XII.

Mario per un pezzo non si mosse da Firenze; voleva raccapezzarsi

e aspettava il soddisfacimento di questo desiderio dal bisogno che

Alberto doveva sentire di sfogarsi con un amico. Si serbò discreto,

nonostante una curiosità che era affetto, fino al giorno in cui i

ritegni del Valmarana scoppiarono in un’effusione tanto più calda e

improvvisa quanto quelli erano stati più lunghi e penosi. E allora

Mario incapace d’una ipocrisia o d’una menzogna l’aiutò in quelle

confidenze sempre difficili alle anime non volgari. Conosceva

l’articolo della _Perseveranza_; aveva udito pronunziare insieme il

nome della Marchesa e quello d’Alberto; ma stesse tranquillo, nessuno

aveva creduto ciò che importava tenere nascosto. A lui oramai poteva

dire ogni cosa.

E Alberto gli raccontò difatti ogni cosa. L’anno passato nel maggio

quand’era dall’amico a Campomoro aveva conosciuto la Villareale.

Andavano spesso a farle visita la sera e Mario doveva ricordarsene.

— Eh! sicuro che me ne ricordo.

— Abbiamo seguitato a andarvi ogni tanto. Poi tu, stanco la sera

dalle tue gite per i monti, diradasti le visite; io vi tornai spesso.

La trovavo quasi sempre sola, perchè Guglielmo passava la più gran

parte del tempo a Firenze; v’andavo volentieri, parlavamo lungamente;

mi sentivo attratto a parlare di me, a manifestare le mie idee più

bizzarre, a descrivere i miei sentimenti più intimi. Mi pareva che

ascoltasse con tanta benignità.... Prolungai di qualche giorno la

mia dimora a Campomoro, non per arrendermi a’ tuoi desideri....

(scusami), ma perchè quelle conversazioni erano divenute un bisogno.

Nonostante che partissi di là con un po’ di rammarico, tornai a

Firenze tranquillo. Un mese dopo tornò anche lei; Guglielmo mi si mise

d’intorno e volle quasi per forza ch’io ripigliassi la consuetudine

di quelle visite serali. E io profittai dell’invito; ma a Clara

quest’invito di Guglielmo parve forse un’imprudenza.... non lo so

di sicuro perchè ella non me lo ha detto mai, ma il fatto è che non

istette più in casa la sera; la vidi dunque poche volte prima delle

bagnature. Alla metà di luglio partirono per Pegli; io me n’andai

a Livorno; mi annoiai, e per scotermi feci una gita a Pegli.... La

ritrovai più bella di prima e passai un mese intiero con lei e con suo

marito. Chi mi avesse detto a quel tempo che amavo Clara mi avrebbe

fatto ridere; vedendola così bella, così simpatica, senza sentir

nulla, proprio nulla, io giudicavo che il cuore si fosse messo in pace

per sempre. Una sera capitò a Pegli suo cugino Sangiorgi, tenente di

cavalleria. Ero così avvezzo a star solo con lei, che quell’arrivo mi

seccò; il Sangiorgi mi fu antipatico prima di conoscerlo. Era cosa

naturalissima che un parente venisse a trovarla, ma io ci soffrii;

quella sera la lasciai prima del solito, non chiusi occhio tutta la

notte; mi venne in capo il sospetto (un giorno avanti mi sarebbe parso

un oltraggio) che il Sangiorgi....

— Tira avanti, ho capito.

— Sono ragazzate, lo so.

— Va’ là non hai bisogno di scusarti; e chi non è stato ragazzo a

cotesto modo? Tira avanti.

— Io m’accorsi insomma d’esser geloso, anche prima di sentirmi

innamorato. E da quel momento provai il bisogno continuo di starle

vicino; ero tormentato nell’istesso tempo dal desiderio di dirle che

le volevo bene e dalla paura di rompere, parlando, quella specie di

incantesimo... forse non mi so spiegare.

— Ti spieghi benissimo.

— Per quanto mi studiassi di dissimulare, un po’ il mio contegno col

Sangiorgi, un po’ la malinconia che mi s’era cacciata addosso, un po’

qualche mezza parola.... insomma Clara capì, mi si mostrò sostenuta,

fredda. Mi pareva, credilo, d’impazzire. Presi il partito d’andarmene.

Tornai a Firenze, girai, cercai distrazioni.... Oramai era tutto

inutile.

— E la rivedesti.... dove?

— In campagna alla fine d’ottobre. Tu eri già in Sardegna. La ritrovai

più gaia, più serena, meno sospettosa verso di me. Guglielmo volle

che mi trattenessi in campagna due settimane; lei, così restìa ad

accogliere gente in casa sua per lungo tempo, lei stessa me ne pregò.

Credimi, Mario, io avevo risoluto di non dirle mai nulla e non le

parlai.... Ma una sera.... Insomma mi voleva bene da un pezzo anche

lei.... lo disse.... m’impose di partire il giorno dopo, e partii.

— E.... il giorno dopo.... era già troppo tardi?

Alberto fece col capo cenno di sì.

— Da quel giorno — continuò dopo una breve pausa — sono oramai passati

cinque mesi; l’ho veduta sola tre volte; ha avuto sempre lo stesso

abbandono per me, io sempre la stessa fiducia in lei.... Che hai?

— Come mai, scusa, in cinque mesi non l’hai veduta sola che tre volte?

— Ma non era possibile senza destare sospetti e...

— Va bene, seguita.

Seguitò; dopo la narrazione dei fatti venne la esposizione de’

sentimenti e Mario s’accorse che la malattia era grave e lunga la cura.

Il contegno di Clara dava argomento a molti sospetti; ma nell’anima

d’Alberto non allignavano; germogliavano e morivano. Era uno di

quelli amori terribili, che colgono sulla trentina e fiaccano tutte le

forze, vincono tutte le resistenze, sono fonte di dolori ineffabili

e grati; e forse l’amore non è se non un dolore grato e null’altro.

Consigli, quand’anche i consigli fossero utili in tali casi, Mario non

sapeva darne; vagava d’ipotesi in ipotesi, di giudizio in giudizio.

Dimenticare, potendo; ma Alberto asseverava che non avrebbe potuto;

viaggiare: paesi nuovi, costumi nuovi; un po’ di forza d’animo

sul principio, poi le distrazioni aiuterebbero. Nemmeno. — E Mario

ammutoliva aspettando aiuti dal tempo.

E il tempo se non spense il fuoco smorzò la fiamma. Ora Alberto insieme

con l’amico passava tutte le sere qualche ora in casa Alberici. La

Contessa che aveva in altri tempi tollerata paziente la malinconia

dell’uno, compativa amorevole la tristezza dell’altro. E questi vicino

a lei che gli si dimostrava così serena, si faceva a poco a poco

tranquillo; credeva tuttavia che gli sarebbe stato impossibile amare

un’altra donna come aveva amato Clara; ma a volte pensava, rassegnato,

che dovendo vivere lontano da lei, forse era savio cercare rifugio in

un affetto pacato e salvare così per lo meno gli ultimi anni della

gioventù. Quel suo proposito ingenuamente egoista era il nascosto

disegno di Mario e la vaga speranza di Laura, quando alla metà di

luglio questa partì per Livorno dove l’aspettavano il Loveni e il

Valmarana.

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