XXIII.

Mario, dato all’amico il tributo estremo, partì in fretta per la

Toscana. Gli pareva di non essere più lui; uno sgomento profondo gli

gravava sull’anima, si sentiva stanco e pauroso.

A Bologna stava per salire nel treno che doveva menarlo a Firenze,

quando gli parve di scorgere in un vagone di prima classe un noto

aspetto di donna; volle sincerarsi. Era proprio lei. Mario stette un

momento incerto se dovesse fuggire lontano o entrare in quello stesso

vagone; poi aprì lo sportello e salì.

— Oh! lei Loveni!

— Marchesa, lei qui? Di dove viene?

— Da Milano; sono stata al solito dallo zio. E lei?

— Io? Da compiere un tristo ufficio.

— Quale?...

— Alberto Valmarana....

— È morto?

— È morto tre giorni fa a Menaggio sul Lago di Como.

La Marchesa tacque; non un muscolo le si contrasse; non un lampo negli

occhi, non una piega sul viso. Mario la guardava fisso, tacendo anche

lui. Clara scrollò la testa finalmente e,

— Peccato! S’è voluto rovinare! Glielo ho detto tante volte.... Faceva

una vita che non era per lui... Lo credevo in convalescenza. E di che

male?

— Delle conseguenze della congestione polmonare che ebbe mesi sono....

— Avrà sofferto molto, poverino, eh?

Mario non rispose; strappò con moto violento la frangia che pendeva dal

bracciuolo al quale stava appoggiato.

— Loveni, che fa?

— Mi compatisca; non posso parlare di quest’argomento senza commovermi;

se fossi qui solo, a ripensare quella vita florida sino a pochi mesi fa

di tutto il vigore della gioventù, troncata ad un tratto, darei, creda,

in imprecazioni. Dirimpetto a lei non posso e mi contento di strappare

la frangia. Ma scusi.... credo di non averle risposto.... Diceva?

— Ha sofferto molto?

— Molto.

— E.... è morto in sè?

— Si figuri! Fino alla fine.... si ricordava delle più piccole cose,

dei più piccoli accidenti della sua vita. È morto aspettando ch’io

gli dessi un portafoglio di cuoio di Russia che aveva chiuso nella

scrivania.

E la guardò più fisso che mai. Clara tremò, ma internamente; abbassò

per un istante gli occhi ai quali fu impossibile sostenere lo sguardo

di Mario che le stava di faccia, poi gli rialzò sicura e fissando alla

sua volta l’interlocutore:

— Si ricordava anche delle offese fatte in un momento di cattivo

umore ai suoi migliori amici? Ah! già forse lei non lo sa.... Non era

a Firenze quando avvenne quella questioncella al teatro.... Povero

Valmarana! Quel suo cattivo umore e quella acrimonia che aveva contro

tutti negli ultimi tempi erano forse un sintomo della malattia. Non

crede?

— Può darsi....

— Perchè lei lo sa, non è vero, quel che successe?

— So tutto, Marchesa della vita di Alberto: tutto.

Si alzò e andò a sedersi accanto a Clara; poi prendendolo la mano, con

aspetto e voce benevola seguitò:

— So tutto, Marchesa, e non abuserò del segreto.

— Di quale segreto? — domandò impavida Clara.

— Di quello al quale m’è impossibile di non prestar fede, perchè i

moribondi non mentiscono.

— Oh! intendiamoci, — replicò Clara sentendosi spinta nell’ultima

trincea e tentando difenderla. — Lei mi ha detto che il Valmarana era

morto in sè.... Comincio a dubitarne....

— Clara.... non disputiamo. Io credo; negare è inutile. Alberto era

incapace di vanterie e di calunnie; se domani io ripetessi quel che

egli mi disse morendo....

— Ah! no! — urlò Clara.

— Tutti mi crederebbero, qualunque fosse la persona che si attentasse a

smentirmi.

Finalmente l’involucro s’era squarciato: il grido che le era uscito di

bocca era una conferma ed uno scongiuro.

— Oh! Loveni.... — continuò Clara alzandosi — Loveni quel momento sarà

il rimorso di tutta la vita.... Mi raccomando....

— Perchè? Alberto meritava, lo creda, di essere amato. Vuol che faccia

rimprovero a lui d’essersi lasciato attrarre da cotesta bellezza

meravigliosa? Ah! Marchesa, lei ha amato brevemente un uomo; ma chi

le dirà il numero degli uomini che si sono tormentati in una lunga e

silenziosa adorazione dinanzi a lei?

Si chetò; ma la voce e lo sguardo dissero a Clara il resto.

— Loveni!... Guardi... apra un po’ la finestra, si soffoca e a momenti

cominciano le gallerie.

Mario obbedì.

Dopo una pausa Clara riprese:

— Lei manterrà il segreto, non è vero? Non rovinerà una donna che

ha fatto del dovere l’unico idolo della propria vita e che.... Ah!

vigliacco! aveva dei confidenti.... Mario.... Mario, la sua parola

d’onore....

E gli stese la mano.

E Mario stringendola o baciandola:

— Clara, io parto domani per la Nuova Zelanda per non tornare mai più.

Vedete? Ho torto di maledire! Qualche momento felice c’è nella vita!

Questo è il primo per me: posso senza tradire un amico baciare la tua

mano, Clara.

— Mario.... ma insomma....

— Perchè non te lo direi? È tanto che taccio! Ti ho amata, Clara, ti ho

desiderata sempre....

E le cinse col braccio la vita.

— Mario, mi lasci, mi lasci....

— Oh! sii mia, Clara, sii mia!... chi lo saprà? Nessuno: siamo soli.

Io che sono custode geloso di un segreto perchè non saprò custodirne

due? E poi, parto.... te lo giuro e non ho mai mancato a un giuramento.

Parto domani per non tornare mai più.

— Ma no no.... glielo ho detto, un momento di follia sarà un rimorso

perpetuo per me.... lasciatemi.... lasciatemi.

E Mario gettandosi in ginocchio davanti a lei e afferrandole lo braccia:

— Oh! non negare, Clara, non negare. Questo momento non tornerà più....

Vuoi il mio silenzio? Compralo....

E Clara, guardandolo intenta come se volesse penetrargli nel cuore....

— Partite?

— Domani.

— Davvero?

— Sull’onor mio, parto domani per la nuova Zelanda.

Clara mandò un gran sospiro; poi chiudendo gli occhi reclinò la bella

testa bionda sulle spalle di Mario, mormorando:

— Mio Dio!

— Ah! sì? — esclamò Mario afferrandolo i capelli e rovesciandola sul

sedile. — Ah! sì? Lo hai creduto? Eri per me come per Alberto, come per

tuo cugino, come per il Bruni, come per tutti?

— Ah! — urlò Clara con un grido ferino. — E fece uno sforzo per

svincolarsi dalle braccia vigorose del Loveni che la costringevano.

— È inutile, non ti lascerò, non ti lascerò più finchè non ti abbia

detto come ti disprezzo e ti odio. Oh! perchè non posso tradire il

giuramento fatto ad Alberto, perchè non posso dire a tutti quel che tu

sei?

Un sorriso cinico, beffardo, dispregiatore sfiorò le labbra della

Marchesa.

— Sì, hai ragione: tu più vile, più abietta di quante cortigiane hanno

vissuto mai, tu sei più forte di me. Il tuo peccato è chiuso in due

sepolcri: nella tomba d’Alberto e nell’animo mio. Ridi; ma io, qui,

posso almeno rinfacciarti la tua abiettezza, posso dirti almeno che

hai ucciso un nomo, posso strappare da cotesto tuo viso di marmo la

maschera insudiciata delle virtù. Ah! sì? Ah! tu porgi il viso ai miei

baci? Perchè sei una donna? Perchè non posso farlo arrossire una volta

sotto il colpo delle mie mani?

Clara cacciò un altro urlo e con uno sforzo supremo, non previsto da

Mario si alzò; il treno era già sotto la galleria; per le finestre

aperte, il fumo entrava soffocante, mefitico. Fu una breve lotta: e

in quell’oscurità, Clara debole, mal sicura, cadde rovesciata traendo

Mario con sè.

Nè più si udì se non le strida soffocate dell’una e le imprecazioni

sommesse dell’altro.

Uscito dalla galleria, il treno si fermò. Clara pesta, malconcia non

s’era ancora riavuta, che Mario era sparito.

Racconti(#75764) · 第 64 / 69 题