E fermo alle 5 e 40 minuti l’oriolo del salottino Pompadour rimase per
de’ mesi parecchi. Un giorno che la contessa Montani, credendo di far
bene stese la mano per rimetterlo, ebbe a mala pena aperto il cristallo
e già la marchesa le si precipitò addosso e le afferrò con tanta forza
il polso da lasciarle la lividura. E la contessa ne’ ritrovi serali
andava dicendo:
— A voi, andate a fare il bene; guardate qui come mi son ridotta per
rimettere l’oriolo a quella stravagante d’Adriana; — e mostrava agli
amici il cerchio paonazzo.
Intanto il marchese Gaudenzi stava in gran pensiero. Sua moglie non era
più quella di prima, la malinconia di lei s’era mutata addirittura in
tristezza. Non parlava quasi più, non usciva più, passava le giornate
intere a sfogliare degli atlanti. Suppose desiderasse e le propose
di viaggiare; al solo sentir parlare di viaggi la marchesa uscì in un
rifiuto così riciso com’egli non ne aveva mai avuti da lei, così aspro
da dimostrare mutata l’indole sua. Interrogò i medici; ma, nonostante
ella dimagrasse a vista d’occhio, i medici l’accertarono che per la
salute non c’era da temere; proposero le distrazioni; proposta sapiente
che al marchese parve quasi una canzonatura; licenziò i dottori e fece
venire di campagna il bambino. Neanche il piccolo Luca ebbe fortuna; la
madre a volte insofferente di capricci e di bizze lo voleva lontano da
sè, a volte lo teneva, con affettuoso pentimento, per ore ed ore sulle
ginocchia; e il buon marchese si lambiccava il cervello a indagare con
diligenza trepida le ragioni di quel mutamento, ma non veniva a capo di
nulla.
Un giorno la marchesa se ne stava seduta sulla solita poltrona presso
al camino; aveva sulle ginocchia una carta geografica e vicini a sè
aperti sopra una sedia un atlante e alcuni libri; e via via ora dava
un’occhiata a questo e a quel volume, ora tracciava sulla carta con
le dita profilate linee invisibili. Luchino scorazzava per la stanza
gridando e ogni tanto tornava con risate squillanti a scombuiare carte
e volumi. Più volte la marchesa s’era rassegnata a riordinarli; ma
Luchino aveva preso gusto al gioco e non c’era verso di farlo smettere
nè con preghiere nè con ammonimenti. Alla fine la marchesa gli domandò
in tono di rimprovero:
— Vuoi star buono, sì o no?
— No — rispose il bambino.
— E allora ti meno via. E s’alzò, e di peso se lo prese in collo e fece
per avviarsi alla porta.
Luchino, vedendo la minaccia prossima a verificarsi, strillò, si
divincolò; e Adriana, accostandolo allo specchio che stava sopra al
camino:
— Guarda come sei brutto quando sei cattivo.
Il bambino, mirando la propria imagine riflessa nella caminiera, stese
le braccia in avanti e sarebbe caduto, se la marchesa non lo avesse
stretto più forte: ma squilibrato piombò con le mani sull’oriolo e
lo scosse; quando le ritrasse s’udì il pendolo ricominciare il suono
isocrono e lieve.
La marchesa cacciò un grido, baciò e ribaciò il bambino e dette in un
pianto dirotto.
Il marchese tornando a pranzo scorse la traccia di quelle lacrime;
e impensierito più che mai domandò a sua moglie se non era possibile
di trovar fine a quelle tristezze; avrebbe data la vita per vederla
sorridere; chiedesse. N’ebbe in risposta:
— Fa’ mutar la mobilia del salottino.
Credè di sognare, ma non mise tempo in mezzo ad appagare quel
desiderio. Sparirono i canapè dalle stoffe fiorite, la lumiera di
Murano, sparirono i candelabri e l’oriolo di porcellana di Sassonia,
e ad un tempo, se non sparì, si diradò l’afflizione d’Adriana. E il
marchese da quello, che fu de’ pochi casi notevoli della sua vita,
trasse questo ammaestramento: che le donne hanno tutte quante un ramo
di pazzia; tanto è vero che la sua, la quale certamente valeva più
delle altre, s’era tormentata e lo aveva tormentato un anno e più per
la mobilia d’un salottino.
_Monsummano, 1886._