Sul lago.
Il cielo ha una fisonomia come il volto umano; il giorno in cui
traversai il lago di Costanza sul battello che si dirigeva a
Friedrichshafen doveva essere per gli abitatori dell’aria giorno di
festa. Il tramonto era stupendo; una nebbia bassa e densa copriva
il lago e gli dava l’aspetto di una vasta superficie di lavagna; il
cielo pareva un’immensa cupola azzurra; alla sua estremità inferiore
si ripiegava senza gradazioni di tinte una larga striscia circolare di
giallo croma; l’anfiteatro delle colline, sulle quali si riflettevano
i raggi estremi del sole, scintillava quasi coperta di teletta d’oro
trapunta con i diamanti.
Se il mio amico Cabianca avesse tratto da quel motivo uno dei suoi
vigorosi acquerelli, chi sa che cosa avrebbero detto gli scrittori di
appendici. La natura, che non conosce quei signori e che eglino forse
conoscono poco, si divertiva a colorire con le calde tinte della sua
tavolozza uno de’ suoi quadri più singolari.
Alla prua del battello stavano i viaggiatori di seconda classe, a poppa
quelli di prima; ma l’uno e l’altro dei due scompartimenti erano per
la più gran parte ingombri di casse; su’ battelli del lago di Costanza
i viaggiatori sono accessori che tolgono spazio e comodità alle
mercanzie; ed io sul lago di Costanza, per la prima volta in vita mia,
ho desiderato di viaggiare come i bauli.
Le rive del lago appartengono a cinque Stati: la Svizzera, la Baviera,
il Würtemberg, il Baden, l’Austria. V’erano dunque tra gli operai che
stavano nella seconda classe, sudditi di repubbliche, di monarchie
costituzionali per amore, di monarchie costituzionali per forza.
M’avvicinai a loro, non parlavano di politica; ma dallo aspetto, dagli
atteggiamenti, da’ discorsi che facevano, mi formai il convincimento
che i sudditi degli Stati tedeschi non invidiavano agli Svizzeri la
loro libertà. V’erano sul battello alcune contadine dell’Alpe Sveva,
notevoli per i due contrassegni della beltà, quale la vagheggiò il
Tiziano: la robustezza del tronco e la grazia della fisonomia; orbene,
io avrei giurato che posti a scegliere tra instaurare la repubblica
e baciare le contadine, quelli operai sceglievano le contadine. —
Opinioni!
Nella prima classe si adunava una società cosmopolita addirittura;
inutile il dire che i più erano Inglesi. Come le quaglie in certe
stagioni dell’anno si gettano a migliaia sull’isola di Helgoland,
così a giugno gl’Inglesi invadono per legioni il continente europeo.
È un’usanza che dura da un pezzo, sebbene il tipo dell’Inglese,
quale i nostri babbi lo videro e lo descrissero, sia oramai perduto.
L’Inglese, vittima degli osti e dei vetturini, che comprava un pollo
per una ghinea non lo trovate più; ora, se ricco, viaggia come i ricchi
di tutte le altre nazioni; se di fortuna modesta, ammaestrato dalle
soperchierie un tempo sofferte, viaggia imaginando di continuo frodi ed
inganni; tenta di ottenere un ribasso alla tavola rotonda e poco manca
non rubi al locandiere per rifarsi di quanto sospetta che il locandiere
abbia rubato a lui.
Sul battello v’erano individui d’ognuna di coteste specie: il lord
che ha palazzo a Londra e castelli in questa o in quella Contea, e
l’oscuro mercante che tiene bottega in una città di provincia. Stretta
conoscenza sulle montagne dell’Oberland ascese insieme, facevano,
traversando il _Bodensee_, crocchio fra loro.
Per fortuna nacque una disputa sull’elevazione del lago, particolare
del quale il Murray pare avesse taciuto; chi diceva una cosa, chi
un’altra; volendo por fine alla disputa, uno di loro, il quale
scorse la _Guida_ del Joanne ch’io teneva fra mano, mi si accostò
e me la chiese. Gliela porsi; mi ringraziarono e fui ammesso alla
conversazione.
Colui che mi aveva parlato per il primo vantava un nome scritto nel
magno libro del _Peerage and Baronetage_. Era vestito colla linda
diligenza consueta negl’Inglesi: soprabito nero, panciotto, cravatta
e pantaloni bianchi, scarpe di vitello lucido; vestiario che avrebbe
potuto portare in Piccadilly o a Trafalgar-Square e di cui s’era
servito anche sulle Alpi di Berna. Aveva viaggiato mezzo mondo e tratto
dai viaggi una quantità molto considerevole di nozioni varie e curiose;
e si compiaceva di seminare nella conversazione i tesori della sua
dottrina, come il principe Estherazy seminava ballando le perle e i
diamanti dei suoi stivali. Conosceva gli nomini più popolari dei paesi
da lui percorsi. Aveva parlato in Spagna con l’Arjona e col Montès, a
Montevideo col Rosas, a Buenos-Ayres con l’Urquiza e insieme con lui
assistito alla battaglia di Caceros. A Washington strinse amicizia col
Lincoln; passeggiò al braccio del Brigham Young per le strade di Utah
e pranzò col Manin a Venezia. — In Russia udì leggere dal Ponchkine il
_Dmitri Godunoff_, vide il Gogol scrivere le _Anime morte_. In Persia
pregò con gli Yezidi, a Nowo-Tscherkask giocò coi Cosacchi.
Viaggiava solo: “Se il compagno di viaggio, diceva, ha le nostre
opinioni, le nostre consuetudini, perchè portarsi dietro un pleonasmo
ambulante? Se non le ha, che gusto c’è a viaggiare con un avversario da
combattere, con un reprobo da convertire?„
Unico compagno delle sue peregrinazioni, un ombrello, ch’era nello
stesso tempo ombrello, bastone, stocco e telescopio.
In un’ampia cassa portava seco gli oggetti curiosi d’arte e
d’antichità, raccolti in un viaggio recente per la Francia e per
l’Italia. Due vasi di Capodimonte, un piatto di Giorgione, un altro di
Orazio Fontana; un _Decamerone_ del Valdarfer, una statuetta in diaspro
di Volterra attribuita a Orazio Mochi, un libro d’oro appartenuto ad
Anna di Brettagna colle miniature del Poyet; un _Elogio della Pazzia_
di Erasmo rilegato dal Grolier e via discorrendo.
Ricco e artista, archeologo e uomo di spirito, aristocratico e culto,
in Italia sarebbe passato per un originale.
— Sono stato la prima volta in Italia, — mi disse, — vent’anni fa, e
da quel giorno ho tenuto sempre dietro alle cose vostre; credevo con
un po’ di buona volontà e con l’aiuto dei giornali politici, d’avere
un giusto concetto del vostro stato presente. Vedendo le cose da me
ho numerato le corbellerie che possono entrare in testa in vent’anni
a un galantuomo con un po’ di buona volontà e con l’aiuto dei giornali
politici. — Voi altri Italiani....
— Chi le ha detto ch’io sia italiano?...
— Lo neghereste?
— Non lo nego. Le domando come fa a sapere che sono italiano.
— Mio caro signore, voi non siete un mio compatriotta; questo è certo.
— Sta bene; e poi?
— E poi siete troppo linfatico per un greco, troppo vivace per un
olandese; parlate da mezz’ora con un uomo di cui non sapete il nome,
non siete un tedesco; parlate poco, non siete francese; viaggiate senza
servitori, non siete un russo; non avete ancora lodata l’Ungheria, non
siete un ungherese; avete data la mancia al facchino, non siete uno
svizzero; non avete le mani sudicie di tabacco, non siete uno spagnolo;
non portate diamanti alla camicia, non siete un americano del sud; non
vi pigliate i piedi in mano, non siete un americano del nord. Dunque
siete un italiano.
La conversazione continuò; il suo giudizio sugli Italiani era severo.
— Siete, — diceva — il popolo delle perpetue contradizioni; infingardi
e irrequieti: avete il sole e c’invidiate il carbon fossile:
vi occupate troppo di politica e non abbastanza; e questo nuoce
all’incremento del vostro credito e de’ vostri commerci.
— Perchè? — soggiunsi. — Nelle repubbliche antiche i cittadini si
adunavano nel Fôro e disputavano delle faccende dello Stato; usciti di
là tornavano a’ loro campi, a’ loro negozi.
— E sta bene; sarebbe curioso che io, inglese, vi dicessi l’opposto;
ma voialtri vi occupate di politica quanto basta per distrarvi dagli
studi e dalle faccende, non tanto da dare un impulso vigoroso al vostro
incremento civile. In sostanza gl’Italiani non amano la libertà....
— Oh!...
— Lasciatemi dire: non l’amano per i beni che porta seco, bensì per
i mali che risparmia; ma in fondo, un governo dispotico che desse
guarentigie di sapienza e di temperanza, se tali guarentigie fossero
possibili, compirebbe i loro voti; tant’è vero che da Taranto a Susa io
ho sentito ripetere mille volte quest’antifona: “un uomo! un uomo! ci
manca un uomo che pigli le redini e guidi lui.„
— Le pare tanto bizzarro questo desiderio?
— Sicuro. Un uomo! Gli avvenimenti, mio caro signore, in oggi sono
giganteschi, e gli uomini si mantengono della loro statura ordinaria.
Fra gli uomini e gli avvenimenti c’è una sproporzione grandissima;
potete lamentarla in mille modi, e rimediarci in un modo solo: lavorare
in molti. Il tempo degli uomini che tenevano in mano le sorti di tutto
un popolo è finito con Napoleone primo; e anche lui, sebbene imponesse
all’Europa la sua volontà per tanti anni di seguito, ha, in ultima
analisi, obbedito alla legge de’ tempi nuovi. Difatti, molte cose che
voleva, dominio in Spagna, in Italia, sono distrutte; molti regni che
gli era piaciuto annientare, la Prussia per esempio, sono più forti e
più potenti che mai. Cercare l’uomo è tempo perso; impiegatelo meglio a
fare degli uomini. E lavorate.
Mi strinse la mano lasciandomi sperare che lo avrei ritrovato
a Salisburgo; e, presentatomi ad uno dei suoi compagni, scese a
Friedrichshafen.
Quest’altro, lungo, secco, aveva il viso cartilaginoso, d’un
giallo opaco chiazzato qua e là da macchie d’un giallo più forte, a
simiglianza dei vecchi avori rinchiusi negli armadi delle sagrestie;
mani da apostolo, piedi larghi larghi. Viaggiava insieme con la sua
figliuola, vera ragazza del West-End: pelle liscia, zigomi lucenti,
sguardo vago; una figura di Lawrence nata da un personaggio di Hogarth.
Stavano seduti ambedue; il padre teneva fra le gambe uno di quei
bastoni ferrati che servono per salire sulle montagne e gl’Inglesi
riportano a casa come l’Haji dalla Mecca il _caftan_ verde. Leggeva
con una certa tenerezza la Guida del Murray e secondo il Murray lo
consigliava, si preparava a provare una commozione triste, o a uscire
in grida di ammirazione. Due terzi degli Inglesi viaggiano come
lui. C’è al Museo di Brera un quadro del Guercino: _Agar e Abramo_;
tipi volgari, toni sgradevoli: ho detto che è del Guercino, ma si
piglierebbe per un Caravaggio sbiadito. Piacque, non so come, al Byron.
Il Murray non potè non ammirarlo, dappoichè l’aveva ammirato il Byron,
e gl’Inglesi lo ammirano a bocca aperta sulla fede del Byron e del
Murray.
La ragazza disegnava. Il Murray aveva segnalato all’attenzione dei
viaggiatori le rive del lago di Costanza e il padre aveva pregato
la figliola di pigliare col lapis un ricordo; il Murray non aveva
preveduta la nebbia e il padre non se n’era occupato. Il disegno era
fatto con sentimento; le rive, com’è naturale, non si vedevano; e i
segni della matita sfregacciati con lo _sfumino_ ritraevano con bella
evidenza la nebbia che le copriva.
L’Inglese, dopo avermi accennato con un’occhiata di compiacimento il
capolavoro della figliola, mi confidò che i disegni de’ quali l’_album_
era pieno dovevano illustrare le _impressioni_ del loro viaggio
nel Tirolo e nella Svizzera. Me le dette a leggere come stavano nel
portafogli; ne ricordo questi frammenti che traduco e trascrivo:
14 _Agosto_. _Mercoledì_. Sveglio Mary alle cinque; dice che avrebbe
dormito volentieri un altro paio d’ore. Arriviamo al Pfändler alle
nove. Panorama delle Alpi tirolesi; molti pini. Hohenents: due cascate.
Spettacolo stupendo.
16 _Agosto_. _Venerdì_. Bludenz. Fabbrica di carta del signor Gassner.
Mary vorrebbe riposarsi. Montiamo sull’Arlberg. Valle strettissima.
Spettacolo bellissimo.
9 _Settembre_. _Lunedì_. Cresta nell’Engadina, il più alto villaggio
dell’Europa. Strada cattiva. Mary è stanca. Semaden 522 abitanti.
Vi dimora il banchiere Tosio. Corrispondente a Londra, Johnson Happ
and Co., Albrecht-street, 15. Ghiacciaio di Morteratsch che somiglia
agli altri già veduti. Spettacolo meraviglioso. Mary si riposerebbe
volentieri.
. . . . . . .
Un fiorentino ch’io conoscevo di vista passeggiava lungo il battello,
pensieroso colle mani dietro come D. Abbondio prima che incontrasse i
bravi; lo scansai. In patria lo derisero, io lo compiango. Lo dicono
invidioso; si può fargliene rimprovero? Siamo di buona fede: qual’è
l’uomo che non invidia un altro uomo? Alcuni invidiano la fantasia al
Verdi, la gloria al Manzoni, i danari al Torlonia; altri più modesti
invidiano il trono al Re; il mio compagno di viaggio, modestissimo fra
tutti, invidiava alla gente più di lui fortunata un ufficio diplomatico
e la commenda della Corona d’Italia.
La diplomazia fu il suo primo amore; egli pensò: “Dio buono! che mi
manca per essere un ottimo diplomatico? Parlo la lingua degli altri
meglio della mia, so dire, pensandoci, un complimento e una bugia
senza pensarci; non ho titoli, ma ho quattrini per comprarli; fumo
_manillas_; mi spalmo le mani due volte al giorno con la pasta di
mandorle; ho i modi affabili, l’inchino spontaneo; in gastronomia
sto tra’ primi, so che i migliori piselli nascono a Macon e che
la mortadella di Reims supera quella di Bologna. La pratica...
l’abilità!... oh! poi in fondo, questo mestiere di diplomatico dev’esser
molto facile... se se ne giudica dall’ingegno di coloro che lo
esercitano.„
Argomentazioni acute e nondimeno inefficaci. Gli toccò per entrare
nella diplomazia sobbarcarsi a un esame. Gli esami, è sentenza antica
oramai, non provano nulla e non provarono nemmeno ch’egli sapesse
verbo di quei tanti _diritti_ che si vuole opportunamente i diplomatici
conoscano, posto che debbono aiutare a violarli. Lo bocciarono e addio
legazione e commenda!
Allora raccolse intorno alla propria valentìa misconosciuta tutti gli
ordini eterocliti che il sacro sentimento dell’eguaglianza coltiva e la
rugiada democratica irrora sui soprabiti dei grandi italiani negletti
dal Governo o perseguitati dalla fortuna.
Il nastro paonazzo de’ _Salvatori_, l’amaranto dei _Fratelli
universali_, l’avana de’ _Pionieri del progresso_, il glauco degli
_Araldi della civiltà_ gli fregiarono l’occhiello composti e confusi
per lui in una rosetta elegante ostentata nella gloria del sole. Ed
egli passeggiando su e giù per il battello la sbirciava colla paga
alterezza di chi, nonostante la tristizia dei tempi, si sente al tempo
stesso salvatore, fratello, pioniere ed araldo!
Io rimpiangevo di non essere sceso a Friedrichshafen col mio simpatico
Inglese. Ci sono dei giorni nei quali lo star zitti rincresce; io
morivo di voglia di chiacchierare con qualcheduno; con chi? Col
capitano del battello? Aveva da fare; barattammo qualche parola, poi
rientrò nel suo stambugio; additandomi un giovanotto suo parente,
dottore in filosofia, che s’era ammogliato di fresco, e dopo avor fatto
con la sposa il viaggio di nozze _(Heirath-Reise)_ se ne ritornava con
lei a Stoccarda.
Erano seduti l’uno accanto all’altro; il marito aveva una faccia
rossa, grassa, concupiscente, la moglie floscia, pallida. Se avessi a
cercare anche per loro una rassomiglianza nella storia della pittura,
paragonerei lui a uno dei fumatori di Adriano Brawer, lei a una delle
Madonne clorotiche del Sassoferrato. Lui gesticolava ed istruiva a
voce alta la compagna intorno all’autorità del senso interiore, alla
obiettività e alla personalità dell’infinito, lei a occhi bassi pareva
compresa della picciolezza propria innanzi a tanto sapere, e ricamava,
non senza compunzione, una papalina, da coprire la testa al marito
finohè non gliela circondasse un’aureola di gloria.
Vicino a loro un vecchio scienziato; teneva una scatola da sigari
tutta piena d’insetti diligentemente infilzati in altrettanti spilli;
l’apriva e chiudeva ogni tantino. M’accostai a lui, ed egli mettendomi
vicino al naso or una, or un’altra di quelle bestiole, mentre mi
guardava di sopra gli occhiali, disse:
— Eleater rugosus, Platinus cærulæus — Platinus cærulæus, Eleater
rugosus.
Non potei levargli altro di bocca; non so nemmeno di che paese fosse;
chiamava gl’insetti col nome latino e aveva il collo del soprabito
unto; e queste sono consuetudini comuni a tutti gli scienziati del
mondo.
Parte di questa gente scese ad Immerstad, parte ad Hagnau; l’Inglese e
la figlia a Moersburg, patria del Mesmer. Il viaggio sarebbe loro parso
incompiuto, se non avessero calcato la terra che vide nascere il gran
profeta del magnetismo animale.
Sarei rimasto solo se non fossero salite sul battello due persone: una
donna ed un giovine, che mi dettero subito nell’occhio, l’una per la
stupenda bellezza del corpo e la espressione della fisonomia, l’altro
per la semplice eleganza delle vesti e la nobile disinvoltura del
portamento. _Lui_, se mettesse il conto, potrebbe descriversi, _Lei_
no. Nei ritratti di donna ci vuole una finezza alla quale difficilmente
si arriva; poeti e romanzieri, delineando con la penna figure di donna,
cadono per lo più nel massimo difetto dello fotografia: esagerano
i tratti rilevanti, alterano i delicati e guastano i più attraenti
aspetti femminili.
Quanti anni aveva? Chi lo sa? Che ha da fare con l’estetica il
calendario? Quando una donna adempie scrupolosamente il primo de’ suoi
doveri, — essere bella, — chi sarà così audace da investigare quante
volte agli albori autunnali abbia fissato gli occhi nel pianeta di
Venere, quante abbia destato l’invidia delle Oreadi che l’han vista,
d’estate, tuffarsi nella marina? Una battaglia terribile si combatte
quaggiù tra la più stupenda delle cose umane, — il volto di una bella
donna, — e la più crudele delle potenze misteriose: — il tempo; quando
il tempo è vinto dalla bellezza, io non interrogo, ammiro.
Aveva un vestito nero, leggiero, scollato; le spalle coperte da
una finissima trina di Malines nera anch’essa, sotto ai cui confusi
arabeschi appariva la pelle rosea, luminosa. Le pieghe del vestito, il
garbo ond’era ripreso sui fianchi, la semplicità con la quale era tutto
quanto foggiato, attestavano lo studio amorevole e quel felice istinto
de’ piaceri squisiti che si chiama gusto.
Vennero ambedue a sedersi vicino a me; parlarono e seppi così ch’erano
italiani. Non avendo nessuna voglia d’occuparmi de’ fatti loro, me ne
andai all’estremità opposta del battello. Il fanale rosso fu acceso a
poppa e rimasi nell’oscurità; credendosi soli cominciarono a parlare
più forte; un vento leggiero che cacciava la nebbia dalla superficie
del lago, portava sino a me le loro parole.
_Lei_. — Sicchè.... viaggia senza un fine determinato?
_Lui_. Per ammazzare il tempo.
_Lei_. Sarà.... ma....
_Lui_. Non mi crede?
_Lei_. Sì.... bensì è una cosa curiosa che lei, viaggiando senza saper
dove va, faccia la mia stessa precisa strada, si fermi alle stesse
locande alle quali mi fermo io, che so dove vado e perchè ci vado.
_Lui_. Ma! è un caso, un bel caso, ma un caso.
_Lei_. Badi; al caso io ci credo poco.
_Lui_. Che posso dirle? Lei sa dove va e ha preso la strada che doveva
prendere, stabilì prima di partire a quali locande si sarebbe fermata.
Io vado a zonzo in questo paese, in quell’altro, scendo sempre alla
prima locanda....
_Lei_. Non è vero.
_Lui_. .... alla prima che trovo.
_Lei_. Va bene: ma senta....
_Lui_. Mi faccia il piacere, metta da parte il _lei_; ho avuto l’onore
di ballar seco una mazurka in casa di Rustem-Bey e le ho lasciato
il giorno dopo il mio biglietto di visita; siamo stati insieme nel
Comitato per gli Asili infantili.... si può quasi dire che siamo in
intimità.
_Lei_. Odio il voi, non do del voi che ai servitori.
_Lui_. Allora....
_Lei_. Senta, le propongo una impresa eroica.
_Lui_. Dica, marchesa, dica.
_Lei_. Il caso la perseguita, a quel che pare, con una pertinacia
insolente; lo gastighi, lo deluda, lo vinca.
_Lui_. Cioè?
_Lei_. Cioè.... io vado a Baden; il caso, se lo lascia fare, ci conduce
anche lei.... lo canzoni: pigli la strada di Monaco.
_Lui_. Marchesa, mentre ella scherza sul fato, il fato le insegna a
rispettarlo. Guardi, io non sapevo che lei fosse diretta a Baden; le
ho detto che viaggiavo senza scopo, ma fra tante irresolutezze, ad
una cosa sola ero risoluto: a passare da Baden. Sa che ho studiato
medicina; non ho mai voluto esercitare e sono per conseguenza il mio
unico cliente. Per guarire da certi piccoli malanni mi sono ordinato
per quest’anno le acque di Baden. È un’ordinazione del medico,
marchesa, ci va della sua coscienza.
_Lei_. Ah! ah! glielo diceva io che il caso si sarebbe stancato alla
fine? Ho detto per chiasso; mi fermo a Carlsruhe da un vecchio amico
del mio povero marito, un antico segretario della legazione d’Austria
in Toscana.
_Lui_. Stamani a Friedrichshafen, quando caricavano i suoi bauli sul
battello, io vi ho visto mettere un cartellino su cui era scritto: _per
Baden_; le bugie hanno le gambe corte.
_Lei_. Cortissime, e lei ne ha detto una affermando di non sapere dove
io fossi diretta.
_Lui_. È vero!... Una bugia per uno; — dimentichi e perdoni, marchesa,
come io dimentico e perdono.
_Lei (dopo una breve pausa)_. Lasciamo andare gli scherzi; siamo intesi
dunque.
_Lui_. Eccome; lei va a Baden per.... non ho capito bene perchè ci
vada; io ci vado perchè il mio medico, l’uomo che mi conosce meglio e
che gode più d’ogni altro la mia fiducia, mi ha ordinato le acque.
_Lei_. L’avevo pregato di lasciare da parte gli scherzi non senza
una ragione. Parliamoci chiaro. Questa conversazione fatta nel mio
salottino mi spaventerebbe o mi farebbe ridere; qui sul lago di
Costanza, in battello, ci si può permettere un discorso franco,
anche con uno spensierato come lei. Io vado a Baden; troverò là molte
nemiche intime.... desidero che la sua compagnia così assidua non dia
motivi a chiacchiere sul conto mio. Quelle signore, dacchè son rimasta
vedova, si son sempre compiaciute nell’imaginarsi ch’io abbia così, di
nascosto, qualche capriccetto; io che bado pochissimo a quel che dice
il mondo, m’arrabbio ogni volta mi sento lanciare un’accusa simile.
Segreti, capricci no: potrei voler bene a un uomo, ma lo direi.
_Lui_. E lo sposerebbe...?
_Lei_. Secondo.
_Lui_. È tanto sincera quanto è bella.
_Lei_. Lasci stare i complimenti.
_Lui_. Se il complimento è una menzogna cortese, questo un complimento
non è. Che è bella lo sentirebbe anche se non lo sapesse, perchè
una donna sente d’esser bella prima che glielo dicano. Che è sincera
poi.... Sfido io! non c’è che lei capace di dire a un uomo: posso avere
un amante, e non provare il desiderio di mutarlo in marito.
_Lei_. Primo punto, non ho parlato di amanti... Ma via, sì, non voglio
fare ipocrisie; il significato era cotesto; oramai è andata. Sono
vedova e la mia schiettezza non fa danno a nessuno. Sicuro: potrei
avere un amante e non sentire il desiderio di farmene un marito. Che
vuole? Ho letto, non mi ricordo più in che libro, ma di certo in un
libro francese, perchè italiani non ne leggo mai....
_Lui_. Mai?
_Lei_. Mai; mi annoiano; dopo che s’è fatto l’Italia non vogliono
che si dica; ma siccome i libri italiani seguitano ad annoiarmi anche
dopo che s’è fatto l’Italia, io seguito a leggere i libri francesi. Le
amiche mie tengono i romanzi di Montépin consunti, accanto al letto, e
i libri indigeni sul tavolino di salotto. Io abborro da queste finzioni
meschine.... E poi non è vero che i libri francesi divertono di più?
_Lui_. Non lo so; a me divertono le conversazioni come quella che era
cominciata e mi annoiano le discussioni letterarie come quella a cui
vorrebbe condurmi. Dunque ha letto?...
_Lei_. Ah sì!... ho letto in un libro francese che ci sono due specie
di cantanti: quelli che hanno la voce e non sanno servirsene, e quelli
che saprebbero servirsene ma non l’hanno; lo stesso si potrebbe dire
della più gran parte dei mariti; quelli che sono adorati dalle mogli,
non se ne curano; quelli che fanno una grazia speciale ogni volta che
escono di casa, credono d’essere amati più della luce degli occhi e
opprimono a furia di tenerezze; sicchè bisogna star male con gli uni e
con gli altri.
_Lui_. E le eccezioni? Gli uomini che vogliono amare riamati e....?
_Lei_. Restano celibi; hanno troppo cuore e per conseguenza troppe
paure; formano la legione degli amanti onesti e devoti. Tutto ben
considerato non mi rimariterò. Circa all’avere un amante, — non mi lodi
tanto della mia sincerità, — son sincera... non voglio amare nessuno.
_Lui_. Eppure sono tanto vanesio da credere che muterà proponimento.
_Lei_. Oh! _(pausa)_.
_Lui_. Tant’è; oramai mi pare inutile....
_Lei_. Un momento. Anche nei romanzi francesi che leggo, salto a piè
pari tutte le riflessioni dell’autore: roba inutile, le riflessioni
le faccio da me; segua il mio esempio e salti la sua dichiarazione;
la faccio da me. Appena ha saputo ch’ero partita da Firenze m’è venuto
dietro, sebbene fosse ad Innsbruck da due settimane; ha ballato con me
da Rustem Bey una mazurka, che le ha mostrati fra una battuta e l’altra
tutti i miei pregi morali; è stato con me nel Comitato degli asili dove
non ho mai aperto bocca, e dal mio silenzio ha arguito non soltanto
il mio ingegno, ma anche la mia modestia.... A Firenze m’ha sempre
cercato, per disgrazia non m’ha trovato mai.... Sta bene?
_Lui_. Nulla di tutto questo.... parlo sul serio, Emilia....
_Lei_. Può seguitare a chiamarmi marchesa, non me ne ho per male.
_Lui_. Oh! non rida! Guardi un po’ intorno a sè. Se i raggi della luna
non penetrassero traverso la nebbia che copre il lago, avrebbe ragione
di credere che un raggio d’affetto non possa mai illuminare il cuore
d’uno scapato.... Io le voglio bene.
_Lei_. Quasi quanto a Rustem Bey e un po’ più che agli Asili infantili.
_Lui_. Non rida. Da quando? Che le importa? Ora che fissa nella luna
cotesti occhi fatati, le preme forse di sapere da quanti secoli gira
lassù? Come è nato quest’affetto? Ora che respira le brezze del lago,
si cura forse di conoscere quale fenomeno fisico ne abbia scavato il
bacino?
_Lei_. Sa che parla bene? Un po’ troppo elegante per una orazione
improvvisa forse....
_Lui_. O bene o male poco importa; ma ripeto che parlo sul serio.
_(Pausa)_.
_Lei_. Me l’avevano detto che era un uomo singolare: mi vuol bene e non
mi conosce.
_Lui_. Le voglio bene non per quello che so, ma per quello che credo
d’indovinare. La conosco poco e l’amo giù molto.
_Lei_. E forse m’ama molto perchè mi conosce poco.
_Lui_. Ma c’è proprio bisogno per voler bene a una donna d’esser stati
a scuola con lei? Io agli amori che cominciano da bambini non ci credo.
Mi ricordo benissimo di tutte le compagne della mia adolescenza, e
mi pare impossibile di sentire oggi la commozione più lieve per una
di quelle donne che mi figuro bambine con le labbra piene di conserva
e trafelate per aver giocato troppo al volano. L’amore ha bisogno di
veli dietro ai quali la percezione o l’istinto indovini ciò che non
appare; sotto l’aspetto di una donna bella come lei, l’amore nella sua
malinconica curiosità cerca e scopre tutti i requisiti dell’intelletto
e del cuore.
_Lei_. È uno spensierato o un poeta?
_Lui_. Perchè non tutte due le cose nello stesso tempo?
Il battello si fermò.
— Costanza! — gridò una voce dalla riva del lago.
_Lei_. Oh! eccoci. Mi pensi ai bauli. Dicono che Costanza è una bella
città.
_Lui_. Tocca a lei, marchesa, a farmici domiciliare.
Per le vie deserte di Costanza, per i palazzi e le chiese dove più
solenni durano le memorie di Lotario I, di Enrico III, di Federico
Barbarossa e di Giovanni Huss, io cercai invano per più giorni i due
simpatici viaggiatori.
Una sera finalmente li vidi seduti sulle rive del lago; parlavano
poco e di rado; ella coi suoi belli occhi umidi seguiva le striscie
luminose che le stelle cadenti tracciavano sull’azzurro del cielo;
egli fantasticava distratto dietro alle nuvolette che uscivano da una
sigaretta di Latakia.
Parlavano poco e si dicevano tante cose!
Ogni tanto cessavano da quella contemplazione, misteriosa voluttà
dello spirito, si guardavano e sorridevano. E Victor Ugo opina che due
sorrisi quando s’accostano spesso si confondono finalmente in un bacio.
— Wollen sie gefälligst Ihren werthen Namen auf das Fremdenbuch
schreiben?[1] — disse il cameriere del _Zühringer Hof_ a Friburgo,
presentando il libro de’ viaggiatori.
E _Lui_ seduto, mentre Emilia in piedi seguiva col guardo lo scorrere
della penna, vi scrisse:
— Il conte Carlo F.... e sua moglie.
_Monsummano. 1869._