Se Alberto Valmarana avesse avuto venti anni, egli uscendo dal palazzo
Dolgornki, imbrancatosi con gli amici, sarebbe andato probabilmente
a far colazione con loro, avrebbe bevuto alla salute della sua bella
e, senza nominarla, adoperato per guisa da fare a tutti intendere
facilmente chi fosse.
Alberto s’avvicinava ai trenta e voleva godere le estreme gioie della
gioventù, goderle col desiderio prima, colla memoria poi, e se ne
andava a casa solo mentre sonavano le nove della mattina, pensando
all’appuntamento che Clara gli aveva dato per le nove della sera; ci
pensava come se quello fosse stato il loro primo convegno segreto.... e
non era.
Io che so di raccontare una storia vera, m’impensierisco se imagino che
qualcheduno già dica fra sè:
— Oh Dio! questo Alberto! come si sente subito che è il personaggio di
un romanzo.
Lo so. Lei, uomo sodo, che piglia il mondo come viene, che s’è
avvezzato oramai a sorridere delle passioni umane, lei dirà che Alberto
non aveva tutti i suoi giorni.
Lei, signora mia, che strascicando faticosamente amori infiacchiti
perdè non pure il ricordo, ma il desiderio delle commozioni prime, lei
dirà che Alberto la fa ridere.
Pazienza! Alberto era così ed io non posso mutare l’indole sua per far
piacere a lor signori; se lo avessi educato io me lo sarei tirato su
un egoista, giovandomi dei consigli preziosi di lei, uomo sodo, e dei
suoi, anche più preziosi, signora mia; ma lasciato a sè stesso egli,
povero ragazzo, crebbe pieno d’ubbìe; aveva tra l’altre quella d’amare,
vivendo in mezzo a gente che a mala pena ha vigori sufficienti per fare
all’amore.
Quando Alberto entrò in casa, il cameriere gli si fece incontro.
— C’è il signor Mario.
— Dove?
— In salotto.
Alberto aprì la porta; sopra il canapè Mario Loveni, più che amico
fratello suo, dormiva saporitamente, ravvolto in un cappotto alla
maremmana.
Reno, un bel cane da caccia di razza spagnola, dormiva anch’esso vicino
al padrone.