IO A UN ALTRO.

Airolo (Canton Ticino), 21 ottobre 1867.

Mio caro, restando a Lucerna hai avuto più giudizio di me; sono

arrivato ieri sera ad Airolo e vi resterò fino a Dio sa quando. Succede

in questo paese come all’inferno, dove ogni momento arriva gente e non

se ne va mai nessuno. Sul serio: il Ticino ha rotto la strada da Quinto

a Faido e buttato all’aria il ponte presso Dazio-Grande; sicchè per ora

è impossibile partire colla diligenza. Se ti punge il _dulce ridere

suos_, se ti preme veramente arrivare a Firenze prima del 25, va’

subito a Coira e passa per lo Spluga; ma prima di partire di’ a’ nostri

compagni dello _Schweizerhof_ come stanno le cose; che non venga anche

a loro il ticchio di pigliare la via del Gottardo. Qui non c’è che una

locanda sola; i letti son tutti pieni, e chi viene da ora in là sarà

giocoforza che dorma all’ombra degli abeti.

Sai chi c’è? Paolo Carpi. Ho letto il suo nome sul libro de’

viaggiatori. M’hanno detto che è andato stamani a visitare i luoghi

dove il danno della inondazione è maggiore e tornerà qui stasera. Son

quasi cinque anni che non ci siamo veduti, e non puoi imaginarti che

piacere mi faccia il trovarlo qui.

Chiacchierando col cameriere ho saputo che c’è anche un Conte di San

Vittore. Mi son messo in testa che sia compagno nel viaggio a Paolo.

I San Vittore e i Carpi non sono un po’ parenti? M’accorgo che la

domanda è inutile; tu non potrai rispondermi che a Firenze e Paolo mi

risponderà stasera. Se avessi qualche altra cosa di bello da dirti,

passerei volentieri scrivendoti il tempo che manca per arrivare all’ora

del desinare.... A proposito; come si pranza male su queste montagne

repubblicane! Fremi pure di sdegno, ma io non veggo l’ora di essere a

Milano per mangiare un risotto appestato dall’alito della monarchia.

Serbami un posto nella tua memoria; nel cuore ci hai troppa gente ed io

odio la calca.

_Il tuo_ M.

* * *

Airolo è un paesetto all’imboccatura della Val Canaria, tra Bellinzona

e Hospental. Le sue poche e povere case sono poste lungo la via del

Gottardo, la quale sale verso il monte serpeggiando a settentrione

del paese; l’occhio l’accompagna sino alle pericolose balze della Val

Tremola, ove si perde tramezzo agli abeti. Di là dalla via il terreno

scende con ripido declivio verso il Ticino che quivi, ancora prossimo

al lago Sella onde nasce, pare un fiumiciattolo di poca o nessuna

importanza. Oltre il fiume altri monti, coronati da piccoli ghiacciai

o solcati dalle morene, sono le ultime ondate di quella tempesta che

sollevò le Alpi Lepontine.

Scritta la lettera, uscii. Cadeva una giornata d’ottobre; dalle

falde delle montagne scendevano torrentelli recando acque al Ticino;

nuvole di una tinta unita, fredda, coprivano a poco a poco il cielo,

e nascondendo lentamente la parte superiore della montagna, ne

arrotondavano i vertici. Pareva che la natura si mettesse in quell’ora

la sua veste più squallida; che il vento di ponente strisciando

sulle brevi praterie della valle e sui folti muschi delle falde

montane, mutasse in giallognolo il loro verde vigoroso. I soli abeti,

geometrici, serbavano il nero delle loro piramidi e si staccavano

mirabilmente sul fondo grigiastro del quadro.

Io passeggiava pensando a chi sa quante cose che ora non ricordo più e

fumacchiando un di quei sigari che fanno tanto rimpiangere la Svizzera

a chi ritorna in Italia, quando mi sentii chiamare per nome. Mi volto;

era Paolo Carpi.

— Chi non muor si rivede, — disse l’amico correndo verso di me. — Sai

che debbono esser passati quasi tre anni dacchè ci siam veduti l’ultima

volta?

— Quattro, mio caro; ci siamo lasciati a Milano nel 63, ci ritroviamo

sul San Gottardo nel 67.

— Quattro anni? Perdio! come s’invecchia presto! Di dove vieni?

— Dalla Germania; e tu?

— Da Spa; sono passato per Strasburgo e Basilea.

— Solo?

— Solo.

— E quando parti?

— Ma!... quando sarà possibile.

— Partiamo insieme?

— Ecco... chi sa? Devo aspettar qui una lettera... Basta.... vedremo;

figurati se mi farebbe piacere passare qualche giorno con un amico come

te.

Si danno in oggi alla parola amico tanti sensi e tanto diversi che

conviene questa volta determinarne il significato.

Paolo ed io fummo compagni di scuola; de’ miei condiscepoli egli fu

il solo per il quale sentissi un affetto vero. Usciti da rettorica, ci

vedemmo di rado ed è facile capire il perchè; egli faceva il milionario

ed io il giornalista; egli si divertiva con le donne leggiere, io

ero costretto a seccarmi con gli uomini gravi. Ciò non ostante quando

ci trovavamo qualche volta all’osteria, qualche altra al ballo di un

ambasciatore, ci stringevamo forte la mano e facevamo di notte giorno

parlando di noi, dei nostri studi e de’ nostri amori, di ciò che

avevamo fatto o che volevamo fare; egli si congratulava meco de’ miei

saggi letterari che gli parevano belli, io seco della sua amante che mi

pareva bellissima.

Nel sessantatrè gli prese la voglia di fare il diplomatico e fu

nominato segretario del Ministro d’Italia a Costantinopoli. Allora ci

perdemmo di vista; quattro anni dopo ci ritrovammo ad Airolo, il giorno

stesso nel quale ha principio questo racconto.

La conversazione cadde, al solito, sulla nostra prima gioventù, sulle

scappate scolaresche, e sulle vicende de’ nostri compagni.

— Che n’è stato — gli domandai — di Gigi Ruteni che abbandonò il Liceo

per entrare nella Marina sarda, perchè era sicuro, diceva lui, di

diventare ammiraglio?...

— È morto a Lissa l’anno passato.

— Povero ragazzo! E il Brini soprannominato il piccolo Aleardi, che

scriveva versi così pieni di tenerezza e di malinconia?

— Fa l’agente di cambio a Torino.

— E quel bel giovanetto biondo che veniva a scuola accompagnato dalla

mamma più bionda e più bella di lui?... Ti ricordi?... Aveva tanta

attitudine alla meccanica e noi gli predicevamo sempre che avrebbe

fatto fortuna?

— Ha finito il suo studiando sul moto perpetuo. Ora l’hanno chiuso nel

Manicomio di Perugia.

Non ebbi coraggio di domandare altro; tutte quelle biografie brevi e

crudeli mi avevano messo di mal umore. E ripensavo tanti sogni svaniti,

tanti propositi dimenticati, tante speranze deluse, stelle cadenti

del cielo della giovinezza che brillano un momento, poi si perdono

nell’oscurità della vita.

— E Federigo Ripàri (un altro condiscepolo) — riprese dopo poco Paolo —

l’hai veduto?

— Mai; forse trovandolo non lo riconoscerei neppure.

— È qui.

— Qui... ad Airolo?

— Con sua moglie.

— È ammogliato? Da quando in qua?

— Saranno due anni ad aprile. Ha sposato una milanese, una delle donne

più istruite e più simpatiche che io conosca: la figlia dell’ingegner

Crolli. Oh! si va a tavola.

Difatti la campana della locanda sonava a refettorio.

— Lascia andare — soggiunsi; — pranzeremo da noi.

— Non è possibile.

— Hai qualche amico?...

— No... ma bisogna che pranzi a tavola rotonda.

— A proposito: c’è qui un Conte di San Vittore; non siete un po’

parenti?

— La madre del conte Emilio è sorella di mio padre.

— Sicchè siete cugini.

— Per l’appunto....

— E allora, perchè mi dai ad intendere che non hai qui amici?

— Sei curioso veh! mi hai domandato se ho qui degli amici e non dei

parenti — e se ne andò verso la locanda in tanta fretta ch’io durai

fatica a tenergli dietro. Se egli, in quel punto voltandosi avesse

detto: “ho mutato pensiero, pranziamo da noi„ io gli avrei risposto:

no, ho mutato pensiero anch’io, voglio venire a tavola rotonda; tanto

mi pungeva la curiosità di conoscere il Conte di San Vittore. Lo avevo

spesso sentito lodare come uno degli uomini più culti, più cortesi,

più ricchi dell’aristocrazia fiorentina, e ora mi pareva che Paolo,

con quella sua distinzione tra gli amici e i parenti, fosse lì lì per

dirmene male.

Quando entrammo nella sala da pranzo, il Conte (Paolo con un’occhiata

me lo indicò) era già seduto ad una delle estremità della tavola.

Notai che tra i due cugini non ci fu neanche l’ombra di un saluto; i

commensali crederono di certo che quelle due persone, così strette per

vincoli di parentela, si vedessero per la prima volta nella modesta

locanda d’Airolo.

Il Conte di San Vittore era un uomo sui trentacinque, alto, calvo

nella parte anteriore del cranio; aveva il viso di un puro ovale

incorniciato da una folta e finissima barba nera. Credo che il fare un

ritratto somigliante di quell’uomo, sarebbe stata ardua impresa anche

per Michele Gordigiani; tanto la sua fisonomia si mutava da un momento

all’altro. Studiai la cagione di questa mutabilità e credei trovarla

negli occhi, i quali non saprei dire di che colore fossero; ora

parevano azzurri, ora grigi, ora verdognoli; qualche volta apparivano

fosforescenti come quelli del gatto. E la mobilità della fisonomia

non aveva relazione alcuna coi movimenti dell’animo; perchè per quanti

diversi aspetti pigliasse, il volto del Conte non lasciava trasparire

nulla di ciò ch’egli sentiva o pensava. Sulle prime, si sarebbe preso

per una persona pulita e nulla più; ma ad un osservatore minuzioso,

le mani bianche e sottili, il fare disinvolto, la studiata semplicità

del vestire lo dimostravano uomo iniziato ai difficili segreti

dell’eleganza e conoscitore delle consuetudini del bel mondo.

Il pranzo era cominciato da pochi minuti, quando entrarono Federigo

Ripàri e sua moglie. Avevo detto a Paolo che non mi sarebbe forse

possibile riconoscere Federigo, ma non imaginavo ch’egli fosse cangiato

così. Quell’uomo, ch’io avevo lasciato fanciullo vegeto e fresco, aveva

i capelli grigi, la pelle floscia e le palpebre inferiori cerchiate da

quell’occhiaia nera e profonda che è segno di stento, di stravizio o

di dolore. Noi suoi condiscepoli sapevamo che non poteva avere più di

trent’anni; chiunque, a vederlo, gliene avrebbe dati oltre quaranta.

Salutò freddamente Paolo del capo; me o non volle riconoscere, o forse

non riconobbe neppure.

La signora Ripàri si sedè accanto al marito.

Una donna così bella si vede di rado. Alta, svelta, la maestà quasi

severa del portamento era in lei temperata dalla grazia quasi infantile

de’ lineamenti, puri come un profilo antico intagliato nell’agata.

Il morbido volume de’ suoi capelli biondi mi fece tornare in mente i

versi del poeta tedesco: Dio ha dato la donna bionda agli uomini del

settentrione, per compensarli della mancanza del sole. Nulla è perfetto

nel mondo, neanche le belle donne pur troppo, e spesso Pigmalione

s’affatica invano a infondere la vita nelle membra mirabili e gelide

di Galatea; ma negli occhi cerulei della signora Ripàri brillava il

pensiero, e lo spirito illuminava quell’onesto sorriso.

Capitata in un convegno di poeti o d’artisti, la signora Ripàri sarebbe

stata accolta con uno di quei gridi che erompono spontanei dall’animo

di chi si sente fortemente compreso dall’ammirazione; fra gente che

dava battaglia alla noia con l’arme dell’appetito passò senza che

nessuno ci badasse. Tanto è vero che a questo mondo non basta aver

merito; bisogna anche saperlo mostrare a chi può pregiarlo e scegliere

una occasione propizia.

Il pranzo passò come al solito; si parlò del cattivo tempo, della

inondazione, delle valanghe; si fecero passare di mano in mano pezzi

di diorite e di cristallo di rocca, raccolti qua e là per le montagne;

pochi gl’interlocutori, molte le comparse che mangiavano senza

parlare. Federigo non parlò, nè mangiò; non fece altro che guardar

fisso il Conte San Vittore, il quale pareva non accorgersi d’essere

sbirciato, squadrato a quel modo. Carolina (era questo il nome di

battesimo della signora Ripàri) tentò più volte di attaccare discorso

col marito e inutilmente; alle sue domande non rispondeva o rispondeva

con monosillabi e Carolina pareva si sentisse umiliata dal contegno

freddo, quasi sdegnoso che egli teneva con lei. Cercava di leggere in

viso ai commensali se se ne fossero accorti e si rallegrava di vederli

tutti intenti nelle loro chiacchiere o nelle loro vivande; ma quando

i suoi occhi s’incontrarono co’ miei, capì ch’io avevo osservato e

meditato, che v’era un testimone di que’ silenzi eloquenti e divenne

pallida a un tratto. Alle frutta s’alzò; stette per un momento con

le mani appoggiate sulla spalliera della sedia guardando Federigo e

come aspettando qualche cosa da lui. Egli, se si fosse voltato verso

la moglie, si sarebbe avveduto, da una specie di moto nervoso ond’era

scossa tutta la persona, che quella donna soffriva, e tanto più, quanto

più si sforzava di nascondere l’intima pena; ma non si voltò; guardava

il Conte di San Vittore.

A poco a poco anche gli altri commensali si alzarono e andarono chi da

una parte chi dall’altra. Volevo andarmene anch’io, Paolo mi fe’ cenno

di rimanere. Il Conte si alzò e andò a porsi innanzi al camino entro

cui scoppiettavano gli ultimi avanzi d’un gran fuoco; Federigo restò al

suo posto, rimpetto al Conte, guardandolo.

Nessuno parlava; io avevo il presentimento che stava per succedere

qualcosa di grosso. Me ne sarei andato volentieri, ma Paolo mi

trattenne daccapo con un’occhiata.

Il Conte cavò fuori da un astuccio di cuoio di Russia un _manilla_ e si

diresse verso la tavola sulla quale stava un candeliere acceso. Subito

che Federigo ebbe indovinata l’intenzione di lui, balzò in piedi, stese

il braccio verso il candeliere, accese un sigaro, spense il lume e lo

posò piano piano; poi guardò il Conte come se aspettasse una parola, un

gesto... che so io? un pretesto qualsiasi per attaccarla. Ma l’altro,

come se nulla fosse, prese sulla tavola un coltello, tagliò la punta

chiusa del _manilla_ e con un fiammifero di cera che trasse da un

astuccio di platino lo accese e tornò al suo posto. Sopra una piccola

tavola presso a lui era un numero della _Gazzetta Ticinese_; il Conte

l’aveva a mala pena toccato e già v’era piombata sopra la mano di

Federigo. Il Conte lasciò andare la gazzetta e, quasi non fosse fatto

suo, si mise a scrivere colla matita sopra un taccuino che aveva levato

di tasca. Federigo quand’ebbe in mano il giornale, lo buttò sul fuoco;

il Conte seguitò a scrivere.

Paolo pareva distratto, ma teneva d’occhio ogni mossa del Conte e di

Federigo.

Quando il Conte ebbe finito di scrivere, andò verso la porta. La

bussola era chiusa, Federigo vi s’appoggiò; a me parve difficile che il

Conte potesse esimersi dal parlargli e mi tenni certo una parola sola

sarebbe favilla secondata da grande incendio. Il Conte invece passò

davanti a Federigo come se non gli fosse neanche passato per la mente

d’andarsene, e si diresse verso una delle estremità della sala; colà

giunto tirò il cordone di un campanello. Dopo un momento s’udì un lieve

rumore dietro la porta e di fuori qualcuno girò la maniglia. Bisognò

che Federigo si scostasse; il Conte invece s’era avvicinato all’uscio

dalla parte opposta.

Entrò il cameriere.

— Accendete il fuoco in camera mia, — disse il Conte; — e passando tra

il cameriere e la soglia uscì.

Paolo gli tenne dietro.

Federigo, o meravigliato o stizzito della abile strategia del Conte,

si lasciò andare sopra un divano e parve immergersi in una meditazione

profonda.

Io rimasi nella sala aspettando Paolo da cui speravo avere la

spiegazione di quella difficile sciarada. Intanto, ripensando i fatti

avvenuti, io andavo cercando da me la parola dell’enigma e facevo

questo discorso, che mi pareva assai ragionato.

— Questi due uomini si odiano, o per lo meno Federigo odia il Conte

di San Vittore. Perchè? Vattel’a pesca! Ma è chiaro che Federigo ha

tanta voglia di accattar briga col San Vittore, quanta cura pone questi

nell’evitare ogni contesa. Ci deve esser di mezzo una donna che non

vuol compromettere... altrimenti come si spiega il contegno di un

gentiluomo?.... Ma giusto, è egli poi il Conte questo gentiluomo che mi

hanno detto? Che il Conte abbia paura? Non c’è che questa spiegazione;

perchè quand’anche ci fosse di mezzo una donna, il contegno addirittura

insolente di Federigo non avrebbe fornito all’altro un pretesto tale,

da parere la ragione vera ed unica di un duello? E poi da quella

partenza ad una fuga c’è scattato poco. E Paolo che fa che non torna?

È chiaro anche questo: cerca di persuadere il cugino che se non si

batte col Ripàri è un uomo rovinato per sempre. Riepiloghiamo. Federigo

Ripàri cerca di provocare il Conte; questo è un fatto. Il Conte scansa

ogni occasione di duello; il Conte ha paura. Così si spiegano le parole

di Paolo sul conto del cugino e il suo contegno verso di lui. Ma e

il motivo di tutto ciò? Lo troveremo, pensai con la superbiola di un

uomo che ha fatta un’osservazione profondissima e ha dato prova a sè

stesso di essere abile nel sillogismo. — Lo troveremo; e seccato dal

ritardo di Paolo, che d’altra parte non avrebbe potuto dirmi cosa ch’io

non avessi indovinata senza di lui, uscii dalla sala per salirmene in

camera mia.

La quale camera mia volle il caso si trovasse precisamente accanto a

quella della signora Ripàri.

Non faccia il lettore le meraviglie, non dica con quel suo sorrisetto

d’incredulo “che bel caso!„ In una triste condizione sono oggi

romanzieri e commediografi; il pubblico dopo le fandonie che s’è

succiato per tanti anni in santa pace, s’è fatto diffidente, ombroso.

Basta che un fatto semplicissimo, torni utile al commediografo o al

romanziere, perchè paia al lettore inverosimile. La signora Ripàri

stava al n. 18; accanto al n. 18 v’era di santa ragione il n. 19;

anch’esso, in tanta piena di forestieri, dovè esser dato a qualcuno; fu

dato a me; che meraviglia? Forse se l’albergatore mi avesse assegnato

il n. 10, questo racconto non avrebbe veduto la luce. Albergatore

malcauto! Troppo poco si concede in oggi al caso che pure ha tanta

parte nella nostra vita. Come va, signor lettore, che vi trovate

questo racconto tra mano? Siete andato proprio a cercarlo? No; lo avete

visto per caso nella vetrina del vostro libraio. Ve l’ha prestato un

amico? Siete andato in traccia di quest’amico? No; l’avete trovato per

caso. O forse vi siete risoluto a comprare il libro dopo che lo avete

visto annunziato in qualche giornale? Non è un bel caso che il mio

editore l’abbia fatto annunziare per l’appunto in quel foglio che ha

l’invidiata fortuna di numerarvi tra i propri lettori?

Torniamo alla signora Ripàri. Ella dimorava dunque in una camera divisa

dalla mia per un sottile assìto ricoperto da una semplicissima carta

di Francia. Poco dopo ch’io fui entrato in camera, l’uscio della stanza

accanto s’aprì, e udii facilmente Federigo pronunziare queste parole:

— Buona notte, Carolina.

Udii facilmente ho detto e ripeto. Chi conosce gli alberghi de’

monti elvetici non meraviglierà di queste mie parole. Coloro che in

ogni locanda alpestre della Svizzera veggono un nido di congiurati

s’ingannano; co’ sottili tramezzi di legno non ci è segreto che tenga;

dopo tre ore passate nella stanza accanto alla vostra, il vicino sa

tutti i vostri usi, anche quelli che vorreste non conosciuti da alcuno.

Nelle case delle montagne elvetiche non si congiura; meglio all’aria

aperta; tanto è vero che Guglielmo Tell per preparare la rivolta

abbandonò le mal sicure case di Altdorf e condusse i compagni sulle

alture del Rutli.

— Aspetta, Federigo, voglio dirti una cosa.

— Son qui.

— Sai che da parecchi mesi faccio di meno anche delle lagnanze.

— Carolina....

— Lasciami dire; molti sentimenti si sono spenti in me, uno è rimasto

vivo per fortuna mia e tua: l’orgoglio. Mi lagnerei ancora se giovasse

a qualcosa; ma il lamentarsi inutilmente è una umiliazione che non

voglio soffrire.

— E poi? — disse Federigo col tono di chi non ha pazienza da buttar via.

— Hai fretta? Va’ pure, non c’è nulla che prema... ne parleremo domani.

Buona notte.

— No, Carolina, guarda, son qui... qui seduto e per ascoltarti.

— Stammi dunque a sentire; ce n’è bisogno, credilo. Io non ti chiedo

che tu sii innamorato di me, queste cose non si chiedono, si ottengono;

non si riacquistano quando si sono perdute, nè si risuscita un

amore che doveva essere eterno e che è morto a un tratto, di etisia

fulminante, dopo un anno di matrimonio. Ti chiedo soltanto che tu sii

con me quale saresti con qualunque altra donna e quale ti impone di

essere se non la legge del cuore, la legge del mondo; se non l’affetto,

per lo meno l’educazione.

— Non ti capisco.

— No? Allora è inutile andare avanti.... Buona notte.

— Insomma, perdio! non ti capisco.

— Federigo, non alzare la voce; ricordati che siamo in un albergo;

risparmia agli altri lo scandalo, a me lo spettacolo di una di quelle

brutte scene da commedia che aborro tanto.... Sai quello che t’ho detto

tante volte: tu non gridi che quando sei persuaso d’aver torto.

— Ebbene, dunque, sentiamo.... che cosa c’è?...

— Quando partiamo?

— Quando la carrozza potrà percorrere senza pericolo la strada di qui a

Bellinzona.

— Sta bene; domani dunque, se siamo ancora ad Airolo, noi pranzeremo

qui insieme, o tu pranzerai solo a tavola rotonda.

— Perchè?...

— Perchè io sopporto il tuo contegno finchè siamo soli, ma, lo ripeto,

ho ancora tanto orgoglio da non tollerarlo in santa pace dirimpetto

alla gente. Durante il pranzo sei stato accanto a me come accanto ad

una persona che tu non conoscessi neppure.... anzi, ho tanta stima

della tua educazione, da credere che il tuo contegno sarebbe stato

diverso con chiunque. Io voglio dunque che tu sii meco quale un

gentiluomo dev’essere con una donna. So essere disgraziata, mi ci hai

assuefatta; ridicola, no.

— Carolina, tu prendi al solito le cose troppo sul serio.... Io ero

distratto....

— Eppure tu mi toglierai anche l’ultima illusione. Una volta credei

che tu mi volessi bene, comincio a credere d’essermi ingannata. Non

puoi avermi amato, mi conosci troppo poco. Se tu mi conoscessi,

Federigo, non anderesti cercando una scusa che io non ti chiedo.

Oggi eri distratto... e ieri?... È un po’ lunga una distrazione che è

principiata un anno fa e dura ancora. Non ne parliamo più. Sei libero

di scegliere: o pranzeremo in camera insieme, o tu pranzerai solo

a tavola rotonda. E ora va’, devi essere stanco della tua gita di

stamani.... Buona notte.

Vi fu un breve silenzio; poi Federigo, parlando rapidamente e con voce

concitata, riprese:

— Hai ragione, Carolina, tu hai ragione, ed io ho torto, lo sento, ho

molto torto... ma il cuore non ci ha che fare... dipende, che so?...

dal mio temperamento... dalla mia costituzione fisica. Ho qualche

stravaganza, perdonamela e....

— Oh! Federigo, tu abusi un po’ troppo di me. Tu sai che nonostante

le tue distrazioni, le tue stravaganze, come le chiami, io ti voglio

ancora bene, lo sai, e ne abusi. Non mi venir fuori col temperamento

che non ci ha nulla che fare. Non so se tu ti ricordi qualche volta

che mi hai voluto bene anche tu; certamente non puoi aver dimenticato

di che amore t’ho amato io; io povera donna, che ho messo in te tutte

le mie speranze e tutti i miei desiderii, che t’ho creduto il solo

uomo capace di tradurre in realtà i miei sogni. Ci vuole un animo

molto delicato, molto giovane, per intendere di che colori io avessi

vestito l’avvenire. Ho serbata viva la mia speranza per un anno intero

dopo le nostre nozze. Ringrazio Iddio di avermi fatto cieca per tutto

quel tempo, cieca ma felice; se avessi avuto più esperienza, se avessi

saputo vedere più addentro nelle cose della vita, mi sarei accorta che

tu non eri poi quel tale uomo ch’io m’era figurata.

— Carolina! — esclamò brusco Federigo.

— Non t’adirare, non ho in mente di dir nulla che possa offenderti.

Il primo torto fu mio, sperai più di quanto è lecito sperare. Un

uomo capace di appagare tutti i desiderii di una fanciulla buona,

intelligente, affettuosa, di porsi tra lei e il mondo, perchè il mondo

non violi ad un tratto la verginità dei suoi pensieri, che sappia

insegnarle a poco a poco la realtà della vita senza disperdere tutti

quanti i suoi sogni, i suoi inganni, le sue ubbìe, se vuoi che dica

così, di ragazza innamorata, un uomo capace di un acume così avveduto,

così delicato non c’è.

— Ma, Carolina... è impossibile.... bisogna prendere il mondo....

— Come è, lo so, me l’hai detto tante volte! Ma se lo confesso da me

che speravo troppo.... e del rimanente ciò poco importa. Fatto sta che

tu per un anno m’hai voluto bene e molto, di questo sono sicura; chi

ama come ho amato io non s’inganna. Un giorno.... che cos’è accaduto,

Dio mio, quel giorno? Non lo saprò dunque mai?... Un giorno, come per

incanto, sei diventato freddo, noncurante, e...

— Ma ti voglio bene ancora....

— Sì... tronchiamo, Federigo, tronchiamo questo discorso. Ci sono

delle cose che offendono tanto l’amor proprio di una donna, da

essere impossibile persino il parlarne. Mi vuoi bene ancora.... —

S’interruppe, poi con accento di dolorosa ironia domandò: — Come a una

sorella?

Federigo non rispose.

— Io ti annoio, — riprese con simulata giocondità Carolina, — ti

annoio, lo capisco, e mi dispiace che siamo andati col discorso

tanto lontano. A che giova? A farmi almeno sapere perchè, da chi fu

distrutta la mia felicità? No. È un anno che me lo domando inutilmente

e oramai non voglio più saperlo. Il mistero mi ha messo paura.... Ah!

Federigo.... tu hai sciupati crudelmente i più belli anni della mia

gioventù.

La signora Ripàri disse queste ultime parole con dolore così acerbo,

così profondo, che suo marito quasi scosso esclamò con voce piena di

lacrime:

— Oh! Carolina, Carolina, per carità, perdonami, perdonami. Se tu

sapessi quello che io soffro! Dio sa se ti vorrei felice e ti faccio

patire. Senti, vieni, vieni qui, accanto a me.

E poichè ella non si mosse, udii Federigo alzarsi e soggiungere:

— Non vuoi? Perchè non vuoi?... Oh! Carolina... Carolina....

— Federigo... — mormorò la signora Ripàri, con voce che pareva chiudere

in sè tutto il rimpianto del paradiso perduto, tutte le speranze della

terra promessa — Federigo....

A questo punto s’udì nel corridoio il Conte di San Vittore chiamare il

cameriere della locanda.

— Oh! no mai! mai! — gridò Federigo, e uscì rapido fuori della stanza.

L’atto, la fuga di Federigo mi diedero per un momento a pensare;

credei fosse un maniaco. M’affacciai sul corridoio; Federigo in piedi,

pallidissimo, non si accorse di me; parve titubare un momento, poi con

passo risoluto andò fino ad una delle estremità del corridore e picchiò

ad una porta.

— Avanti, — disse una voce dall’interno della stanza.

Era la voce del Conte.

Quando tornai nella mia camera non s’udiva più nella stanza di Carolina

che un cupo e lungo singhiozzo.

Chi non s’è trovato qualche volta a spiegare una sciarada e messosi

in testa che il _primo_ fosse di certo una data parola, non ha

sudato sangue per trovare un _secondo_ ed un _terzo_ che potessero

stargli accanto? Così per l’appunto successe a me. Ho esposto le mie

osservazioni rispetto a quanto era avvenuto durante e dopo il pranzo; e

poichè i personaggi dell’ultima scena erano gli stessi della prima, io

mi affaticava a dipanare il filo che doveva legare insieme la paura del

Conte, i patimenti di Carolina, le ire e le stravaganze di Federigo.

Feci le ipotesi più strambe: gelosie, rancori politici, odii ereditari,

tutto l’archivio dei vecchi drammi fu rovistato per trovare uno

scioglimento a questa nuova commedia e inutilmente.

Così almanaccando intorno alle cose vedute con la curiosità che si fa

tanto più forte, quanto meno prontamente si appaga, quella notte non

potei chiuder occhio. Sul far del giorno udii parlare e passeggiare

nella strada sotto le finestre. M’affacciai. L’aurora imbiancava le

cime dei monti, un vento leggiero passando traverso agli abeti, recava

fino a me gli acri e salubri profumi della montagna; una carrozza

coi cavalli attaccati e volti verso il monte stava innanzi alla porta

dell’albergo.

Poco dopo il Conte di San Vittore, avvolto in una pelliccia, il viso

quasi interamente nascosto in un’amplissima ciarpa, uscì nella strada,

montò nella carrozza e partì.

Non c’era più dubbio; il Conte fuggiva, dunque aveva paura.

Il sillogismo s’era compiuto allora nella mia testa, quando Paolo entrò

in camera.

— Oh! — dissi vedendolo. — Che c’è di nuovo?

— Che ti vengo a dire addio.

— Parti?

— Per Milano, fra un’ora.

— In che modo?

— Colle mie gambe fino a Faìdo; troverò facilmente una vettura

purchessia, che mi porti sino a Bellinzona; partendo stasera di là con

la diligenza arriverò domattina alle nove a Camerlata, alle undici a

Milano.

— E lì ti fermi?

— Vo a Firenze difilato.

— Ma non m’avevi detto che aspettavi una lettera?

Bussarono alla porta.

— Eccola — disse Paolo.

Difatti un cameriere della locanda entrò e consegnò a Paolo una lettera.

Paolo guardò lungamente la soprascritta; ruppe con mano quasi tremante

il sigillo, poi come se avesse voluto risparmiarsi una qualche

commozione: apri e leggi, soggiunse.

Guardai l’amico e non senza meraviglia m’accinsi ad obbedirlo. Aprii e

lessi:

“Fra dieci giorni a Bruxelles. Avvertite lo zio.

“SAN VITTORE.„

— Finalmente! — gridò Paolo, mentre un sorriso che manifestava una

contentezza profonda gli illuminò il viso. — Finalmente!

— Oh! sì, era tempo! — esclamai.

— Di che?

— Oh! bella — soggiunsi col furbo sorrisetto dell’uomo avvezzo. — Era

tempo che il Conte si ricordasse che quand’uno si chiama San Vittore

non può fare impunemente delle vigliaccherie.

— Il Conte è un gentiluomo, anzi, è un uomo di cuore....

— Ma si batte?

— Con chi?

— Col Ripàri.

— Non ci mancherebbe altro!...

— O dunque?

— Dunque.... oh! è una storia troppo lunga....

— T’accompagnerò e me la racconterai strada facendo.

— Perchè no? — soggiunse Paolo dopo un momento di pausa. — Ho bisogno

di essere espansivo oggi, nè potrei — conchiuse stringendomi la mano

— aprire l’animo mio più sicuramente che a te. È una storia d’amore

triste, mio caro, come tutte le storie d’amore che sono finite sopra la

terra....

. . . . . . .

Un’ora dopo Paolo ed io ci avviammo per la grande strada che da Airolo

conduce a Bellinzona; egli narrava, io ascoltava con religiosa, con

dolorosa attenzione la storia breve e vera che oggi racconto.

Intanto spuntava il sole; sui monti che poco prima apparivano allo

sguardo cupi ed informi, si distinguevano ora i sentieri cespugliosi,

i massi l’uno all’altro sovrapposti, le cascatelle, le grotte; e il

vento fresco della mattina, asolando intorno, portava sino a noi,

insieme con i vigorosi aromi del timo e della menta silvestre, il canto

degli uccelli, che per gli alberi della valle dicevano all’autunno un

malinconico addio.

Racconti(#75764) · 第 10 / 69 题