E noi, a onorar la memoria di Selvaggia dei Vergiolesi, e dell'illustre
poeta e legista messer Cino de' Sinibuldi che di lei si dolcemente
cantava, e perche le passate cittadine discordie ammaestrino gli
avvenire, ci provammo a tessere questo racconto. Or esso qui e compiuto.
Ma per chi brami d'aver particolare contezza di quel che avvenne dipoi
delle persone e dei luoghi che vi ricordammo; e perche si sappia quali
furono i fonti storici d'onde fu tratto, e che nella tessitura di esso
potemmo conservare senz'alterarli, vi abbiamo aggiunto le seguenti
notizie.
Fu detto e in qualche cronaca tramandato che le ceneri di Selvaggia
fossero state deposte dentro la rocca del castel di Sambuca. Partito
pero di lassu il Vergiolesi con tutti i suoi di parte Bianca, per le
varie vicende che dovette subir quel castello, qual mano pietosa, pur
volendo, avrebbe potuto rovistare a suo agio fra quelle mura? Non furono
esse per molto tempo occupate e custodite gelosamente dall'avverso
partito, o da altre fiere masnade? E ne' secoli appresso la indifferenza
a quanto potesse esservi di memorie generose, cavalleresche e gentili,
non si tento sempre d'insinuarla da chi n'ebbe il potere?
Fu occupato infatti il castello, prima da Castruccio (1324), poi da'
Fiorentini (1351). E poco fortificato, lo tolse loro con quel di
Piteccio l'arcivescovo e signor di Milano Giovanni Visconti, per mano di
Giovanni Visconti da Oleggio capitano delle milizie milanesi, quando,
impadronitosi di Bologna, scendeva con esse da questi monti a por
l'assedio a Firenze: finche poco dopo, conclusa la pace fra le citta
guelfe, fu restituito ai Pistoiesi, che lo munirono di genti d'armi. Il
castel di Piteccio poi nel 1387 per un incendio fortuito fu interamente
distrutto. Nel 1401 messer Riccardo Cancellieri, capo de' fuorusciti
Ghibellini, cacciato di Pistoia dai rivali Panciatichi, sorprese con
inganno il castello della Sambuca; e favoreggiato da Giovan Galeazzo
Visconti duca di Milano, in potere del quale voleva porre Pistoia, lo
tenne per tre anni, e vi fece scolpire lo stemma dei Cancellieri con
questo motto--per forza. Lo stemma v'e ancora. Ma morto il duca, e
mancatogli tal sostegno, venne a patti, e restitui il castello ai
Pistoiesi.
Da quel tempo il castel di Sambuca segui le sorti di Pistoia, caduta con
Firenze in potere dei Medici; e fino da pochi anni fu sede d'un
giusdicente. Furon tolti i merli al suo piu alto cerchio di mura che
davan tuttora il carattere di fortilizio: la rocca di cinta fu affatto
distrutta, e solo rimase il maschio e la torre pentagona, ma rovinata di
piu di due terzi. Venuto non son molti anni in poter di un privato, e
per lui rovistatosi nell'interno, vi si rinvennero armi, scheletri, e
qualche moneta d'argento e di rame de' tempi della repubblica
fiorentina. Ma non ebbe alcun restauro; e solo rimangono i suoi ruderi,
che si scorgono d'assai lontano sul crinale del poggio, come d'un antico
baluardo di guerra, e come segno di contraddizione fra i popoli italiani
del medio evo.
Non e da tacere pero che in un campo poco distante dalla cinta del
castello, fra esso e la chiesetta della Vergine del Giglio, nel 1844
nello scavare il terreno, fu trovata una cassa di legno d'antica forma,
ogni mezzo braccio cerchiata di ferro, inchiodata con chiodi tripuntati
d'ogni parte. Dentro la quale (riferivaci il medico del paese che la
esamino) era lo scheletro di persona, la cui lunghezza appariva di
giusta statura: i denti avea tutti e bianchissimi, e sempre attaccati
alle mascelle: il teschio ben conservato, e da supporlo di giovane
donna. Per queste ragioni fu giudicato che quello potesse essere il
sepolcro di Selvaggia: tanto piu che in quel terreno, forse cimitero in
quel tempo, fu sempre detto esservi esistita una torre, alla quale si
giungeva per un sotterraneo che movea dal castello. La detta cassa con
quanto vi era rimase ivi sepolta.
Nella montagna, per quante ricerche si sien fatte, nissun canto popolare
nissuna leggenda e rimasta di questa gentile. Pero fra i montanini della
Sambuca pochi son quelli che non dicano che su nella rocca fu sepolta
madonna Selvaggia. La stessa mancanza di tradizioni popolari si
riscontra per messer Cino: benche egli nel suo Canzoniere, lo stesso
Petrarca e tutti i cronachisti pistoiesi attestino del suo amore per
essa. Solo a ponente del diruto castello di Vergiole, ora villa d'un
privato, e una rada querceta che ancora serba il nome di--_Prato di
Cino_.
Quanto alla famiglia dei Vergiolesi vogliam qui far notare, che se
abbiamo fatto crear cavaliere messer Fredi de' Vergiolesi sul feretro di
sua madre, era questa una costumanza comunissima fra le repubbliche del
medio evo, a porger nel popolo idea piu sacra e solenne dei voti, che in
pro della religione e della patria dovevan farsi dal nuovo ascritto a
quella milizia. Cosi un altro pistoiese (come narra l'Ammirato nella sua
Storia), Riccardo di messer Lazzaro Cancellieri, nel 1333 eletto potesta
di Perugia, per concessione del gonfaloniere di giustizia e dei signori
Anziani di Pistoia, fu armato cavaliere sulla sepoltura del padre suo,
da messer Simone Peruzzi cavalier fiorentino a cio deputato.
Di detta famiglia de' Vergiolesi dopo l'abbandono della Sambuca, si
trova ricordato nelle Storie Pisane del Roncioni un Filippo Vergiolesi
alla battaglia di Montecatini del 1315 dalla parte de' Ghibellini. Se
fosse stato il capitan Filippo padre di Selvaggia, doveva essere assai
vecchio. Ne poteva far meraviglia, pensando che quella era e fu
veramente l'estrema speranza del suo partito. Con piu probabilita
nondimeno ci atteniamo all'opinione del Salvi, storico pistoiese, che
dice avervi combattuto messer Fredi figlio di Filippo. Seguirono le
stesse parti un Francesco di Detto, andato ad Avignone a pregar
Vinciguerra Panciatichi che si ponesse a capo de' Ghibellini[9] ; un
Guidaloste vicario di Modena per l'imperatore: un Tancredi dottor di
leggi. E sotto il principato si ricorda un Bello di Francesco
provveditore del Comune. La casata de' Vergiolesi si estinse in Betto di
ser Francesco nel 1703.
[9] Vicinguerra verso il 1310 tornato a Pistoia ricchissimo, vi fece
edificare quel grandioso palazzo che ancor vi si vede: quindi, le
ville di Castelnuovo, di Montebuono, di Cafaggio, di
Castel-Martini, e la magnifica della Magia; tutte nel circondario
pistoiese. Mori nel 1322.
_Genealogia e Storia della famiglia Panciatichi_, descritta da
Luigi Passerini. (Firenze, 1858.)
Che ne fosse del Fortebracci da quel giorno che Musone co' suoi fu
impiccato, nessuno piu ne seppe. Si parlo per qualche anno d'un romito
che abitava su per que' monti, ma qua e la come un fuggiasco, e senza
che alcuno l'avesse visto che da lontano. Poi corse voce che un
disperato si era precipitato da un di quei poggi, detto il _balzo de'
corvi_, giu per un burrone della Limentra: e che tutte le notti in quel
tonfano dov'era caduto si vedesse vagolare una fiammella, che quella
gente superstiziosa duro a credere la sua anima. Fosse stato (dicevano)
il Fortebracci costui, che la disperazione e il rimorso l'avessero
spinto a questo passo? Certo che se la credenza fu invalsa, il tempo e
il buon senso l'hanno dileguata.
Pel nostro racconto abbiam profittato delle inimicizie private, che,
secondo la storia, passavano fra la sua famiglia e quella de' Sinibuldi,
e de' Vergiolesi, e delle parti avverse che ciascuno seguiva; e le
accalorimmo di piu con una gelosa passione amorosa. Se ad estinguer gli
odi e i rancori che duravano fra di essi, la missione di pace ci piacque
di affidarla alla stessa Selvaggia, anche qui possiam dire che il fondo
della storia gli e vero; leggendosi nel Salvi queste parole: "E perche
in Pistoia il pubblico bene od il male dipendeva in gran parte dalle
famiglie de' Fortebracci e de' Vergiolesi, le quali erano state fin qui
discordi, ed eransi fieramente perseguitate, circa al 1310 si diedero
giuramento di fedelta, e di esser sempre a scambievol difesa."
E ricordato pur di que' tempi nelle dette storie del Salvi quel Musone
della Moscacchia con la sua banda, come contrabbandiere ed assassino
temuto su que' confini.
Non parleremo dell'assedio di Pistoia. Noi fortunati se avessimo saputo
colorire in parte la breve ma mirabile descrizione che ne lasciava Dino
Compagni, e l'anonimo autore delle Storie pistolesi, che furono pure i
principali fonti storici del nostro racconto!
Fra le famiglie pistoiesi che ricordammo, e che tutte, secondo li
storici, presero parte agli avvenimenti di quel tempo, non ci
tratterremo a discorrer di quelle omai si famose de' Panciatichi e de'
Cancellieri.
Fra le altre ponemmo in vista anche quella de' Rossi. Vogliamo notare
che una parte di questa, con Lapo di messer Re, eletto giudice delle
cause civili e successo a messer Cino, rimase in Pistoia e vi tenne
sempre onorevoli uffici. Un'altra invece si suddivise: e alcuni preser
dimora in Firenze, altri in Pisa, altri in Napoli. E fu dai Rossi di
questa citta, discendenti in retta linea da que' di Pistoia, che nacque
Porzia, celebre per le sue virtu, e per aver dato i natali a Torquato
Tasso, che l'amo sempre di grande amore, grato alla prima educazione che
da lei ricevette[10] .
[10] Porzia nel 1539 disposata a Bernardo Tasso, fu figlia d'Jacopo di
Piero di Ranieri de' Rossi: il quale ebbe pure due maschi, Lodovico
e Francesco, e un'altra figlia, Ippolita, dalla consorte Lucrezia
de' Gambacorti di Pisa.
_Memorie manoscritte della famiglia de' Rossi di Pistoia_,
esistenti presso di essa. Notizie biografiche di _Porzia de Rossi_
pubblicate da _Giuseppe Tigri_ per le Nozze _De Rossi_ e
_Rucellai_, Pistoia 1871.
Simone di Filippo Reali da Pistoia, che abbiamo veduto seguir con l'armi
le sorti del Vergiolesi, fu vicario di tutta la Lunigiana per Arrigo
imperatore: poi nominato da lui signor di Gaddo e Montechiaro in
Piemonte; e nel 1331 luogotenente di Giovanni re di Boemia in Pistoia
per distaccarla da' Fiorentini.
Si puo argomentar facilmente che que' giovani Ghibellini, che da Firenze
venivano in aiuto del Vergiolesi, per poco tempo rimanessero prigionieri
a Bologna, come coloro che i piu appartenevano alle primarie famiglie di
Firenze, con la qual citta Bologna allora aveva stretta alleanza.
Quanto alla storia della Pia, abbiamo consultato i documenti sanesi,
pubblicati da B. Aquarone. Siena per F. Gati, 1865.
Ci rimane ora a parlare di messer Cino. E a brevi tratti ne continuiamo
la vita, perche anche fra 'l popolo sia piu noto, di quel che non e,
l'ingegno ed il merito di si gran cittadino. Gia abbiamo detto con qual
nobil proposito si era recato a Milano. Cola, o forse a Chambery reduce
da Losanna ove pote aver visitato l'imperatore, assunse l'ufficio
d'assessore di Lodovico di Savoia. Questi, costituito senatore romano da
papa Clemente V, che sulle prime favoreggio la calata in Italia
dell'imperatore; con altri ambasciatori imperiali veniva appunto di quel
tempo in Firenze per disporlo, benche indarno, a far buona accoglienza
ad Arrigo; sarebbe poi passato a Roma con 500 cavalli a prepararvi per
esso la solenne incoronazione. Cino allora doveva esser con lui, di poco
avendolo preceduto nel passaggio dell'Appennino per fermarsi alla
Sambuca.
Frattanto l'imperatore movendo di Svizzera con pochi cavalli, passo la
montagna per le terre di suo cognato Amedeo V, conte di Savoia,
senz'armi perche il paese era sicuro. Amedeo che era andato incontro ad
Arrigo, e lo aveva festeggiato con regia pompa a Chambery, lo accompagno
in Italia con molto stuolo de' suoi gentiluomini. Amedeo, Filippo e
Lodovico di Savoia erano tutti per lui.
Quali si fossero le eminenti virtu di Amedeo, il cui nome fu tramandato
ai posteri col titolo di _grande_, basta consultare il conte Cibrario,
l'illustre storico di Casa Savoia, e sapremo com'egli fu in continua
guerra con vari principi di qua e di la dall'alpi per mantenere integri
i diritti del principato, per lui accresciuto di nuovi acquisti nel
Genovese, in Savoia, e nel Piemonte; si, che narra una cronaca, che egli
si trovasse a trentacinque assedi. Allo spirito marziale aggiunse
ingegno colto e gentile. Viaggio piu volte in Francia, nelle Fiandre, in
Inghilterra. In Italia visito la Toscana, e per tre volte Roma, perche
amantissimo e protettore delle arti belle. Ne minor celebrita si
acquisto nelle cose civili. Diminui le contese di famiglia, e i
contrasti di successione si frequenti a' suoi tempi; e fu il primo che
dettasse una legge di successione con ordine di primogenitura fra i
maschi ad esclusione delle femmine. Organizzo e concentro i poteri dello
Stato; favori i Comuni, e abbasso l'alterigia de' baroni, per unificare
e fondere insieme genti varie e divise, favorendo cosi l'industria, il
commercio e la generale prosperita.
Ma fra tante nobili imprese, bella e memorabile e la parte che sostenne
presso di Arrigo. Narran gli storici che, giunto l'imperatore ove
dall'alto del Moncenisio s'incomincia a scorger l'Italia,
inginocchiatosi, ad alta voce prego Dio che lo serbasse illeso fra la
rabbia de' Guelfi e de' Ghibellini. Il che udendo Amedeo, disse ad
Arrigo, che in pro dell'Italia il miglior consiglio era quello di non
favorire piu l'una parte che l'altra, ma soffocare gli odi e gli sdegni,
e ogni seme di discordia fra gli estremi partiti. Nobil proposito, che
nella dinastia di Savoia perduro sempre fino ai di nostri, ne' quali
ebbe in sorte di vederne i salutevoli effetti. La qual dinastia
dappoiche comincio a regnare, adopratasi per tanti secoli col senno e
con la mano a farsi potente e gloriosa, e favorire la causa nazionale,
bene oggimai dal voto unanime della nazione pote meritarne col supremo
potere la debita ricompensa. E meglio per Arrigo e per lo scopo
propostosi, se, giusta l'avviso d'Amedeo di Savoia, giunto in Italia non
avesse fatto altro che metter pace fra le divise citta! Ma gittatosi
troppo dal partito de' Ghibellini, da' quali accetto protezione e
danari, ebbe dai Guelfi odio implacabile, e forse anche la morte!
Messer Cino, dopo la mala accoglienza avuta con l'imperiale ambasceria a
Firenze; dopo le vicende tumultuose di Roma, e dentro breve termine dopo
la morte dell'imperatore a Buonconvento, non e a dir quanta doglia in
quel core caldissimo d'amor patrio dove provare, di gia esacerbato per
la perdita di Selvaggia! Dell'una e dell'altra ne pianse in versi e per
lettere con gli amici i piu intimi. In prima con Dante suo per ambedue
le cagioni: e con lui amicissimo continuo la corrispondenza nell'esilio:
come ne attesta una lettera latina di Dante a Cino, ritrovata
dall'illustre dantofilo Witte, con questa direzione: "_All'Esule
Pistoiese il Fiorentino [pg!302] immeritatamente sbandito, per lunghi
anni salute, e ardore di perpetua carita_;" e dove a confortarlo per le
uguali sciagure, conchiude: "_Io ti esorto, fratello carissimo, ad esser
paziente contro i dardi di Nemesi._" Scrisse a Messer Guido Novello una
bella canzone in morte di Arrigo; poi per Selvaggia ad Agaton Drusi di
Pisa; all'amato Gherarduccio Garisendi da Bologna, a Cecco d'Ascoli, e
ad Onesto Bolognese.
Ma e pero vero che la sventura, come avviene ne' nobili spiriti, non sol
non l'affranse, ma pote ritemprarlo di vigoria, e di novelle forze
intellettive: e per esse, e nel pensiero della donna sua (perche di rado
incontra che uomini di gran cuore e d'ingegno non abbiano avuto nella
sventura una pia immagine di donna a confortarli) s'accrebbe in Cino la
brama che Selvaggia gli aveva ispirato, quella, cioe, com'ei disse, di
_seguir l'alto stato_. Da quel tempo infatti ei cerco l'unico e il piu
nobil conforto ne' suoi studi di legge.
Secondo il suo dotto biografo il professore Sebastiano Ciampi, gia fino
dal 1312 aveva posto mano al celebre _Commento su i nove libri del
Codice_; e gia nel luglio del 1314, compiuto con mirabile speditezza si
dotto lavoro, e insignito della laurea dottorale, per quest'opera
principalmente fu dichiarato il piu illustre giureconsulto dell'eta sua.
Scrisse inoltre le _Addizioni all'Inforziato_, e ad altri libri di gius
imperiale _sulle successioni ab intestato_: e infine altra opera non
meno elaborata _sul Digesto vecchio_, composta in appresso per uso de'
suoi scolari. Delle quali opere, non che delle Rime, tanta stima in ogni
tempo fu fatta, che si pubblicarono varie edizioni[11] .
[11] Delle opere legali di messer Cino, fra Codici e edizioni a stampa,
se ne conoscono dieci. Dei Codici del Commento, uno e quello della
citta di Chartres; l'altro di quella di Torino; un terzo della
Magliabechiana di Firenze. Delle edizioni di esso Commento la prima
e quella di Pavia del 1483 che si conserva nella libreria dei
canonici della cattedrale di Lucca: poi quella di Venezia del 1493,
che e fra i libri della Palatina di Firenze. Quella edita e
illustrata dal Cisnero a Francoforte sul Meno nel 1578 reputata
delle piu belle. E ricordata dall'Ughelli un'edizione con chiose
delle Addizioni all'Inforziato, senz'altro. Sul Digesto vecchio
l'edizione di Lione del 1526. Sul Trattato delle successioni quella
di Venezia del 1570. E sul Codice e il Digesto vecchio una preziosa
e piu antica del 1547, presso Filippo Rossi-Cassigoli di Pistoia,
nella sua completa _Biblioteca Pistoiese_, che con tanto studio e
grande amore ha raccolto.
Delle Rime poi si hanno due antiche edizioni. Una pubblicata dal
Pilli, Roma 1559; l'altra da Faustino Tasso, Venezia 1589. Senza
ricordar quelle sparse dipoi in varie raccolte, ne avemmo tre
edizioni su i primi di questo secolo, riscontrate su molti Codici
(de' quali si noverano fino a quattordici), e pubblicate per cura
del professore Sebastiano Ciampi: la terza delle quali, la piu
completa, in Pistoia pe' tipi Manfredini 1826, con un dotto
discorso del Ciampi stesso intorno alla vita e alle opere
dell'autore. Un'ultima edizione delle Rime di Messer Cino, con
cenni sulla vita e sulle opere, fu pubblicata a Firenze pe' tipi
Barbera 1862 ordinata con molta critica, insieme ad altre del
secolo XIV, dal professore Giosue Carducci.
Nel Commento, com'egli stesso se ne dichiara, miro a raccoglier quanto
di meglio era stato esposto dai glossatori di legge, con la maggior
brevita, e con novita di metodo e di dottrina. Sicche a ragione puo
dirsi che in Italia, poiche fu ripresa l'antico studio della romana
giurisprudenza, niuno degl'interpreti della prima scuola da Irnerio sino
all'Accursio, e da questo al celebre Bartolo, sia stato superiore al
Sinibuldi per la intelligenza ed esposizione delle leggi romane.
Negletto infatti l'antico sistema speculativo, con modo analitico
procuro dapprima di rintracciar la ragione e lo spirito della legge:
sottopose quindi ad un critico esame, e sciolse le proposte obbiezioni
sia degli antichi che de' suoi tempi, e quelle pure di Dino stesso che
gli fu maestro, dal quale talora dissente. Sono infine nel suo Commento
le prime linee d'un corso di giurisprudenza, cui alla filosofia e alla
critica vada congiunta tutta la erudizione de' tempi suoi, senza che
l'aridita della materia abbia vinto o corrotto lo stile, apparendo anzi
quel suo latino fluido e dignitoso, e alcuna volta elegante.
A questi pregi che onoran l'ingegno dello scrittore, sono da aggiungere
pur quelli non meno stimabili, derivati dalla mitezza della sua indole.
Perche, come costa dal suo Commento, fu nimicissimo della disputa e
d'ogni passion personale. Odio quella ch'ei chiama immortalita delle
liti, quella lungaggine, cioe, alimentata dall'avarizia e venalita dei
curiali; e nel dubbio stette sempre a' principii della sana morale.
In politica Ghibellino, come abbiam detto, riprovo gli eccessi del suo
stesso partito. La sua opinione sul papa e sull'imperatore, e sui loro
distinti e particolari poteri, si riassume in queste parole del suo
Commento, lib. 1, tit. 1: "_A Deo procedit imperium et sacerdotium. Ergo
temporaliter sub imperio omnes populi omnesque reges sunt, sicut sub
papa sunt spiritualiter._" La stessa opinione di Dante amico suo, e
legato con lui ne' medesimi intenti.
Non e meraviglia pertanto se per tanti e si rari meriti, che rivelo poi
ampiamente nei suoi scritti di gius civile, fosse riverito come
l'oracolo del tempo suo; e anco ne' secoli appresso, nella Germania come
in Italia, la sua autorita fosse consultata, e avuta in pregio pur
sempre.
Non appena infatti si divulgo la sapienza del Commento del Sinibuldi,
che molte Universita lo dimandarono fra' loro lettori. E dapprima, dal
1318 lesse per tre anni all'Universita di Trevigi. Quindi dal 1323 al 26
lesse in quella di Siena, dov'ebbe a colleghi Andrea da Pisa e Federigo
Petrucci, e leggevano in medicina Gentile da Foligno e Braccino da
Pistoia. Ma la sua maggior gloria gli venne dalla lettura ch'ei fece
alla Universita di Perugia: sempre d'Ordinaria e Straordinaria civile, e
non mai di legge canonica, come per errore fu detto. Gli derivo questa
gloria da un insolito concorso di uditori, e dallo avervi avuto scolare
il celebre Bartolo. Firenze infine nel 1334 lo appellava fra le sue
mura, ove pure ebbe cattedra di leggi civili, essendogli collega nelle
canoniche il dott. Recupero da S. Miniato. Fu in quest'anno che nominato
gonfaloniere della citta di Pistoia, a cagion della cattedra non pote
accettare.
Nel 1336 tornato alla sua terra natale, dove sperava un riposo alla
grave eta, e alle lunghe e dotte fatiche, infermatosi gravemente, ai 23
dicembre di detto anno provvide con suo testamento alla moglie, che fu
Margherita di Lanfranco degli Ughi pistoiese, e alle figlie, Diamante,
Beatrice, Giovanna, e Lombarduccia: e lasciato erede universale il
nepote Francesco, figlio di Mino suo, che gli era premorto, nel giorno
veniente passo da questa vita.[12]
[12] La casata de' Sinibuldi si estinse nel 1497.
La sua morte fu onorata di compianto dall'istesso illustre suo
ammiratore e imitatore, il Petrarca, in quel Sonetto:
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
. . . . . . . . . . . .
Poiche il nostro amoroso messer Cino,
Novellamente s'e da noi partito.
E in altro lo immagino nella terza sfera insieme a Dante: e nel Trionfo
d'Amore lo ricordo con Selvaggia, insieme a Dante e Beatrice, con quei
versi che abbiam posto per titolo al principio di questo racconto.
Ecco Dante e Beatrice, ecco Selvaggia
Ecco Cin da Pistoia; . . . .
Lo stesso Boccaccio "_terzo fra cotanto senno_" volle onorare il nostro
messer Cino in un Sonetto in morte del Petrarca, ponendolo in schiera
con gli altri poeti d'amore, allorche disse:
Or con Sennuccio, con Cino e con Dante
Vivi sicuro d'eterno riposo.
Quel giorno fu per Pistoia pubblico lutto; e con le piu solenni esequie
che a si gran cittadino si convenissero, ebbe, com'ei bramo, in
cattedrale onorevole sepoltura. Quindi per decreto del Comune, e per
opera dello scultore Cellino di Nese da Siena, gli fu eretto l'anno dopo
nel detto tempio un magnifico cenotafio marmoreo. E in questo monumento
lo scultore rappresentando, in piccole figure in rilievo, Cino in
cattedra fra' suoi scolari insegnante diritto civile, con gentile
pensiero, a far compiuta la sua apoteosi, raffigurava da un lato una
donna che, da alcuni creduta la poesia, da altri non senza ragione fu
reputata Selvaggia; la ispiratrice, com'ei disse, della sua mente "_a
odiare il vile e seguir l'alto stato_."
Pero mentre oggi ogni provincia d'Italia con nobile emulazione innalza
monumenti a' suoi figli piu celebri; a chi meglio che a Cino dei
Sinibuldi si converrebbe una statua? Degnamente opiniamo sarebbe
innalzata a colui, che fu grande amatore della patria, maestro
dell'italico idioma e del bel poetare; che congiunse con raro esempio le
amene lettere alle severe discipline della giurisprudenza, ed ebbe fama
si pura e si universale.