III.

Al rumore che Alberto fece entrando nella stanza, Reno si svegliò e

con un salto gli fu addosso dimenando la coda e divincolandosi. E Mario

balzato in piedi,

— Finalmente! — gridò, andando incontro all’amico.

— Caro Mario!

Alberto era andato a casa per starsene solo; dirò meglio: per stare

_con lei_, per ripensare a tutte le parole che Clara gli aveva dette

durante il ballo, per raccogliere le memorie e aprire a sè stesso i

tesori adunati nel proprio cuore.

Per quanto dunque volesse bene a Mario, per quanto fossero passati

quattro mesi dacchè egli non l’aveva veduto, non potè non essere un

tantino disturbato dalla presenza di lui; volle vincersi e simulare una

festosa accoglienza; ma negl’infingimenti era poco abile e Mario tanto

accorto da non lasciarsi pigliare a quei lacci.

— Come mai sei qui? Quando sei tornato? Di dove vieni?

Mario stette un momento senza rispondere poi:

— Vengo, — disse — da Campomoro dove sono arrivato ieri sera; son

qui e non so nemmeno io perchè ci sono. Ero venuto per rivederti e

per abbracciarti.... sperando di essere accolto un po’ meglio. T’ho

rivisto, non t’ho abbracciato, ma non importa, e me ne torno via....

— Come? Subito?

— Eh perdio! che vuoi che ci resti a fare? Sono stato quattro mesi

a caccia in Sardegna e in quattro mesi mi hai scritto una volta per

ringraziarmi delle pernici che ti mandai. Torno ieri sera in villa

stanco morto; le strade sono ghiacciate e non mi riesce di trovare un

legno che mi conduca a Firenze; senza sgomentarmi fo a piedi, di notte,

dieci chilometri per il tuo bel muso. Arrivo alle cinque, sei fuori;

torno alle nove e mi accogli come un seccatore.... Reno, qui, smetti di

far le carezze a cotesto signore; l’uggisce il padrone.... o figurati

il cane!...

— No, aspetta, Mario.... ti dirò....

— Che cosa? Quel che mi diresti l’ho indovinato; il resto non lo so e

non me lo dici di certo.

— Non ti capisco.

— Oh! mi spiego subito io; ma prima fammi il piacere d’andarti a levare

cotesta maledetta cravatta bianca.

Alberto entrò in camera sua, Mario si sdraiò sopra una poltrona

vicina al caminetto e ponendo tra le ginocchia la testa del cane, e

accarezzandolo pensava:

— Oh! Reno, Reno, povera bestia! campate dimolto se vi riesce; voi

almeno siete sempre lo stesso; e quando farete la corbelleria di

morire, l’ultimo sguardo di cotesti vostri belli occhioni sarà per il

vostro padrone. Campate dimolto, povero Reno! morto voi, morti tutti;

sopra Alberto non c’è da contarci più.... ce lo hanno portato via e

a me pensa tanto, quanto voi al primo beccaccino che avete puntato.

Pazienza! seguiteremo a andare a caccia, a star soli; ci annoieremo

insieme, mugoleremo insieme; voi seguiterete a dimostrarmi che la

vostra specie è migliore della mia ed io seguiterò ad ammirarvi e a

volervi bene.

L’uscio s’aprì e Alberto rientrò nella stanza.

— Mettiti lì, — disse Mario, accennandogli una poltrona dirimpetto alla

propria; — mettiti lì e rispondi.

— Ah! si tratta proprio di un interrogatorio? — domandò sorridendo

Alberto.

— In tutte le regole. Avanti dunque: come si chiama?

— Chi?

— Come chi? Lei.

— Lei?.... — domandò Alberto facendo il meravigliato; e arrossì.

— Ah! fai il viso rosso? T’hanno guastato meno di quel che credevo.

Dunque come si chiama?

— Oh! spiegati più chiaro perchè io non ti capisco davvero.

— Ah! non mi capisci? Senti, figliolo mio, può darsi che in quattro

anni dacchè sto in campagna senza vedere anima viva quasi mai, io sia

diventato un villano, ma un imbecille no.... Tu sei innamorato fino

alla punta dei capelli....

— Ma che!...

— Fino alla punta dei capelli... Dacchè ci conosciamo, ed è molto

tempo, non è passata settimana che tu non mi abbia scritto; sei venuto

spesso a trovarmi a Campomoro e mi hai ricevuto a braccia aperte ogni

volta che comparivo a Firenze. Oggi invece stai sulle spine; non hai

coraggio di dirmi “vattene„ ma se me ne andassi ti farei un piacerone.

Un mutamento c’è. La ragione? Io l’ho trovata, tu provati a darmene

un’altra se ti riesce.

— E se fossi innamorato?

— Se fossi! Bella ipotesi; se tu fossi, giocheresti, caro mio, un gioco

pericoloso. Potrebbe essere una fortuna o una disgrazia; ma le fortune

capitano tanto di rado!...

— Non mi fare lo scettico; hai una benedetta smania di apparire

peggio.... cioè meno buono di quel che sei; ma tanto, lo sai, non ti

credo....

— Che c’entra lo scetticismo? Se tu avessi diciotto anni sarebbe un

altro paio di maniche. A quell’età l’amore viene in un giorno e se ne

va in un’ora! Ma tu ne hai trenta, caro mio, a momenti. Se si trattasse

d’una ragazza e tu volessi pigliar moglie....

— Ma e che cosa ne sai?

— Oh! fammi il famoso piacere!... Se tu avessi avuto un’idea simile,

a quest’ora m’avresti scritto più lettere che non ho capelli in capo.

Già, si comincia, che una ragazza me la avresti fatta conoscere. Non

perdiamo tempo in chiacchiere.... Niente ragazza, niente matrimonio.

Dev’essere un de’ soliti amoracci....

— Mario!...

— Eh! non c’è nè Mario nè Silla. Ho detto amoracci e non mi ricredo.

Contentezze poche e guai dimolti. È così, dev’essere così ed è giusto

che sia così. E meno male se t’intoppi in una donna buona; ma con la

poesia che ti frulla per il cervello e cotesta bella esperienza che

ti ritrovi, non mi farebbe specie tu cascassi fra le unghie di qualche

strega, che ti desse il mal d’occhio per tutta la vita.

Alberto si alzò come spinto da uno scatto di molla; era impallidito

ad un tratto. La ipotesi gli parve tale un oltraggio per Clara, che,

dimenticando in un momento tutte le prove d’amicizia vera che Mario gli

aveva date, non accorgendosi neppure che quella era una testimonianza

d’affetto:

— Ma che te ne importa? — disse. — Lasciami un po’ fare quel che voglio

e non mi seccare.

Mario si alzò alla sua volta:

— Ah! che me ne importa? Eh capisco! Tu ti scordi d’ogni cosa, e per

conseguenza ti scordi anche che siamo amici da un pezzo, che dal giorno

in cui t’ho conosciuto t’ho voluto bene come a un fratello. Sicuro che

me ne importa; perchè anch’io ho la mia buona parte di egoismo e forse

quello che amo in te non è che l’ombra di me medesimo. La vita, caro

mio, la conosco più di te.... Sì; non c’è da alzar le spalle, più di

te. Pochi uomini sono entrati nel mondo con tanta fede quanta ne avevo

io; negavo il male con la sicurezza dello stoico che nega il dolore.

Passò quel tempo; e se ora ti secco con le mie sorveglianze gli è

perchè ho paura. Già, ho paura che tu ti trovi un bel giorno, come è

successo a me, a aver due soli affetti nella vita: un uomo e un cane;

un uomo al quale do noia e un cane che non m’intende.... Povero Reno!

abbi pazienza!

— Mario, scusa....

— No, lasciamo andare. È inutile di seguitare a discorrere; tra le cose

che ho imparate c’è anche questa: che dar consigli e prestar danari son

i due mezzi più spicciativi per disfarsi degli amici. Lasciamo andare.

Ho capito. Torno a Campomoro. Reno, su; se hai bisogno sai dove sto....

Prese sul canapè il cappotto, fece un cenno al cane ed uscì. Alberto

gli corse dietro fin sulle scale, richiamandolo; inutilmente.

Rimasto solo si dolse seco stesso del contegno tenuto con Mario; sapeva

i suoi passati dolori e si rammaricava d’aver riaperto vecchie piaghe.

Fu l’affare di dieci minuti poco più; poi si sdraiò di nuovo sulla

poltrona....

Come sono egoisti gl’innamorati!

Racconti(#75764) · 第 43 / 69 题