XI.

I Villareale rimasero tutto l’aprile a Milano; nel maggio corsero sul

lago di Como già sorridente tra gl’incanti primaverili; vagarono un po’

alla ventura per il Canton Ticino e ai primi di luglio si condussero a

Pegli per passarvi la stagione delle bagnature.

Il marchese Guglielmo di Villareale era alto e robusto; capelli

biondi e ricciuti, carnagione bianchissima, lineamenti così regolari

da apparire perfetti. La natura, per dimostrare forse che non

v’ha bellezza senza unità, s’era divertita a fare del corpo di lui

uno strano accozzo di bellezze disparatissime; tutto era bello in

Guglielmo, ma Guglielmo era brutto. Chi lo vedeva per la prima volta

provava una impressione singolare; pareva che quella testa di cherubino

fosso stata appiccicata per voglia di contrasti sopra quel corpo

d’atleta.

Quand’egli entrò nel salotto, Clara stava leggendo. Le si accostò, le

prese la mano e:

— Addio, — disse.

— Dunque te ne vai davvero?

— Sì; a veder sempre la stessa gente mi son seccato. Pegli non è fatto

per me. Vo a Torino per un paio di giorni; poi... chi sa? Ho una gran

voglia di fare una gita a Courmayeur. Tornerò fra un paio di settimane.

— E io resto sola?

— Sola? Hai qui non so quante conoscenze... qualche amico....

— Sì, ma vedi, Guglielmo, mi dispiace che tu mi lasci così spesso. Non

ho il diritto d’importi la mia volontà e d’altra parte ho piacere che

tu ti diverta; ma la gente chiacchiera.

— Lasciala chiacchierare. Se c’è al mondo un uomo calunniato, sono

io. Oramai, secondo la gente, io sono il peggiore marito che sia mai

comparso sotto la cappa del cielo. Se è vero, dillo tu che lo sai.

Ma che vuoi farci? Oramai _res judicata pro veritate habetur_, dice

l’avvocato Terzolli. È destino; qualunque cosa faccia la interpretano a

rovescio....

— Tutti fuori che io.

— Spero bene — esclamò Guglielmo e sorridendo la baciò sui capelli.

— Non ci mancherebbe altro! Ma vedi un po’ se non ho ragione.... La

gente dice che non mi dovevo ammogliare. E tu sai, e ti domando scusa

di tornarci sopra, che quando ti chiesi cedei a un sentimento di

generosità. Se la lite andava avanti tu eri rovinata. Ma la gente ha

detto che ti ho sposata per speculazione. Sei stata tu che hai voluto

passare due anni in campagna; no, signore, ero io che ti rinchiudevo

in villa per seguitare a far la vita di prima. Ho giocato qualche

partita di picchetto ogni tanto, ho perso mille lire una sera. Poco

male. Le mille lire son divenute cinquanta, sessantamila: tu hai

dovuto impegnare le tue gioie, come se, dato il caso, io avessi bisogno

d’impegnare le gioie di casa per pagare cinquanta o sessantamila lire.

Oramai ci sono avvezzo e le chiacchiere non mi fanno più nè caldo nè

freddo. Dunque lasciamoli cantare e facciamo quel che ci pare e piace.

— Sta bene; tu puoi sfidare la pubblica opinione, ma io no....

— Tu?

— Già, io; oggi dicono che mi trascuri, domani diranno che mi sono

stancata di sopportare con rassegnazione il sacrifizio e....

— E?...

— E.... Certe cose non le ho mai dette e non le so dire; ma mi pare che

sia facile indovinarle.

— Oh! non aver paura; nessuno ha osato e nessuno oserà aprir bocca sul

conto tuo. Del rimanente, se ti pare che sia fatto male lasciarti sola

in un luogo di bagni, resterò.

— No, Guglielmo, no; son curiosa io! non vorrei privar te di un

divertimento e nel tempo stesso....

— Perchè non scrivi allo zio Sangiorgi che ti venga a fare una visita?

— Oh figurati! è a Stresa, e non si muove più fino a settembre. No, no,

va’ pure; quindici giorni passano presto. Me ne starò in casa....

— Ma no, t’annoieresti.... Oh! aspetta....

— Che c’è?

— Un momento.

Guglielmo sedè innanzi al tavolino e preso un foglio scrisse, mentre

Clara seguiva con lo sguardo la mano di lui.

_“Michele Bruni_

“_Via Guicciardini 72 — Firenze._

“Venga subito portando seco perizia, disegni. Subito. Saluto.

“VILLAREALE.„

Il Bruni era l’architetto di casa, il giovinetto che Alberto aveva

trovato nel salotto di Clara il giorno avanti la partenza di lei.

Guglielmo suonò il campanello e al cameriere che si presentava: —

al telegrafo — disse — consegnandogli il foglio; poi, subito che il

cameriere fu uscito, voltosi a Clara, domandò: va bene così?

— Eh! — rispose Clara — è un po’ noiosino quel Bruni ma in tempo di

carestia, dice il proverbio....

— Avrai da fare, potrai distrarti; ti do facoltà di buttare all’aria la

villa; se il disegno ti va, bene; so no, proponi tu le modificazioni,

di’ quel che desideri; per me sono indifferente, fa’ tu quel che vuoi

e spendi quanto vuoi; io — conchiuse sorridendo — sono un uomo abile;

perdo sessantamila lire in una sera e nonostante fo qualche risparmio.

E ora addio perchè è tardi.

— Addio.... a presto.

— A presto — ripetè Guglielmo. — Clara gli porse la fronte, egli vi

depose un bacio ed uscì.

La mattina dopo il Bruni, puntualissimo, quasi aspettasse da un pezzo

il telegramma del Marchese, arrivò a Pegli.

E Clara, sia che si divertisse molto nell’esaminare i disegni

architettonici e nel parlare de’ restauri da farsi alla villa, sia che

giudicasse Michele meno _noiosino_ del solito, stette tutto quel giorno

chiusa in casa con lui e con lui ne uscì sul far della sera.

E chi fosse stato lungo il mare, mentre passavano, avrebbe udito due

conoscenti di Guglielmo e di Clara parlare tra loro così:

— Chi è quel giovinotto?

— Quale?

— Quello che accompagna la Marchesa di Villareale.

— Ah! è l’ingegner Bruni.

— E che è venuto a fare?

— To’! è l’architetto di casa Villareale, è venuto a parlar di affari

con la Marchesa.

— Ah! se ne occupa lei?...

— Sfido io; chi vuoi che se occupi? Guglielmo manderebbe in rovina ogni

cosa. Ha piantato la moglie qui sola e quella povera donna profitta di

questo tempo per rimediare, se può, alle scapataggini del marito.

Racconti(#75764) · 第 52 / 69 题