IV.

Firenze è una bella città non c’è che dire; ma, tra le principali

d’Italia, è quella dove ci si diverte meno. In ciò molti convengono

e incolpano la gente che ci vive; io credo invece la colpa sia tutta

della gente che c’è morta. Che volete? A Firenze ogni passo che si fa

ci torna in mente un pezzo di storia; s’esce da pigliare una limonata

al caffè Doney e si batte il capo nelle case de’ Buondelmonti; ci si

scansa un tantino per non restar sotto ad un _omnibus_ e s’inciampa nel

sasso di Dante; si spazzola il cappello e si pensa che forse gli atomi

del Savonarola o di Pier Capponi ce ne hanno imbiancato il cucuzzolo.

Di qui, un confronto continuo tra le grandezze passate e le piccinerie

presenti; e si contempla, si studia, s’impara, ma non ci si diverte.

Il duca Esmeraldi, tutore di Rina Miriani, arrivato alla sessantina,

pensava che gli restavano pochi anni da vivere, che a Firenze s’era

annoiato abbastanza, e non vedeva l’ora di liberarsi della pupilla, per

andare a Parigi a godere, come meglio potesse, gli ultimi carnevali.

Tutte le ragazze sanno, tutte le mamme dicono che trovare un marito,

a questi lumi di luna, è difficile; difficilissimo trovarne uno per

Rina, la quale non si contentava di un marito qualsiasi. Il Conte di

San Vittore era un ottimo partito; come molti padri e molti tutori,

anche il Duca ci aveva messo gli occhi su. Ne aveva parlato qualche

volta a Rina, per tastare il terreno; questa, indovinando il pensiero

del tutore, aveva preso intorno ad Emilio le sue brave informazioni,

e colla furberia machiavellica che hanno le ragazze d’ingegno, era

riuscita a saper di lui come suol dirsi, vita, morte e miracoli. Quando

il Duca, dopo il colloquio con il Varalli, le propose di sposare Emilio

di San Vittore, Rina dunque lo conosceva e conoscendolo consentì.

Consentì perchè preferiva Emilio un po’ guasto dalle male consuetudini,

a un di que’ monelli scempiati, viziati, effemminati che furono un

tempo il disdoro della nobiltà fiorentina; consentì, perchè, sebbene

sapesse con quale uomo s’univa, credeva nondimeno che con il tempo e

con l’amore avrebbe potuto farselo quale lo desiderava.

E credeva male; la colpa non era sua, ma di chi l’aveva educata a

quel modo. Difatti il Duca affidandola a una governante inglese, poi

mettendola in convento, poi rendendola da capo alla governante, stimava

aver compiuto intiero il proprio dovere. Ma le monache tentarono di

empirle la testa di giuccherie, alle quali Rina non prestò fede; la

governante scelse un metodo di educazione che è buono quando è logico;

la lasciò dapprima padrona di leggere ciò che volesse, di pensare come

volesse; ma quando la riebbe dal convento, non si attentò d’andare più

in là, tentennando tra il vecchio e il nuovo, tra la prudenza italiana

e la libertà inglese. Di questa guisa, scansando la strada maestra e

procedendo per le viottole, andò a riuscire al punto diametralmente

opposto a quello cui si dirigeva; Rina, che doveva essere ammaestrata

da lei a guardare il mondo nel suo vero aspetto, si caricò la testa

di una farragine di credenze e di opinioni in parte buone in parte

cattive, ma da lei non provate al crogiolo dei fatti quotidiani; sicchè

andando a marito non aveva più la verginità di pensiero per cui l’animo

riposa in una fiducia serena e non la pratica della vita, per cui

s’impara a guardarsi dagli inganni del mondo.

E sposava, fidando nel “poi„ Emilio di San Vittore.

Così succedè ciò che era facile prevedere. Di solito le finestre della

stanza che accoglie la prima notte, gli sposi si chiudono quando il

sole tramonta; nelle sale delle Poggiola invece i lumi si spensero

quando l’aurora sorse, e il Conte Emilio scese anche più meravigliato

che afflitto in giardino. Passeggiando per i viali si voltava ora qua,

ora là; gli pareva ogni tanto di udire tra’ lauri lo scroscio di riso

dello zio Varalli. E se è lecito a’ profeti ridere quando ci casca

addosso un malanno presagito da loro, il Marchese di ridere avrebbe

avuto proprio ragione; egli, preso dapprima un abbaglio, proponendo per

eccitamento dell’Esmeraldi Rina al nipote, s’era poi ben apposto nel

consigliarlo a dimettere il pensiero di quelle nozze. Si faceva chiaro

oramai che Rina era tutt’altra da quella che il Conte si figurava.

Il Conte fu sbalordito; donde si aspettava docile timidità uscirono

vigorie fiere e resistenze meditate; avvezzo a sedurre le donne

degli altri non trovò il verso di vincere la sua; esperto in tutte le

simulazioni che gli amori facili vogliono per non parere abietti, non

seppe neanche fingere. Pensava: che fare? Non s’insegna in un giorno

la realtà della vita a una ragazza di diciotto anni, non s’usa violenza

alla moglie, il raccomandarsi alla lunga è ridicolo. Aspettò.

E anche Rina aspettò; ognuno dei due giudicava male l’indole

dell’altro. Se gli avesse buttato le braccia al collo, se avesse

pronunziato una di quelle parole affettuose che si adirava di non

udire da lui, forse avrebbe provocato nuove commozioni, acuito desideri

nuovi, suscitato l’amore. Aspettò sperando aiuto dal tempo, il quale

non fece se non crescere gli ostacoli che separavano la inesperienza

presuntuosa di lei dalla rassegnazione superba di suo marito.

Dell’errore non s’accorse che troppo tardi; quando cioè il Conte

dopo aver fatto per lei inutilmente ciò che aveva fatto per le donne

conosciute, praticate, amate a modo suo, si sentì stanco alla fine di

quelle ch’egli chiamava romanticherie per non dire puerilità.

— A Firenze — disse egli una sera — devono credere che la nostra luna

di miele non finisca più.

— Cioè? — domandò Rina trepidante.

— Mi pare che da ora in là potremmo andar via; in questo romitorio

comincia a far freddo.

— Siamo di settembre....

— Lo so, e c’è l’uso di passarlo in campagna il settembre, ma....

— L’autunno è la stagione....

— Già... più mesta dell’anno... lo dice anche il Guerrazzi — soggiunse

con un sorriso sardonico Emilio. — E per questo; la mestizia non è

fatta per noi. Andiamo a Firenze a cercare un po’ d’allegria.

Rina tacque; se un senso di dignità le impedì di piangere in presenza

di suo marito, pianse disperatamente quando fu sola; quella breve

conversazione aveva distrutto ogni sua speranza. Combattere nella

solitudine della campagna contro la noncuranza di suo marito le

pareva tuttavia possibile; combattere a Firenze fra le distrazioni e

i pericoli del bel mondo, no. Si propose allora di tentare l’ultimo

sforzo e conquistare l’affetto con l’affetto; ma il proponimento fu

breve; l’amore era nascente e l’amor proprio adulto, l’amor proprio

trionfò.

Verso gli ultimi di settembre una carrozza di casa San Vittore partiva

dalle Poggiola, salutata dalle grida de’ contadini, dalle riverenze

del fattore e dalle lacrime della fattoressa. Il Conte e la Contessa

ritornavano a Firenze.

Era una di quelle giornate piovigginose che già nell’autunno preparano,

predicono l’approssimarsi dell’inverno. La carrozza procedeva per la

strada maestra lunga, diritta, attraverso la pianura vasta. Il Conte

fumava e non si affacciava allo sportello, se non per dar la via alle

boccate di fumo che il vento trasportava dietro la carrozza. Rina colla

testa appoggiata all’altro sportello, guardava i cerchi d’acqua che le

gocciole della pioggia facevano sulle pozzanghere della strada, seguiva

col guardo il volo impacciato di qualche uccellino che, disturbato

dal rumore della carrozza, andava a cercare più in là un ricovero

all’intemperie; alzava gli occhi al cielo grigio e piangeva.

— Giacomo, o di che piange la signora? — domandò il cocchiere al

cameriere del Conte, che gli stava seduto accanto a cassetta. E

l’altro: — Lo sai come sono le donne; ha visto piangere la fattoresca e

_frigna_ anche lei.

Quando arrivarono a Firenze erano le nove di sera. Il Conte accompagnò

Rina fino al quartiere preparato per gli sposi, le baciò la mano, le

augurò la buona notte e se ne andò a dormire nel solitario letto del

suo celibato.

— O questa? — domandò con suprema meraviglia il cocchiere a Giacomo che

usciva dalla camera del padrone.

E Giacomo colla cera dell’uomo avvezzo:

— Usi de’ signori, imbecille!

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