III.

La villa delle Poggiola è distante un trenta chilometri da Firenze

sulla strada delle Filigare. Fu edificata nel 1513 da Guido di

San Vittore; ma gli eredi di lui e gli eredi degli eredi, e via

discorrendo, accomodarono, sciuparono, mutarono sempre qualcosa, ognuno

secondo i gusti propri e gli usi del tempo; di guisa che sulle mura

della villa vedi oggi l’impronta di parecchie generazioni.

Gli antenati del Conto Emilio si chiamarono in origine Boffinghi.

Vecchie pergamene, conservate da lui con religiosa cura nell’archivio

di famiglia, attestano che un Corrado nativo di Bopfingen, città

imperiale della Svevia, venne nel 1154 in Italia con Federigo

Barbarossa; e dopo la pace di Costanza, formata dimora in Lombardia,

fecesi italiano nel nome e si chiamò Da Boffinga, donde vennero, con

l’andare del tempo, i Boffinghi. Al tempo delle contese tra Luigi

XII ed il Moro a cagione del Ducato, un Guido Boffinghi parteggiò per

Luigi, ed uscito da Milano stette con i Francesi. Dal re fu con altri

mandato, perchè abilissimo, a trattare della lega co’ Veneti; e dopo

la battaglia di Novara, ove combattè a fianco del La Tremouille, ad

accompagnare il Moro prigione nella torre di Loches. In ricompensa di

questi servigi ebbe in dono da Luigi XII il feudo di Saint-Aubin nella

Borgogna, quello di San Vittore nell’Astigiano, e facoltà di porre

nello stemma una ruota d’oro in campo azzurro, col motto “_Sans sortir

de l’ornière_„ significante la fedeltà serbata al re in ogni tempo. Da

allora in poi Guido aggiunse al nome de’ Boffinghi quelli de’ feudi

donatigli e si chiamò Boffinghi di Saint-Aubin di San Vittore; il

vecchio ed il nuovo nome illustrò poi combattendo a Bologna, a Brescia,

a Ravenna e ottenendo da Gastone di Foix lodi senza fine per il valore

dimostrato in quelle battaglie. Quando il Milanese passò a Massimiliano

Sforza e Luigi fu costretto a richiamare dall’Italia gli eserciti,

Guido, visto di mal occhio nel Ducato, riparò in Toscana e vi fabbricò

una villetta (quella appunto di cui parliamo) perchè gli fosso asilo

sicuro dalle persecuzioni de’ nemici e riposo alle fatiche delle armi.

Venuti tempi più tranquilli, i San Vittore tornarono a Milano; ma la

villa fu ingrandita da un cardinale della famiglia, il quale, nominato

vescovo tra gl’infedeli di non so qual parte d’Oriente, aspettò

inutilmente tra gli ozi campestri che i Turchi si facessero cristiani e

gli permettessero di provvedere alla salute del gregge. Si stabilirono

novamente in Toscana quando un altro Guido, bisnonno del Conte Emilio,

fu chiamato dal granduca Leopoldo I a delicatissimi uffici d’ambasceria

segreta e da quel tempo non si mossero più.

Il capitano aveva adunato nella villa una stupenda collezione di

armi, il cardinale vi raccolse a mano a mano una galleria bellissima,

l’ambasciatore una vasta biblioteca; l’avo d’Emilio circondò la casa

di un giardino a uso _Le Nôtre_, e tre le piante straziate a furia

di forbici, foggiate a urne e a piramidi, fece quelle splendide e

noiose villeggiature nelle quali si compiacquero tanto i nobili del

secolo scorso. Il figlio di lui allargò i confini del giardino, lo

accomodò all’uso inglese, piantò molti alberi, desiderando, diceva, che

proteggessero la sua vecchiaia com’egli avea protetto la loro gioventù;

ma lo diceva per moda e perchè aveva forse letto i libri del Rousseau;

tanto è vero che in villa non andò se non di rado, portandovi gli usi

della città, e da vecchio non si mosse mai da Firenze, dedito solamente

a’ piaceri della gastronomia, che lo condussero, con una colica

violenta, al sepolcro.

Il Conte Emilio andava alla villa due o tre volte l’anno insieme con

numeroso seguito di amici, per fare in que’ dintorni una cacciata alle

starne, agli amici mostrava con orgoglio le medaglie ottenute nelle

mostre d’orticoltura dalla sua mirabile collezione di rose emula di

quella di Charlottenhof. Di questo orgoglio del Marchese i compagni

suoi sorridevano, il giardiniere rideva addirittura.

La villa delle Poggiola sta sopra un’altura; un duecento metri dietro

la villa s’alza un monte ripidissimo di forma conica, grigio in basso

per i folti uliveti che ne vestono le falde, grigio in alto per i massi

calcarei che ne coronano la cima. Dalla sinistra del monte si parte

una catena di collinette, che danno nome di _Poggiola_ a quel luogo;

e si fanno via via tanto più basse e rotonde quanto più si avvicinano

alla via provinciale, la quale traversando la pianura passa innanzi al

giardino dei San Vittore.

Nel giardino si entra per un cancello di ferro battuto, ricchissimo,

ma carico di rabeschi e di frastagli senza parsimonia e senza gusto,

e incastrato in due colonne esagone di marmo sulle quali ostentano

la floscia opulenza delle forme una _Pomona_ e un _Vertunno_

dell’Ammannato. Dal cancello un largo viale conduce fino alla villa;

gli umili platani lo fiancheggiano sulle prime, separati l’uno

dall’altro da’ raccolti rosai. A destra, dietro a’ platani, rigogliose

piante di lauri e di lentaggini nascondono il muro ond’è circondato il

parco; a sinistra si stende in leggiere ondulazioni un prato: a rompere

la monotonia degli spazi erbosi una crittomeria, un cedro Deodara, un

tasso, un viburno. Quando il viale si allontana dal muro di chiusa e si

va con curve lievi imboscando, i platani cedono il luogo alle paulonie

ed ai tigli; e il giardino mostra la bellezza delle sue prospettive

pittoresche e la varietà armoniosa de’ suoi frondeggi che percorrono

tutte le gradazioni del verde, dallo smorto degli alberi giudaici e

degli evomini variegati al cupissimo de’ cipressi e de’ lecci.

Più in alto il viale rasenta un laghetto; nelle sue acque si bagnano

le radici profonde e le punte molli de’ salici celanti, co’ rami

ricurvi, statuette di ninfe e di oreadi, screziate sul mezzogiorno dai

raggi del sole che passano attraverso le foglie; di là dal laghetto,

in lontananza, luccicano i cristalli delle stufe, asilo iemale di

bertolonie e di calladii, di dracene e di orchidee; dirimpetto alla

villa il viale più ripido e più diritto è fiancheggiato da roccie

muscose, su cui s’abbarbicano, rampicando all’ombra delle mimose, le

vitalbe pieghevoli e le svelte bignonie.

Un ampio piazzale si stende innanzi alla villa esposta a mezzogiorno.

In essa, ogni generazione ha lasciato traccia di sè; e a chi s’intende

un po’ di queste cose dà subito nell’occhio uno strambo accozzo di

linee purissime e di scartocci barocchi, di gugliette gotiche e di

architravi greci; ma la villa, fabbricata in principio con modesti

intendimenti, andò via via allargandosi, ognuno de’ padroni vi aggiunse

del suo, senza curarsi nè tanto nè quanto di guardare se l’aggiunta

andasse d’accordo con quel che c’era di già.

Per farla breve, un amico mio, guardando un giorno con me le difformità

di quell’immenso casone lo paragonava ad un uomo che portasse le

calze alla spagnuola, la giubba a coda di rondine, e un elmo del

medioevo; domina bensì la giubba a coda di rondine, ossia, per uscire

dal paragone, il barocco pretenzioso de’ primi del settecento. La

parte centrale della fabbrica che dà sul piazzale, ha due piani; le

finestre del piano terreno sono guernite di inferriate le cui curve

sporgenti poggiano sopra due cariatidi; quelle del primo piano portano

sopra sè un frontone triangolare interrotto al vertice, per far posto

ad un busto di marmo raffigurante qualche personaggio celebre della

famiglia. Lungo le soglie verticali di queste finestre scendono due

ampie liste di stucco accartocciate nelle estremità e tutte ornate di

goffi ghirigori a rilievo. Un doppio e grave scalone di pietra mette

dal piazzale nella gran sala terrena, la sala del biliardo, riquadrata

di stucchi capricciosi, i quali svolgendosi in curve barocche

fanno da cornici ad antichi ritratti anneriti dal tempo. Dalla sala

terrena conduce al primo piano un’altra scala a due branche; lungo

il parapetto, alcuni amorini di bronzo a cavalcioni sopra altrettante

chimere egiziane reggono candelabri di finissimo gusto.

La grande sala del primo piano è un vastissimo rettangolo; la copre

un soffitto a cupola dipinto a fresco, con soggetto mitologico,

di sotto al quale gira intorno un cornicione ornato di satiri e di

ninfe scolpiti a bassorilievo. Questa sala ha nei lati corti, quattro

finestre; due danno a mezzogiorno sul piazzale; le altre, spartite da

una leggiadra colonnetta a spirale, guardano a settentrione le estreme

aiole del giardino. Da uno dei lati lunghi sta in alto un ballatoio per

l’orchestra, sostenuto da sette smilzi puttini che rappresentano, mi

figuro, le sette note della musica e che per sostenere quella baracca

avrebbero ad essere altrettanti Titani. Nel mezzo della parete opposta,

chiuso in una semplice cornice di stucco un _Ratto di Proserpina_, in

tela, sullo stile de’ Caracci; sotto al quadro un’ampia tavola di marmo

cipollino. Ai lati della tavola quattro armature compiute; nei grossi

pilastri che separano le finestre, due armadi a cristalli ove sta

raccolta in gruppi pittoreschi la collezione delle armi; ove il _kriss_

malese s’incrocia colla daga del sedicesimo secolo, e l’alabarda de’

lanzichenecchi tocca le canne di un fucile di Saint’Etienne.

La sala ha quattro porte, poste alla estremità dei lati più lunghi

del rettangolo; una dà sulla scala; per l’altra, dal lato medesimo,

si entra nella stanza da pranzo adorna di alcuni quadri stupendi

del Newton Fielding, il Raffaello delle anatre; la terza opposta a

quest’ultima, mette in un quartiere da lungo tempo deserto, ove stanno

il medagliere, le vetrine delle ambre e degli avori, la galleria e

la biblioteca, sale vastissime dove brillano gli specchi di Venezia,

racchiusi tra le volute delle cornici dorate e dai cui soffitti pendono

le lumiere di Murano co’ loro goccioloni sfaccettati e luminosi; dove

i seggioloni di cuoio con le spalliere a intaglio e con le borchie

metalliche spalancano i loro tarlati braccioli. Bronzi attribuiti

al Verrocchio, porcellane di Sassonia, piatti del Giappone, vasi di

Capodimonte, tazze d’onice sostenute da sotto-coppe di cristallo di

Boemia, maioliche di Pesaro, smalti di Limoges, arazzi di Firenze, ogni

oggetto di quelle stanze è una prova di gusto artistico e di opulenza

fastosa.

La quarta porta finalmente, rimpetto a quella della scala, dà nel

quartiere più moderno, quello che il Conte Emilio scelse per le nozze.

È un’infilata di stanze, ammobiliate alla Pompadour, piena di _sofà_,

di _canapè_, di _poltrone_ con i fusti intagliati e dorati ove spiccano

i medaglioni verdi ed azzurri co’ soliti amorini e co’ soliti fiori.

La camera occupa l’angolo della casa, tra mezzogiorno e ponente.

Non v’è nulla di antico; tranne il letto a baldacchino di damasco

giallo, solcato qua e là da larghe strisce di trina bianca di Fiandra;

gli altri mobili sono moderni, ma fatti con garbo e disposti con

semplicità. Tre quadri pendono dalle pareti; uno, meschina opera del

Benvenuti, è un ritratto della madre del Conte vestita alla foggia

dell’Impero; ai lati del letto una Sacra Famiglia di Lorenzo di Credi e

una delle solite Madonne ahi! troppo leggiadre di Carlo Dolci.

Racconti(#75764) · 第 13 / 69 题