Alberto uscì da casa Villareale più sorpreso che afflitto. Clara
non si sacrificava anche lei? Avrebbero sofferto insieme, sebbene
lontani l’uno dall’altro, patimenti che hanno in sè il sollievo. E
poi Clara sarebbe tornata prima o poi e allora.... Erano propriamente
irrevocabili i giorni trascorsi?
Si cullava in cotesta speranza, e fu male; perocchè lo spirito,
tranquillo rispetto all’avvenire, si volse con la propria operosità a
scandagliare il passato. E tornarono alla memoria di Alberto le bugie
di Clara che non meritavano scusa e la fretta dell’ultimo colloquio e
il _lei_ della lettera, della unica lettera, e la grazia sicura onde
ella padrona prontamente di sè aveva accolto il Piccardi. E via di
questo passo si condusse alle conchiusioni della sera innanzi. Clara
non gli voleva più bene, questo era certo. Glielo aveva voluto mai? Ma
come? Tutto finzione? A che fine? I ritegni, gli abbandoni, i baci,
le lacrime avrebbero dovuto essere altrettante scene di una commedia
turpe! Bisognava che quella donna fosse un demonio. Ma se era un
angelo!... Ma!... Eppure!...
E ricominciava daccapo il ragionamento e movendo dallo stesso punto,
passando per la stessa via arrivava alla solita conchiusione. Gli
succedeva ciò che succede qualche volta nel fare un conto: che incorsi
in un errore ci se ne accorge dal risultato; e non si sa dove sia e ci
s’incoccia a rifare il calcolo, e quante volte si ricomincia tante si
ricade nello sbaglio medesimo.
Passò così parecchie ore agitato, passeggiando su e giù per la stanza,
sedendosi, rialzandosi, senza requie. Sull’imbrunire si gettò sopra
una poltrona presso la stufa. Alberto non era uno di quei fortunati
eroi di romanzo, ai quali madre natura s’è compiaciuta di concedere un
organismo apposta, perchè possano stare un mese senza chiuder occhio,
o una settimana senza bere una gocciola d’acqua, mantenendosi vegeti
e freschi. Alberto era gracile; aveva perduto tre nottate di seguito,
quell’agitazione lo aveva perturbato e lo travagliava; s’addormentò.
Sonno breve, non continuo, nè quieto. Si svegliò all’alba infreddolito;
nel caminetto il fuoco era quasi spento; da un tizzone usciva a
intervalli una fiammella languida; pioveva e le gocce dell’acqua
battevano fitte ne’ cristalli.
S’affacciò alla finestra; il cielo era coperto da nuvole; per la strada
non un’anima; gli parve in quella solitudine malinconica di respirare
più libero. Si sentì sollevato e restò lì per un poco senza pensare
a nulla, guardando i cerchi concentrici che le gocce della pioggia
facevano, cadendo, nelle pozzanghere della via.
Alberto dimorava in prossimità della stazione. Volgendo gli occhi a
caso da quella parte ripensò che quell’istessa mattina alle nove Clara
partiva per Milano. Pensarlo e proporsi di andare a salutarla fu un
punto solo; poi riflettè che avrebbe dovuto parlare al Marchese, uso a
vederlo quotidianamente e che non l’aveva visto da tre giorni, dargli
spiegazioni, inventare frottole che non sapeva neppure imaginare. Poi
temova di tradirsi; finalmente, poichè era nel periodo buono rispetto
a Clara, gli pareva dimostrare meglio a lei la propria forza di
abnegazione, lasciandola partire senza cercarla.
Se ne stette alla finestra fino alle nove; vide passare la carrozza di
casa Villareale e, quando più tardi udì il fischio della locomotiva che
gli portava via la sua Clara, mormorò: — _Addio_.
. . . . . . .
“Addio!„
Avete mai pensato ai tanti e tanto diversi significati che può avere
questa parola secondo le occasioni nelle quali si adopera, o il tono
di voce con cui si profferisce? “Addio!„ e si scansa un seccatore che
vorrebbe fermarci per istrada; “Addio!„ e si saluta il fratello che
sfida le ignote venture de’ mari lontani; “Addio!„ e si dà l’ultimo
bacio sulla fronte dell’amico che muore.
“Addio!„ alle città non cercate, senz’ombra di memorie, lasciate senza
rimpianto; “Addio!„ a’ luoghi dove crebbero i nostri affetti più santi,
dove passarono i più lieti giorni della vita, dove ogni pietra è una
pagina e gli alberi non stormiscono, non si piegano, sussurrano e ci
salutano.