Mario, dato all’amico il tributo estremo, partì in fretta per la
Toscana. Gli pareva di non essere più lui; uno sgomento profondo gli
gravava sull’anima, si sentiva stanco e pauroso.
A Bologna stava per salire nel treno che doveva menarlo a Firenze,
quando gli parve di scorgere in un vagone di prima classe un noto
aspetto di donna; volle sincerarsi. Era proprio lei. Mario stette un
momento incerto se dovesse fuggire lontano o entrare in quello stesso
vagone; poi aprì lo sportello e salì.
— Oh! lei Loveni!
— Marchesa, lei qui? Di dove viene?
— Da Milano; sono stata al solito dallo zio. E lei?
— Io? Da compiere un tristo ufficio.
— Quale?...
— Alberto Valmarana....
— È morto?
— È morto tre giorni fa a Menaggio sul Lago di Como.
La Marchesa tacque; non un muscolo le si contrasse; non un lampo negli
occhi, non una piega sul viso. Mario la guardava fisso, tacendo anche
lui. Clara scrollò la testa finalmente e,
— Peccato! S’è voluto rovinare! Glielo ho detto tante volte.... Faceva
una vita che non era per lui... Lo credevo in convalescenza. E di che
male?
— Delle conseguenze della congestione polmonare che ebbe mesi sono....
— Avrà sofferto molto, poverino, eh?
Mario non rispose; strappò con moto violento la frangia che pendeva dal
bracciuolo al quale stava appoggiato.
— Loveni, che fa?
— Mi compatisca; non posso parlare di quest’argomento senza commovermi;
se fossi qui solo, a ripensare quella vita florida sino a pochi mesi fa
di tutto il vigore della gioventù, troncata ad un tratto, darei, creda,
in imprecazioni. Dirimpetto a lei non posso e mi contento di strappare
la frangia. Ma scusi.... credo di non averle risposto.... Diceva?
— Ha sofferto molto?
— Molto.
— E.... è morto in sè?
— Si figuri! Fino alla fine.... si ricordava delle più piccole cose,
dei più piccoli accidenti della sua vita. È morto aspettando ch’io
gli dessi un portafoglio di cuoio di Russia che aveva chiuso nella
scrivania.
E la guardò più fisso che mai. Clara tremò, ma internamente; abbassò
per un istante gli occhi ai quali fu impossibile sostenere lo sguardo
di Mario che le stava di faccia, poi gli rialzò sicura e fissando alla
sua volta l’interlocutore:
— Si ricordava anche delle offese fatte in un momento di cattivo
umore ai suoi migliori amici? Ah! già forse lei non lo sa.... Non era
a Firenze quando avvenne quella questioncella al teatro.... Povero
Valmarana! Quel suo cattivo umore e quella acrimonia che aveva contro
tutti negli ultimi tempi erano forse un sintomo della malattia. Non
crede?
— Può darsi....
— Perchè lei lo sa, non è vero, quel che successe?
— So tutto, Marchesa della vita di Alberto: tutto.
Si alzò e andò a sedersi accanto a Clara; poi prendendolo la mano, con
aspetto e voce benevola seguitò:
— So tutto, Marchesa, e non abuserò del segreto.
— Di quale segreto? — domandò impavida Clara.
— Di quello al quale m’è impossibile di non prestar fede, perchè i
moribondi non mentiscono.
— Oh! intendiamoci, — replicò Clara sentendosi spinta nell’ultima
trincea e tentando difenderla. — Lei mi ha detto che il Valmarana era
morto in sè.... Comincio a dubitarne....
— Clara.... non disputiamo. Io credo; negare è inutile. Alberto era
incapace di vanterie e di calunnie; se domani io ripetessi quel che
egli mi disse morendo....
— Ah! no! — urlò Clara.
— Tutti mi crederebbero, qualunque fosse la persona che si attentasse a
smentirmi.
Finalmente l’involucro s’era squarciato: il grido che le era uscito di
bocca era una conferma ed uno scongiuro.
— Oh! Loveni.... — continuò Clara alzandosi — Loveni quel momento sarà
il rimorso di tutta la vita.... Mi raccomando....
— Perchè? Alberto meritava, lo creda, di essere amato. Vuol che faccia
rimprovero a lui d’essersi lasciato attrarre da cotesta bellezza
meravigliosa? Ah! Marchesa, lei ha amato brevemente un uomo; ma chi
le dirà il numero degli uomini che si sono tormentati in una lunga e
silenziosa adorazione dinanzi a lei?
Si chetò; ma la voce e lo sguardo dissero a Clara il resto.
— Loveni!... Guardi... apra un po’ la finestra, si soffoca e a momenti
cominciano le gallerie.
Mario obbedì.
Dopo una pausa Clara riprese:
— Lei manterrà il segreto, non è vero? Non rovinerà una donna che
ha fatto del dovere l’unico idolo della propria vita e che.... Ah!
vigliacco! aveva dei confidenti.... Mario.... Mario, la sua parola
d’onore....
E gli stese la mano.
E Mario stringendola o baciandola:
— Clara, io parto domani per la Nuova Zelanda per non tornare mai più.
Vedete? Ho torto di maledire! Qualche momento felice c’è nella vita!
Questo è il primo per me: posso senza tradire un amico baciare la tua
mano, Clara.
— Mario.... ma insomma....
— Perchè non te lo direi? È tanto che taccio! Ti ho amata, Clara, ti ho
desiderata sempre....
E le cinse col braccio la vita.
— Mario, mi lasci, mi lasci....
— Oh! sii mia, Clara, sii mia!... chi lo saprà? Nessuno: siamo soli.
Io che sono custode geloso di un segreto perchè non saprò custodirne
due? E poi, parto.... te lo giuro e non ho mai mancato a un giuramento.
Parto domani per non tornare mai più.
— Ma no no.... glielo ho detto, un momento di follia sarà un rimorso
perpetuo per me.... lasciatemi.... lasciatemi.
E Mario gettandosi in ginocchio davanti a lei e afferrandole lo braccia:
— Oh! non negare, Clara, non negare. Questo momento non tornerà più....
Vuoi il mio silenzio? Compralo....
E Clara, guardandolo intenta come se volesse penetrargli nel cuore....
— Partite?
— Domani.
— Davvero?
— Sull’onor mio, parto domani per la nuova Zelanda.
Clara mandò un gran sospiro; poi chiudendo gli occhi reclinò la bella
testa bionda sulle spalle di Mario, mormorando:
— Mio Dio!
— Ah! sì? — esclamò Mario afferrandolo i capelli e rovesciandola sul
sedile. — Ah! sì? Lo hai creduto? Eri per me come per Alberto, come per
tuo cugino, come per il Bruni, come per tutti?
— Ah! — urlò Clara con un grido ferino. — E fece uno sforzo per
svincolarsi dalle braccia vigorose del Loveni che la costringevano.
— È inutile, non ti lascerò, non ti lascerò più finchè non ti abbia
detto come ti disprezzo e ti odio. Oh! perchè non posso tradire il
giuramento fatto ad Alberto, perchè non posso dire a tutti quel che tu
sei?
Un sorriso cinico, beffardo, dispregiatore sfiorò le labbra della
Marchesa.
— Sì, hai ragione: tu più vile, più abietta di quante cortigiane hanno
vissuto mai, tu sei più forte di me. Il tuo peccato è chiuso in due
sepolcri: nella tomba d’Alberto e nell’animo mio. Ridi; ma io, qui,
posso almeno rinfacciarti la tua abiettezza, posso dirti almeno che
hai ucciso un nomo, posso strappare da cotesto tuo viso di marmo la
maschera insudiciata delle virtù. Ah! sì? Ah! tu porgi il viso ai miei
baci? Perchè sei una donna? Perchè non posso farlo arrossire una volta
sotto il colpo delle mie mani?
Clara cacciò un altro urlo e con uno sforzo supremo, non previsto da
Mario si alzò; il treno era già sotto la galleria; per le finestre
aperte, il fumo entrava soffocante, mefitico. Fu una breve lotta: e
in quell’oscurità, Clara debole, mal sicura, cadde rovesciata traendo
Mario con sè.
Nè più si udì se non le strida soffocate dell’una e le imprecazioni
sommesse dell’altro.
Uscito dalla galleria, il treno si fermò. Clara pesta, malconcia non
s’era ancora riavuta, che Mario era sparito.