Compiangete chi si leva tardi. Quanti sono che non hanno mai sentito le
fresche carezze dell’alba, quanti che non hanno mai salutato il levarsi
del sole; e non goderono una delle delizie più salubri e più pure!
Dall’aria fresca della mattina traggono forza nuova le membra; e gli
acri profumi che manda la terra bagnata di rugiada pare dieno vigori
insoliti alla fantasia. La notte è finita, ma i sogni aleggiano ancora;
si sogna desti e ogni desiderio sembra facile a compiersi, ogni lavoro
a farsi, ogni voto a serbarsi.
Dal monte e dalla pianura, dai fiumi e dai prati si estolle un’armonia
indefinita e solenne, una sinfonia piena in cui si confondono le
mille voci della natura e che nessun Beethoven eguaglierà mai. È canto
d’uccelli, pei campi, è suono di campane pei borghi; momento il più
tranquillo del giorno; s’avverte il volo d’un insetto. La natura parla
sola e dà ad intendere che essa, buona madre, provvede da sè ai bisogni
dei figli; pare che quella pace non debba finir mai, che s’abbia a
vivere contemplando e contemplare benedicendo. Più tardi il canto dei
contadini cuopre lo spinciare dei fringuelli; nelle selve lontane l’eco
porta dai casolari il grave rumore dell’incudine; il rumore cresce,
cresce, a poco a poco, come rombo di tempesta che si avvicina; e dalle
officine stridenti, dai campi vangati, dai fondachi uggiosi s’alza
terribile la voce della necessità.
L’albeggiare in città è meno pittoresco, non meno singolare.
Quando Rina uscì sola dal palazzo San Vittore, avviluppata nella
sua pelliccia, con le mani aggranchite nel manicotto di martora,
sonavano le sette. Mentre scendeva le scale, il cuore le batteva
forte; la sgomentava il pensiero di esser vista sola per le vie così
di buon’ora, le pareva che la gente dovesse indovinare chi era, dove
andava e perchè. Desiderava, tanto le sembrava lungo il cammino, che
la portassero a volo, o, per lo meno, di potere giungere sino alla
casa di Federigo senza imbattersi in anima viva. Ma quando, traversato
l’atrio, oltrepassò il portone e fu nella strada sola davvero, il cuore
le si strinse; era avvezza a vederla popolata, e la trovava deserta;
la solitudine le fece pena. Nella casa dirimpetto, un lume mandava un
fiochissimo raggio tra le imposte socchiuse e Rina si ricordò d’una
povera malata che soffriva senza speranza là dentro. Era quello il solo
segno di vita che giungesse sino a lei e le rammentava la morte.
Si fece coraggio e si mosse. Al primo piano di una casa della
cantonata, un servo scamiciato scoteva dalla finestra un tappeto;
quando Rina passò, egli cessò dal moto e pronunziò qualche parola a
voce alta, di cui la povera fuggitiva udì il suono, ma non intese per
fortuna il significato.
Arrivò, come Dio volle, fino in via de’ Martelli, trovando soltanto
qualche operaio, che le passò accanto senza guardarla nemmeno;
procedendo ratta ratta sul marciapiede, presso San Giovannino si
scontrò con una vecchierella tutta vestita di nero, che usciva dalla
messa e teneva ancora tra mano il libro delle preghiere.
Rina andava di passo così rapido, che per quanto si studiasse di
scansare la vecchia devota, le fu impossibile di non urtarla lievemente
col gomito. Quella si rivoltò come un basilisco e squadrò Rina da capo
a piedi.
— Scusi, — balbettò Rina tremando.
— Che scusi! vada più adagino! se andasse in chiesa non avrebbe tanta
furia!...
E via, via, una filastrocca di parole che si perderono in suoni confusi
dietro la bella fuggente.
Erano lievi accidenti, ma nella imaginazione di Rina divenivano
avvenimenti terribili. Traversò la piazza San Marco di passo più lesto;
le pareva che ogni pena sarebbe finita per lei, appena avesse vista da
lontano la casa di Federigo; entrò nel Maglio e subito fissò gli occhi
verso il porto desiderato.
Fermi innanzi alla porta stavano un uomo e una donna, presso ad uno di
quei carretti con i quali i contadini dei dintorni portano il latte
a Firenze; quando Rina passò vicino a loro, la donna dette all’uomo
un’occhiata e tossì; l’uomo tossì anch’esso e più forte per significare
che aveva, come suol dirsi, mangiata la foglia.
Rina arrivò finalmente alla casa di Federigo; era tempo! La trovò
aperta, volle salire lesta le scale, e le forze le mancarono. — Ma
perchè, — si domandava, — perchè questa gente che non mi conosce,
che non sa nè di dove vengo, nè dove vado, crede avere il diritto di
insultarmi e di scherzare su di me?
Salì, meglio che potè, le scale. Quando fu in cima le parve di
rinascere. Picchiò alla porta; Federigo venne ad aprire.
. . . . . . .
Felice, dice Aristofane negli _Acarnesi_, chi ti stringerà fra le
braccia al levarsi del sole.