"Signore, e' non passo mai peregrino,
Ovver d'altra maniera viandante
Con gli occhi si dolenti per cammino
Ne cosi grevi di pene cotante,
Com'io passai per il monte Appennino,
Ove pianger mi fece il bel sembiante.
Le trecce bionde, e 'l dolce sguardo fino,
Ch'amor con le sue man mi pone avante."
---- _Sonetto di_ _M. Cino_ _a Dante Alighieri_.
Correvano gia molti giorni, e del grande infortunio il capitano non si
poteva dar pace. Indarno i parenti e gli amici, e primo di tutti
Bonaventura, con ogni sorta di confortevoli cure s'adopravano a
ricomporre la sua mente quasi sconvolta. Se da un lato il Vergiolesi
avrebbe voluto rimanersi per sempre presso la tomba di quella cara
figliuola, dall'altro il pensiero che quel suo castello dove aveva
trovato alquanto di calma, era stato pur quello nel quale dove mirarsi
distrutte le sue piu care speranze, tutti questi contrari affetti
combattevano fortemente nel suo cuore e ne facevano orribile strazio. Se
non che il timore d'esser astretto a ceder per forza cotal fortilizio, e
di saper profanata fors'anco l'ultima dimora della sua Selvaggia dalle
irruenti soldatesche nemiche, fe' si che un tal giorno, chiamato a
consiglio messer Fredi e l'amico Buonaventura, risolse che piuttosto che
veder quella terra e la rocca in potere de' Bolognesi, dovesse spedirsi
un messo a Pistoia per profferirla in vendita ai signori di quel Comune.
La somma da pattuirsi fu stabilita in lire undicimila, purche
concedessero a lui e alla famiglia di ritirarsi e rimaner sicuri a
Vergiole.
Per compire in segreto una si delicata missione nissuno gli parve piu
adatto dell'amico suo li presente; tanto piu che preso omai questo
partito, voleva che senz'indugio e non piu oltre di dodici giorni fosse
dal Comune ratificata la scritta ch'ei gli inviava, per poter sgombrare
dall'infausto castello.
Fra Buonaventura non esito un momento ad accettar la missione; dopo la
quale se ne sarebbe tornato al suo chiostro a Firenze. Venutosi dunque
con l'amico e con la famiglia ai piu dolorosi congedi, cavalco per
Pistoia. Cola al palazzo del Comune fatto capo al gonfaloniere di
giustizia e questi adunato subitamente straordinario consiglio,
Buonaventura con accorte e savie parole dimostro agli adunati l'utile
grande che da simil proposta potevan ritrarre; e che pero non dovessero
lasciarsi sfuggire la propizia occasione d'aver essi, piuttosto che i
Bolognesi, un si valido baluardo ai loro confini qual era quello della
Sambuca. Niuno infatti fece opposizione a si util proposta. Che anzi ben
accolta e ratificata in quell'adunanza stessa dal gonfaloniere e dai
dodici anziani, si delibero che di subito se ne spedisse al capitano la
lettera d'accettazione. A tal uopo e a prender possesso di quel
castello, il Comune (come dicon le cronache) invio due suoi capitani,
che furono Vanni dei Cancellieri, e Lenzo di Cino. I quali, fatto
l'inventario di cio che ivi trovavasi, presero dal Vergiolesi la
consegna della terra e della rocca conforme la scritta, ed ei
incontanente con la famiglia se ne parti per Vergiole.
Non erano scorsi che pochi giorni dalla partenza de' Vergiolesi dal
castello di Sambuca, allorquando un cavaliere seguito dal suo scudiero,
sopra uno snello palafreno varcato il Reno, si avanzava assai celere
verso il villaggio di Pavana. A misura che saliva quel monte, invece di
raffrenare il cavallo affaticato da lungo viaggio, lo stimolava di
continuo, nulla curando le difficolta della via che ad ogni passo si
facevan maggiori, non d'altro occupato che di giunger piu presto alla
meta, evidentemente il castel di Sambuca. Vedutosi di gia si vicino, il
volto gli raggiava di gioia. Solo di quando in quando un leggero inarcar
di ciglia lo mostrava agitato da contrari pensieri. Quando sopra una
svolta del poggio, che aveva in prospetto l'altro piu alto della
Sambuca, i lenti e lamentosi rintocchi della campana di su dal castello,
giunsero alle sue orecchie. Un subito pallore gli ricoperse la faccia; e
fermato il destriero, non vedendosi alcuno d'intorno, si volse al suo
familiare che al par del cavallo non vigoroso come quel del padrone,
trafelato seguivalo, e con gran turbamento gli domando:
--Non odi tu? Che sara questo mai?
Pur come avviene di chi dubitoso di tristi nuove, vorrebbe chiedere
ovunque, ma pel timore non osa, non si trattenne. Silenzioso invece e
con triste presagio seguito a salire, finche non giunse alle prime case
di presso al castello.
Dava appunto su quella strada la casa della buona Maria. La quale per
caso trovatasi sull'uscio, e vedutolo comparire:
--Ah! messer Cino!--esclamo subito--dove, dove mai v'incamminate! Deh!
per pieta, rimanetevi, non proseguite!
E insisteva venendogli innanzi tutta piangente.
--Maria!--diss'egli spaventato, balzando da cavallo ed entrato in casa
con lei.--Maria! Maria! che c'e mai di sventure? Che nuove hai da darmi?
--Dolorose quanto mai si puo dire! per voi e per tutti!
--Spiegati, Maria, per carita; che e mai avvenuto?
--Messer Cino, crediatelo--singhiozzando soggiunse--mi manca il cuore e
la voce: io sono desolata, io ho perduto de' Vergiolesi...
--De' Vergiolesi! Chi dunque?
--Oh! la mia santa benefattrice!
--Lei dicesti? Selvaggia?
--Ed oggi, pur troppo (con voce piu bassa e compunta gli soggiungeva) si
rinnovan per lei i funerali nel tempio!
A una nuova si inattesa, a un dolore si forte, messer Cino resto privo
di sensi.
Riavutosi quindi, le chiese:
--E il suo povero padre?
--Egli? Ah! ci ha lasciato con tutti della famiglia, vendendo il
castello a que' di Pistoia, che gia son lassu. V'era anche donna
Lauretta che l'ha assistita co' suoi.... e con che cuore! E bisogna pur
dirlo, tutti quanti rammentandovi e aspettando sempre vostre lettere; ma
pur troppo so anch'io, inutilmente!
E qui gli narro in breve da chi e come le fossero intercettate. Lo che
al cuore di Cino fu nuovo ed atroce dolore.
Poi richiesta Maria delle piu minute vicende di quella famiglia,
conchiuse ella:--la stessa madonna Lauretta averle detto che quei poveri
signori dopo il triste caso non cercarono altro che fuggire da quelle
mura e tornare a Vergiole.
--A Vergiole!--esclamo Cino.--Dunque io son solo e desolato quassu, dove
poco fa tanto consorzio d'amica gente, e quell'angelica donna, in cui
aveva posta per tutta la vita l'unica e la piu cara speranza! Ohime! che
con essa e morto ogni mio desiderio! Misero me, che faro io?
E dopo stato alcun tempo pensoso, si levo e disse:
--Dura necessita, ma convien ch'io mi parta! Non pero, Maria, debbo
farlo senza prima prostrarmi sul suo sepolcro. Sento pur troppo che il
cuore al solo pensiero mi manca! Ma ella a compire questo religioso atto
d'amore, dal cielo, oh lo spero! mi dara forza ed aita. Mi ci vorrai tu
guidare, o Maria?
--Ahime, che rispondere! La vostra giusta afflizione non so dirvi quanto
m'appena! Pensate che al suo sepolcro me ne vo ogni sera, e vi prego! E
pover'a me! non ho piu fiori quassu! Ma qualche corona di verdi fronde
io ce la porto. Vedete, meschina, a che son ridotta! Dire che qui di lei
non avro altro da consolarmi!
E diede in un pianto. Poi gli si volse e gli disse:
--Messere, se cosi vi piace, andiamo.
E a lenti passi s'avviarono al cimitero.
Ma chi potrebbe narrare non che la doglia lo spasimo che dove provare
messer Cino prostrato su quel sepolcro? Egli che con tanto desiderio
aveva affrettato il momento del suo ritorno lassu, dopo una lontananza
si lunga e un si inesplicabil silenzio! Dopoche a Milano non una nuova
di Selvaggia e del padre suo erano giunte mai a fargli meno amara
l'assenza! Un cotal duolo puo solo immaginarlo colui che provo quant'e
l'ansia di chi lontano da' suoi paesi, senza parenti ed amici, ogni
giorno attenda lettere da' suoi piu cari, e ogni giorno ne rimanga
deluso.
Vero e che molto egli era stato distratto e assiduamente occupato, con
Dante suo e pochi altri magnanimi, per le diverse citta dell'alta
Italia, a porre in accordo i principi e i signori lombardi, in
particolare poi tutti i Ghibellini che facevan capo a Milano: sia per
indurli a convenir sull'invito da spedirsi in Svizzera ad Arrigo
imperatore affinche calasse in Italia, sia per ordinare il modo che piu
si addicesse a riceverlo. Spesso pero quando in lui prendeva posa la
mente, destavasi il cuore coi suoi affetti caldissimi, co' suoi timori e
i suoi voti. Non aver piu nuove di lei! eppure quante lettere le aveva
inviate! Non avendo veduto tornare il suo messo, ne aveva scritto ad un
amico a Pistoia. Ma cresciutagli l'apprensione per la non pronta
risposta, spediva un altro corriere con lettere pel Vergiolesi,
ingiungendogli pero (nel sospetto di cio che avvenne) di prendere la via
di Modena ed entrare in Toscana per Boscolungo. In questo, non ci
voll'altro che a Milano l'incontro fortuito del Romeo per ricever
contezza degli amici suoi di Sambuca. Mentre pero il Romeo caldamente
esortavalo a recarsi tosto da loro; narravagli di Selvaggia,
dell'ospizio cortese e delle parole che n'ebbe; crede d'altra parte di
dovergli tacere sulla gravezza di sua salute, per quanto non gli celasse
il turbamento di quel gentile suo spirito. Fu allora che si confermo nel
sospetto che dal perfido Fortebracci gli fossero state intercettate le
lettere, e che risolse d'accorrer subito al sospirato castello. Viaggio
senza posa di e notte per valli e per monti, fosse pur disagiato il
sentiero, pur per spingere il suo cavallo sul piu breve cammino, ed
arrivare il piu presto fra' suoi amici e rivedere la sua diletta
Selvaggia. Ed invece, ahime! non ne dovea mirar che la tomba!
A narrarne la fortissima doglia non bastando noi stessi, ci soccorre per
ventura messer Cino medesimo; e perche meglio non potremmo porgerne
idea, faremo di riportare il Sonetto, ch'ei ne lasciava nel suo
Canzoniere, in morte di lei; dov'egli ricorda quel suo doloroso
passaggio, e quell'estremo ufficio d'amore.
Io fui 'n su l'alto e 'n sul beato monte,
Ove adorai baciando il santo sasso,
E caddi 'n su quella pietra, ohime lasso!
Ove l'Onesta pose la sua fronte.
E ch'ella chiuse d'ogni virtu 'l fonte
Quel giorno, che di morte acerbo passo
Fece la donna dello mio cor lasso,
Gia piena tutta d'adornezze conte.
Quivi chiamai a questa guisa Amore:
Dolce mio dio, fa che quinci mi traggia
La morte a se, che qui giace l' mio core!
Ma poi che non m'intese il mio signore,
Mi dipartii pur chiamando Selvaggia,
L'alpe passai con voce di dolore!
Ne con altri sensi e da credere che messer Cino abbia dovuto sfogare il
suo doloroso compianto anche allora che sceso da questi monti giunse nel
seno di quella desolata famiglia al Castel di Vergiole: a quel castello
da cui prese nome la famiglia de' Vergiolesi, e la donna gentile onde
massimamente ei fu celebre.