Firenze è una bella città non c’è che dire; ma, tra le principali
d’Italia, è quella dove ci si diverte meno. In ciò molti convengono
e incolpano la gente che ci vive; io credo invece la colpa sia tutta
della gente che c’è morta. Che volete? A Firenze ogni passo che si fa
ci torna in mente un pezzo di storia; s’esce da pigliare una limonata
al caffè Doney e si batte il capo nelle case de’ Buondelmonti; ci si
scansa un tantino per non restar sotto ad un _omnibus_ e s’inciampa nel
sasso di Dante; si spazzola il cappello e si pensa che forse gli atomi
del Savonarola o di Pier Capponi ce ne hanno imbiancato il cucuzzolo.
Di qui, un confronto continuo tra le grandezze passate e le piccinerie
presenti; e si contempla, si studia, s’impara, ma non ci si diverte.
Il duca Esmeraldi, tutore di Rina Miriani, arrivato alla sessantina,
pensava che gli restavano pochi anni da vivere, che a Firenze s’era
annoiato abbastanza, e non vedeva l’ora di liberarsi della pupilla, per
andare a Parigi a godere, come meglio potesse, gli ultimi carnevali.
Tutte le ragazze sanno, tutte le mamme dicono che trovare un marito,
a questi lumi di luna, è difficile; difficilissimo trovarne uno per
Rina, la quale non si contentava di un marito qualsiasi. Il Conte di
San Vittore era un ottimo partito; come molti padri e molti tutori,
anche il Duca ci aveva messo gli occhi su. Ne aveva parlato qualche
volta a Rina, per tastare il terreno; questa, indovinando il pensiero
del tutore, aveva preso intorno ad Emilio le sue brave informazioni,
e colla furberia machiavellica che hanno le ragazze d’ingegno, era
riuscita a saper di lui come suol dirsi, vita, morte e miracoli. Quando
il Duca, dopo il colloquio con il Varalli, le propose di sposare Emilio
di San Vittore, Rina dunque lo conosceva e conoscendolo consentì.
Consentì perchè preferiva Emilio un po’ guasto dalle male consuetudini,
a un di que’ monelli scempiati, viziati, effemminati che furono un
tempo il disdoro della nobiltà fiorentina; consentì, perchè, sebbene
sapesse con quale uomo s’univa, credeva nondimeno che con il tempo e
con l’amore avrebbe potuto farselo quale lo desiderava.
E credeva male; la colpa non era sua, ma di chi l’aveva educata a
quel modo. Difatti il Duca affidandola a una governante inglese, poi
mettendola in convento, poi rendendola da capo alla governante, stimava
aver compiuto intiero il proprio dovere. Ma le monache tentarono di
empirle la testa di giuccherie, alle quali Rina non prestò fede; la
governante scelse un metodo di educazione che è buono quando è logico;
la lasciò dapprima padrona di leggere ciò che volesse, di pensare come
volesse; ma quando la riebbe dal convento, non si attentò d’andare più
in là, tentennando tra il vecchio e il nuovo, tra la prudenza italiana
e la libertà inglese. Di questa guisa, scansando la strada maestra e
procedendo per le viottole, andò a riuscire al punto diametralmente
opposto a quello cui si dirigeva; Rina, che doveva essere ammaestrata
da lei a guardare il mondo nel suo vero aspetto, si caricò la testa
di una farragine di credenze e di opinioni in parte buone in parte
cattive, ma da lei non provate al crogiolo dei fatti quotidiani; sicchè
andando a marito non aveva più la verginità di pensiero per cui l’animo
riposa in una fiducia serena e non la pratica della vita, per cui
s’impara a guardarsi dagli inganni del mondo.
E sposava, fidando nel “poi„ Emilio di San Vittore.
Così succedè ciò che era facile prevedere. Di solito le finestre della
stanza che accoglie la prima notte, gli sposi si chiudono quando il
sole tramonta; nelle sale delle Poggiola invece i lumi si spensero
quando l’aurora sorse, e il Conte Emilio scese anche più meravigliato
che afflitto in giardino. Passeggiando per i viali si voltava ora qua,
ora là; gli pareva ogni tanto di udire tra’ lauri lo scroscio di riso
dello zio Varalli. E se è lecito a’ profeti ridere quando ci casca
addosso un malanno presagito da loro, il Marchese di ridere avrebbe
avuto proprio ragione; egli, preso dapprima un abbaglio, proponendo per
eccitamento dell’Esmeraldi Rina al nipote, s’era poi ben apposto nel
consigliarlo a dimettere il pensiero di quelle nozze. Si faceva chiaro
oramai che Rina era tutt’altra da quella che il Conte si figurava.
Il Conte fu sbalordito; donde si aspettava docile timidità uscirono
vigorie fiere e resistenze meditate; avvezzo a sedurre le donne
degli altri non trovò il verso di vincere la sua; esperto in tutte le
simulazioni che gli amori facili vogliono per non parere abietti, non
seppe neanche fingere. Pensava: che fare? Non s’insegna in un giorno
la realtà della vita a una ragazza di diciotto anni, non s’usa violenza
alla moglie, il raccomandarsi alla lunga è ridicolo. Aspettò.
E anche Rina aspettò; ognuno dei due giudicava male l’indole
dell’altro. Se gli avesse buttato le braccia al collo, se avesse
pronunziato una di quelle parole affettuose che si adirava di non
udire da lui, forse avrebbe provocato nuove commozioni, acuito desideri
nuovi, suscitato l’amore. Aspettò sperando aiuto dal tempo, il quale
non fece se non crescere gli ostacoli che separavano la inesperienza
presuntuosa di lei dalla rassegnazione superba di suo marito.
Dell’errore non s’accorse che troppo tardi; quando cioè il Conte
dopo aver fatto per lei inutilmente ciò che aveva fatto per le donne
conosciute, praticate, amate a modo suo, si sentì stanco alla fine di
quelle ch’egli chiamava romanticherie per non dire puerilità.
— A Firenze — disse egli una sera — devono credere che la nostra luna
di miele non finisca più.
— Cioè? — domandò Rina trepidante.
— Mi pare che da ora in là potremmo andar via; in questo romitorio
comincia a far freddo.
— Siamo di settembre....
— Lo so, e c’è l’uso di passarlo in campagna il settembre, ma....
— L’autunno è la stagione....
— Già... più mesta dell’anno... lo dice anche il Guerrazzi — soggiunse
con un sorriso sardonico Emilio. — E per questo; la mestizia non è
fatta per noi. Andiamo a Firenze a cercare un po’ d’allegria.
Rina tacque; se un senso di dignità le impedì di piangere in presenza
di suo marito, pianse disperatamente quando fu sola; quella breve
conversazione aveva distrutto ogni sua speranza. Combattere nella
solitudine della campagna contro la noncuranza di suo marito le
pareva tuttavia possibile; combattere a Firenze fra le distrazioni e
i pericoli del bel mondo, no. Si propose allora di tentare l’ultimo
sforzo e conquistare l’affetto con l’affetto; ma il proponimento fu
breve; l’amore era nascente e l’amor proprio adulto, l’amor proprio
trionfò.
Verso gli ultimi di settembre una carrozza di casa San Vittore partiva
dalle Poggiola, salutata dalle grida de’ contadini, dalle riverenze
del fattore e dalle lacrime della fattoressa. Il Conte e la Contessa
ritornavano a Firenze.
Era una di quelle giornate piovigginose che già nell’autunno preparano,
predicono l’approssimarsi dell’inverno. La carrozza procedeva per la
strada maestra lunga, diritta, attraverso la pianura vasta. Il Conte
fumava e non si affacciava allo sportello, se non per dar la via alle
boccate di fumo che il vento trasportava dietro la carrozza. Rina colla
testa appoggiata all’altro sportello, guardava i cerchi d’acqua che le
gocciole della pioggia facevano sulle pozzanghere della strada, seguiva
col guardo il volo impacciato di qualche uccellino che, disturbato
dal rumore della carrozza, andava a cercare più in là un ricovero
all’intemperie; alzava gli occhi al cielo grigio e piangeva.
— Giacomo, o di che piange la signora? — domandò il cocchiere al
cameriere del Conte, che gli stava seduto accanto a cassetta. E
l’altro: — Lo sai come sono le donne; ha visto piangere la fattoresca e
_frigna_ anche lei.
Quando arrivarono a Firenze erano le nove di sera. Il Conte accompagnò
Rina fino al quartiere preparato per gli sposi, le baciò la mano, le
augurò la buona notte e se ne andò a dormire nel solitario letto del
suo celibato.
— O questa? — domandò con suprema meraviglia il cocchiere a Giacomo che
usciva dalla camera del padrone.
E Giacomo colla cera dell’uomo avvezzo:
— Usi de’ signori, imbecille!