_ Magnifica parola: «autonomo»!
_Ludovico_
_(continuando)_ E io vedo che dentro di te c'è un altro mondo, e che
questa aridità che t'imponi ti rende peggiore. È un grande conforto il
poter rivelare a qualcuno le proprie angosce. Quando l'anima trova nella
voce e nella parola l'espressione d'un suo dolore, tutto quel che c'è in
esso di più acre se ne va, e ne resta quel tanto che può essere almeno
sopportato con una certa rassegnazione. Non mi credi?
_Francesco_
Sicuro! Ma ci sono degli uomini che provano una voluttà particolare
appunto in ciò che il dolore ha di più acre. _(Si eccita morbosamente.)_
Essi non ammettono la rassegnazione, ed è forse per questo che non
vogliono crearne nemmeno la possibilità. Per essere espansivi, s'ha da
essere buoni come sei tu. Io, per esempio, io sono cattivo, e mi
compiaccio d'esserlo. Mi ci trovo bene. L'uomo buono, guarda, è un
creditore dell'umanità; l'uomo cattivo ne è un debitore: e la parte del
creditore non mi conviene nè punto nè poco, visto che l'umanità non paga
mai i suoi debiti. _(Eccitandosi sempre più)_ Insomma, se ti credessi
tale da sapermi trasformare, io ti pregherei di non incomodarti e di
lasciarmi essere tranquillamente una canaglia. Mi sono spiegato? Mi hai
capito? No? No?... E non ci capiremo mai, e non è proprio necessario di
capirci. Tu stai al nord, io al sud. Tu ami, io invidio. Tu vedi tutto
roseo, io tutto nero. Tu sei un fortunato, io un disgraziato. Tu sei un
uomo sano, io un infermo. Tu sei uno sciocco che ha del genio, e io sono
un uomo d'ingegno che non ha niente! Ed ora, mettiti a lavorare, e a
rivederci domani.
_(Esce.)_