I.

Sul torrente.

Chi da Verona muove verso Trento percorre luoghi pieni di memorie

guerresche.

Qua Rivoli ove si fece illustre il Massena, là Roveredo ove il Wurmser

si coprì di vergogna, più innanzi Caliano ove i Veneti combatterono

contro gli Austriaci condotti dall’Arciduca Sigismondo, laggiù in fondo

i leggieri declivi di Custoza infausti due volte. Sopra que’ monti,

lungo que’ fiumi, per undici secoli Franchi e Longobardi, Tedeschi

e Spagnoli si contesero il dominio delle terre italiane; ora sui

campi ingrassati da’ cadaveri pasce la vacca, che lenta leva il muso

dall’erba e accompagna col fesso tintinnìo del campanello il grave

rumore della vaporiera.

Quanti milioni sciupati nel costruire le fortificazioni che servirono

poi così efficacemente alla cessione della Venezia! Quante vite spente

per serbare autorità ai congressi di Vienna e di Verona, dei quali non

resta oggi che un motto del Metternich e un libro dello Chateaubriand.

Intanto ch’io pensava così, la carrozza s’avviava alla Chiusa.

Tramontava il sole; dalle acque dell’Adige, screziate come le penne

del pavone, s’alzavano freschi effluvi; e le cime giallastre dei massi

calcarei brillavano irraggiate, quasi mosaici dorati sulla fronte d’una

basilica bizantina.

Che portentoso contrasto di linee, di tinte, di proporzioni! I massi

levano la enorme grigia mole sul fiume, quasi giganti a custodia; a’

loro lembi la fila delle casupole, gialle per i festoni di granturco

onde le ornano, si stende lunga e sottile tra l’acqua e la roccia. E

tutto il Trentino è così: singolare di austerità vigorosa e di grazia

idillica, di balze selvaggie e di colline ridenti. La solitudine

de’ gioghi più ardui è rotta dalla paziente fatica del montanaro;

dappertutto dove è un tenue strato di terra vegetale egli lascia una

traccia di sudata industria; fin sull’orlo degli abissi s’avventura a

raccogliere un mannello di fieno; e ogni anno o l’uno o l’altro di quei

burroni ha la sua lugubre istoria.

Nulladimeno i Trentini adorano quell’aspra terra, la quale non dà

frutti, e scarsi, che al lavoro pertinace; quella ruvida nutrice che

li culla bambini fra lo scroscio de’ torrenti e il rombo della bufera;

condotti altrove dalla necessità si consumano in una malattia lenta,

l’_Heimweh_ de’ Tedeschi, il _Laengtan_ degli Svedesi, la _Nostalgia_

de’ Savojardi; lontani, non altro rimpiangono che i dirupi sui quali

si inerpicarono ragazzi, le cime petrose delle loro montagne, le quete

ombrie delle loro selve di pini; e resistono alle fatiche più gravi, a’

travagli più duri, per la speranza di morire nella capanna nella quale

son nati.

Poco prima di Trento stanco, assetato, bussai alla porta di una povera

casa per cercarvi un po’ d’acqua; al primo colpo nessuno rispose;

bussai daccapo e di dentro una voce gagliarda domandò:

— Che volete?

— Un po’ d’acqua.

— Passate.

Spinsi l’uscio ed entrai. La stanza era bassa, angusta; l’intonaco

qua chiazzato di larghe chiose d’umido, là sgretolato e rigonfio;

rimpetto alla porta, nella parete verso la montagna, una piastra

circolare di calcina recente; e sopra attaccati, un vestito da donna

e un crocifisso. A sinistra un gran focolare come quello delle case

coloniche di Toscana, aperto fino a terra; nel mezzo della stanza

una tavola, qua e là qualche sedia fregiata di rossi intagli nella

spalliera. Accoccolato presso al focolare un uomo di forme ercúlee;

aveva la pelle bruna, quanto può essere la pelle d’un europeo, le

labbra d’un rosso cupo fra le quali luccicava lo smalto dei denti

forti e bianchi; l’occhio nero e mobilissimo. Era vestito d’una camicia

color marrone e di un paio di calzoni simili che gli scendevano sino

al ginocchio; le polpe del colore del cuoio nude fino alla noce, il

piede sguazzante in un paio di scarponi colle suola di legno, ferrate,

a punta larga, quadrata. Gli copriva la testa un berretto catalano di

lana turchina, di sotto al quale i capelli neri scendevano ricciuti

e lucidi verso le spalle. Con una stecca di legno bianco flessibile

tagliava una polenta di granturco ancora fumante. Dal lato opposto

del focolare, due ragazzi robusti, seminudi, sudici guardavano con

un occhio me, con un altro la polenta; si leggeva loro in faccia una

grande meraviglia e un maggiore appetito.

Gettata a’ ragazzi la loro parte di polenta, l’uomo s’alzò e sciacquato

un bicchiere vi versò l’acqua da una fiasca, lo pose sul tavolino, e

brontolò:

— Bevete.

Bevvi, ringraziai e feci per andarmene; ma vi era nell’aspetto di

quella stanza, nella fisonomia di quell’uomo, nel suo desiderio

manifesto di liberarsi di me, tanto da solleticare la mia curiosità e

da invogliarmi a traccheggiare. Cercai un pretesto.

— Non ci avreste un po’ di latte, buono come ce lo dovete aver voialtri

qui nel Trentino?

L’uomo accennò di sì col capo.

Uno dei ragazzi uscì. Al colpo del battente che si richiuse, un pezzo

d’intonaco si staccò e cadde con rumore quatto, suscitando un polverìo

sottile.

L’uomo taceva. Io quasi mi pentivo di non essermene andato; si sarebbe

sentito volare una mosca. Il silenzio fu rotto dal cigolìo dell’uscio;

il ragazzo tornò con una ciotola di legno nero piena di latte caldo,

aromatico.

Lo bevvi d’un fiato e posata la ciotola esclamai:

— Che buon latte!

Ma l’uomo non rispose; seccato, soggiunsi:

— È del vostro?

— Sì.

— E... che cosa costa?

— Nulla.

— Come nulla?

— Nulla.

— Va bene, farò così....

E tratta fuori dalla borsa una lira: — Tieni, ragazzo, dissi, dàlla

alla mamma.

Non l’avessi mai detto. L’uomo poggiò le mani alle tempie, strinse e

scosse la testa poi piegandola sul petto s’alzò lentamente e mormorò:

— Non l’hanno la mamma.

Capii d’aver fatto una sciocchezza; pensai al _the absents are the

dead_ del Byron, e presa la mano del montanaro:

— Abbiate pazienza, — soggiunsi.

Non so se per effetto di quella stretta di mano, o della mia voce

commossa, il montanaro mi osservò con l’attenzione indagatrice di

chi rintraccia tra’ lineamenti una fisonomia nota; e sebbene fossi

certo che non c’eravamo veduti mai prima d’allora, parve riconoscere

un amico; tanto gli si leggeva in viso quando ero entrato in casa

il desiderio di silenzio, quanto ora la voglia di discorrere. In me

alla curiosità era sottentrato più pietoso movente: vedevo quell’uomo

soffrire, volevo che si sfogasse.

Abbuiava; i ragazzi si trastullavano in un cantone. Il montanaro aprì

la porta, sedè sopra uno degli scalini e dato un gran sospiro:

— E glielo avevo detto che venisse con noi!

— Quant’è che avete avuto questa disgrazia?

— Sarà un mese quest’altra settimana.

— E di che male?

Crollò il capo e soggiunse:

— Se aveva ventisette anni e era sana e robusta come me.

Tacque un momento, poi seguitò:

— Eran cinque giorni che veniva giù l’acqua che Dio la mandava. L’Adige

cominciava a mugliare. Una mattina mi levo e dico: — “Maria, porto le

bestie sul monte, a volte non si può sapere.... Se seguita a piovere e

l’acqua c’entra nella stalla pover’a noi. Porto i bimbi con me.„ Dice:

“lasciate andare, tanto, pare che si rassereni.„ “Tant’è, le porto,„

dico io; e non ero arrivato qui su quest’uscio che guardai là e vidi

de’ nuvoloni neri che si rincorrevano. Dissi: “Sarebbe meglio che

veniste anche voi.„ — “O come volete che faccia, Vergine santa, col

bimbo al petto? Piove, fa freddo.... Non lo vedete che trema accanto

al foco? O figuratevi, lassù!„ — E non venne. Portai le bestie alla

capanna che è sul monte. Non dubitate che si rasserenò.... Pioveva,

pioveva e l’acqua pareva che ci levasse la terra di sotto a’ piedi.

Dal monte vien giù una cascata che dà proprio qui dietro casa. Verso

sera la veggo ingrossare e mi sentivo una voglia di andarmene....

Che avevo a fare? Riportare sin qui le bestie? Lasciare quelle povere

creature sole lassù? E diluviava. Esco dalla capanna, l’acqua nello

scendere mi copriva le scarpe. Dico: — “Via„ — piglio i figlioli in

collo e fo per venirmene. Avrò fatto venti passi, che mi sento un

rumore dietro; l’acqua rotolava i pini tagliati e lasciati sul monte.

Cercai un viottolo che sapevo; non si distingueva più. Si levò un vento

forte che mi sbatacchiava tra le braccia i figlioli; il rumore crebbe e

dalla cima cominciarono a smoversi terra, alberi, massi e a ruzzolare

per l’erta. Salvando, ci pareva l’inferno. “Addio, — dissi — si resta

schiacciati.„ — E tanto tiravo innanzi. Il torrente s’allargò, l’acqua

veniva giù, schiantando ogni cosa. E io avanti.... Ma a un tratto fu

come un gran rombo; io stetti così un momento.... ma poi lo conosco io

l’Adige, e capii che era lui; difatti si sentiva il muglìo dell’acqua

quando fa forza contro gli argini. Oh! la mia povera donna, — dissi —

e mi raccomandai alla santissima Vergine. Non avevo finito di recitare

un’Ave Maria che si sentirono dei colpi morti verso casa. Saran durati

dieci minuti, e poi un urlo. “La mamma, la mamma,„ — gridarono le

creature; io non dissi nulla, ma scaracollai qui a precipizio sempre

diritto, cascando, rizzandomi, che non so chi mi portasse.... Quando

arrivai a cento passi di qui non fu più possibile, l’acqua mi dava al

collo. Chiamai: — “Maria, Maria„ — ma, Dio santo! non rispose nessuno.

Pianse. Il vento di ponente soffiava cupo per la montagna e pareva

accompagnare, come un organo invisibile, i singhiozzi del povero

vedovo.

— Fino all’alba — seguitò — stetti nell’acqua co’ figlioli fradici

mézzi, che tremavano e piangevano; fino all’alba a chiamare la mia

povera donna, e via via che la chiamavo mi scemava la speranza di

sentirmi rispondere. All’alba l’acqua abbassò e arrivai sin qui.

Pensato un po’: tornate a casa, ci avete lasciato la moglie e un

bambino e non ci trovate nessuno; e se non ce li trovate vuol dire che

son morti, morti affogati.... perchè, già, qui, si muore d’acqua o di

foco.

E accennò collo sguardo innanzi a noi il lontano villaggio di Salorno,

quasi distrutto da un incendio nel cinquantaquattro.

— Ma e come andò?...

— Andò che l’Adige ruppe gli argini, l’acqua arrivò sin qui e buttò

all’aria l’uscio. La Maria, secondo me, non potendo uscir dalla porta,

tentò con un martello di fare un’apertura nella parete che dà verso il

monte, per salvarsi in alto col bimbo; aperto il foro, l’acqua entrò da

due parti e portò via ogni cosa. Quando tornai io, in questa stanza ci

faceva il mulinello. Quel vestito là attaccato al muro è tutto quel che

mi è rimasto; lo trovai avviluppato ne’ campi sopra una siepe di pruni.

— Sicchè il più gran danno ve lo fece il torrente?

— Sicuro; dall’acqua del fiume si poteva salvare in collina, benchè

l’Adige ne volesse parecchi anche lui quella notte; ma quelli almeno

si trovarono e la mia non s’è potuta rinvenire. Chi sa dove l’acqua

l’ha portata?... E quando passo davanti al camposanto non posso nemmeno

dire:

— “Maria, pazienza, tanto, o prima o poi ci ho a venire anch’io.„

— E il bimbo?

— Il bimbo lo ritrovai quaggiù nel piano; si vede che l’acqua glielo

portò via, perchè lei non lo lasciò di certo. Il corpicino tutto pieno

di lividi era aggomitolato sopra un mucchio di giunchi.... Dio santo!

ma che ho fatto io?

S’alzò, le lacrime gli scorrevano per le gote; andò alla parete ov’era

appeso il vestito, ci posò sopra orizzontalmente il braccio sinistro e

su quello la testa. Mi voltai verso i bambini: dormivano.

Poco dopo uscii e presi la via del monte; non v’era alle falde quasi

più traccia di vegetazione. I campi ricoperti di mota e di ghiaia;

mucchi enormi di foglie secche cementati dalla rena umida parevano

nidi abbandonati di uccelli giganteschi: pochi arboscelli avvizziti

piegavano sotto il peso del fango che li copriva. Qua e là tronchi

d’albero divelti dall’acqua e confitti tra le ghiaie; frantumi di

scranne, di tavole, di oggetti rurali.

Cercai il torrente. Per la cavità di due grandi roccie di dolomite

verdognola scendevano, modeste fra le borraccine, poche fila di acqua.

Vi sedei vicino e mi sembrò una voce sussurrasse tra gli scogli: —

“La mia naiade vagabonda ha rotto l’urna di cristallo e abbandonati i

silenzi della rupe natale; lasciatemi scorrere tra i muschi vellutati

e gli amari steli della menta, lasciatemi correre al fiume e la goccia,

ove male si sarebbe dissetata la capinera, menerà navigli all’Oceano.„

Quelle poche fila di acqua erano allora tutto il torrente che aveva

uccisa la moglie del montanaro. Quando le nevi si sciolgono al soffio

dello scirocco, o la tempesta si distende sulle vette della montagna,

le cascatelle, conforto e poesia del viandante, si mutano in torrenti

ruinosi, e sulle pendici smaltate di fiori portano gli squallori della

solitudine e della morte.

Tali le perfide cascate di quelle alpi.

Racconti(#75764) · 第 38 / 69 题