Quando nel maggio del 186... il Conte Emilio di San Vittore fece sapere
che si ammogliava fra un mese, gli amici che aveva numerosi, il bel
mondo di cui era assiduo e festeggiato frequentatore furono per quella
notizia alquanto meravigliati.
Ricco, non aveva bisogno di una dote che gli puntellasse il patrimonio;
fortunatissimo in amore, per lui versavano lacrime molte belle
infelici, per lui schiudevano le labbra a sorrisi procaci le più
civette tra le donne d’Italia; avvezzo oramai alla vita di scapolo,
alla varietà e alla frequenza delle commozioni, egli non avrebbe potuto
adattarsi alla tranquilla serenità della vita domestica. Perchè dunque
pigliava moglie? Coloro che, per spiegare l’enigma, misero innanzi
l’ipotesi che il Conte Emilio fosse innamorato, non fecero altro che
destare l’ilarità in tutte le sue gradazioni diverse, dal sogghigno più
dispregiativo fino allo scroscio di risa più badiale.
Tutto ciò avveniva non già perchè la gente fosse priva di perspicacia;
era davvero difficile trovare non soltanto la ragione ma il motivo
onde il Conte era spinto ad ammogliarsi e che egli d’altra parte si
compiaceva nel tenere nascosti.
Emilio era aristocratico fino alla punta dei capelli; da giovanotto
aveva messo da parte molti scrupoli, molti proponimenti dimenticati;
d’una cosa sola non s’era dimenticato mai: che egli era il discendente
di quei Conti di San Vittore, la cui nobiltà vantava parecchi secoli
e che ora sotto la cappa luccicante d’un ambasciatore, ora sotto la
tonaca sanguigna d’un cardinale avevano avuto larghissima parte nelle
vicende della patria. Mai, per esempio, una di quelle facili donne
con le quali egli sprecava il suo tempo, la sua giovinezza e i suoi
danari, non aveva potuto oltrepassare le soglie dell’antico palazzo dei
San Vittore; la religione della casata era la sola a cui il Conte si
mantenesse con fervore devoto. Nondimeno nei luoghi che frequentava,
egli aveva fatta relazione con molta gente, la quale non era pari a
lui nello splendore del nome o nella purezza del sangue. I parenti,
aristocratici più di lui, avevano messo il broncio, lo tenevano
per un iconoclasta; e il Conte, nemico per natura delle seccature
di qualunque specie fossero, da qualunque parte gli venissero, si
risolse a prender moglie, coll’intendimento di rompere ogni relazione
con i suoi amici del giorno avanti e di fare ammenda di così grave
trascorso. Ammogliandosi, egli ristringeva i vincoli che lo legavano
al bel mondo, e dopo aver erogato le rendite nel nutrire e nel vestire
(nello spogliare, forse, se meglio vi piace) le belle ragazze di tutti
i paesi, si proponeva spenderle, d’allora in poi, nel far ballare e
cenare le signore della nobiltà fiorentina.
Non gli rimaneva che scegliere; e qui cominciavano le difficoltà. Il
Conte, pur trattandosi di cosa tanto grave quanto un matrimonio, non
era uomo da buttar via il tempo a cercare, tra le signorine italiane,
quella che meglio gli convenisse. Per uscir dalla bega, una mattina si
presentò alla casa di un suo vecchio zio materno, il marchese Varalli.
Il marchese Varalli era un antico libertino arrivato a settant’anni
senza neanche l’ombra di un pentimento. Era lungo e smilzo: aveva la
pelle incartapecorita e i capelli bianchissimi; ma il passo rapido
e sicuro, la vista lincea, l’udito perfetto e due fila intatte di
bianchissimi denti facevano testimonianza che gli stravizi di ogni
maniera nulla avevano potuto sulla sua ferrea costituzione. Di quando
in quando era tormentato dalla gotta; ma egli ci scherzava su, e
ricordava agli amici Pericle, Augusto, Carlo V, il maresciallo di
Sassonia, illustri gottosi.
Quando suo nipote comparve nella stanza: — Che miracoli son questi? —
domandò il vecchio. — Sono tre anni che non v’ho visto, signor Conte
gentilissimo e diletto nipote. Se io fossi uno zio da commedia e voi
un nipote spiantato, direi che venite a domandarmi de’ quattrini in
prestito; ma siete più ricco di me, e....
— Zio, — riprese Emilio, — vengo da lei per un consiglio.
— Un consiglio? Perdio! questa non me l’aspettavo. Voi che siete di
una generazione di filosofi, venite a prendere consiglio da un avanzo
mal conservato di una generazione di gentiluomini?.... Che diavolo v’è
accaduto? Basta, mettetevi a sedere. Son qui.
— Senta, zio, so che i miei parenti, lei per il primo, si sono lagnati
perchè ho menata sin qui una vita un po’....
— Niente, niente; — interruppe colla sua voce fessa il Marchese. —
Non so quello che abbiano detto gli altri vostri parenti, e non me ne
curo. Quello che ho pensato io ve lo dirò: ho pensato che alla vostra
età si deve fare quello che avete fatto voi. Volete che vi rimproveri
d’aver corsa la cavallina, d’aver mantenuto qualche bella donna? Siete
giovane, pare che siate anche bello, siete ricco... Magari ci potessi
tornar io! Rispetto a donne, dunque, non ho niente da osservare; quando
le principesse erano brutte e le cameriere belle, io m’attaccavo alle
cameriere. Che l’origine di una donna si perda nelle leggende delle
mille e una notte o in quelle d’una notte sola, tanto fa. E poi con le
donne non ci si lega; oggi sì, domani sì, domani l’altro no, non ci si
trova più per tutta la vita, o se ci si trova, magari non ci si saluta.
Fin qui sta tutto bene e siamo d’accordo. Quello che non mi quadra è
il vostro contegno coi maschi; che dando dietro a Lucrezia, facciate la
conoscenza di Bruto, si capisce e tiriamo via; ma che lo salutiate per
la strada e lo conduciate in carrozza con voi... ah!... questo poi no.
— Ed io per romperla addirittura con tutte queste conoscenze un po’....
un po’ democratiche....
— Volgari, plebee.
— È gente che mi son trovata accanto senza quasi avvedermene.
— E che v’è venuta intorno per chiedervi danari e non restituirveli;
per farsi vedere amica di un San Vittore e infliggere con la sua stessa
presenza accosto a voi una umiliazione al nostro ceto; per....
— Ho risoluto di prender moglie.
— Bene, — soggiunse senza scrollarsi il Marchese.
— Ma io da me non son mica capace di trovare una ragazza che mi
convenga in tutto e per tutto. Mi manca la esperienza, forse, la
pazienza di certo. Vorrei che lei, zio, si pigliasse l’impegno....
— Vi ci vuole una donna bella e di spirito. Se volete aver gente in
casa vostra, non l’avrete che a questo patto; che sia ricca....
— Oh! poco importa....
— Siete ricco voi abbastanza. Fin qui le cose vanno come l’acqua alla
china.
— Dunque ci pensa lei?
— Eh! adagio!...
— Cioè?...
— Volete maritarvi nella vecchia maniera o nella nuova?
— Non capisco, — rispose dopo un breve silenzio e con un lieve sorriso
il Conte.
— Ecco: voi sapete che io non sono un figlio del fortunato secolo
decimonono. Son nato nel 1791, grazie a Dio e al marchese padre, che
quando mi mise al mondo, aveva per l’appunto l’età che ho io. Ah! pur
troppo le generazioni deperiscono.... Basta, lasciamo là le malinconie.
Dunque dicevo che son nato nel secolo passato; e io, nonostante le
rivoluzioni, posso dire d’aver vissuto fino al 1830, per tutti gli anni
della mia gioventù insomma, come avrei vissuto sotto Gian Gastone.
— Zio, scusi, io non intendo....
— Voialtri giovanotti seguite la moda, e oggi c’è l’uso di dire che la
società d’allora era corrotta. Avete a sapere, filosofi miei, che era
tale e quale quella d’oggi. Gli uomini erano uomini e le donne donne;
salvo che parevano più signore quelle quando compravano la complicità
d’una cameriera, che le vostre quando vanno a udienza dalla regina.
Non avete nè mutato, nè inventato nulla voialtri. Voi chiamate colpa
ciò che noi chiamavamo galanteria; io vi chiamo ipocriti quando voi
vi intitolate puritani, e siamo pari. Dicevo? Ah! ho dunque bisogno
di sapere come voi la pensate, perchè appunto dal vostro modo di
pensare dipende la scelta di una moglie che vi convenga. Per farla
breve: a trentadue anni e dopo la vita che avete menata, non mi venite
a raccontare di voler essere un marito sul serio, perchè io non la
bevo; dunque una delle due: o volete una donna che non sia tanto nuova
nella scienza della vita, e allora scegliete una ragazza iniziata da
un paio d’anni ai misteri del bel mondo; potrete dirle il giorno delle
nozze ch’ella deve pensare a sè, come voi provvederete a voi, e buona
sera signori; o volete una donna ingenua, che si serbi fedele a voi
finchè non abbia acquistato un po’ d’esperienza, e allora scegliete
una ragazza uscita ieri di convento. Ve n’andrete in campagna con lei,
l’aiuterete a lavare il viso a’ figlioli e per un certo tempo potrete
dormire fra due guanciali. Tocca a voi a scegliere in massima. Aprite
bocca ed io mi farò esecutore della vostra legge e troverò l’individuo
appena designata la specie.
— Ecco... — soggiunse modestamente il Conte.
— Ho capito, — interruppe subito l’altro con un sorriso maligno —
volete l’ingenua. Siete un ipocrita anche voi.
— Zio....
— Sì... e un credulone. Voi scegliete l’ingenua, perchè vi figurate,
come si figurano tutti, che si lascierà ingannare senza rendervi la
pariglia. Sta bene. L’ho trovata.
— E si può sapere?...
— Bellissima. A me non piace, ma per i gusti d’oggi è fatta apposta;
magra, piccola, molto elegante. Poca dote, ma questo non è un difetto,
orfana, e questo è un pregio.
— E lei la conosce?
— Io? L’ho vista qualche volta col duca Esmeraldi che è suo tutore.
— E si chiama?
— Alessandra. Voi potrete chiamarla Alessandrina, Sandrina, Rina, a
piacimento; per questo non ci saranno difficoltà.
— E la famiglia?
— Altissimo lignaggio, vera aristocrazia toscana, caro mio; nome
illustre e soldi pochissimi.
— Va bene; desidero di vederla.
— È giusta; domani alle sei sul piazzone delle Cascine. Sarò in
carrozza col Duca e con la pupilla. Guardatela bene, magari venite alla
carrozza e parlatele. Domani pensate, domani sera risolvete, domani
l’altro vi aspetto a colazione da me.