V.

E fermo alle 5 e 40 minuti l’oriolo del salottino Pompadour rimase per

de’ mesi parecchi. Un giorno che la contessa Montani, credendo di far

bene stese la mano per rimetterlo, ebbe a mala pena aperto il cristallo

e già la marchesa le si precipitò addosso e le afferrò con tanta forza

il polso da lasciarle la lividura. E la contessa ne’ ritrovi serali

andava dicendo:

— A voi, andate a fare il bene; guardate qui come mi son ridotta per

rimettere l’oriolo a quella stravagante d’Adriana; — e mostrava agli

amici il cerchio paonazzo.

Intanto il marchese Gaudenzi stava in gran pensiero. Sua moglie non era

più quella di prima, la malinconia di lei s’era mutata addirittura in

tristezza. Non parlava quasi più, non usciva più, passava le giornate

intere a sfogliare degli atlanti. Suppose desiderasse e le propose

di viaggiare; al solo sentir parlare di viaggi la marchesa uscì in un

rifiuto così riciso com’egli non ne aveva mai avuti da lei, così aspro

da dimostrare mutata l’indole sua. Interrogò i medici; ma, nonostante

ella dimagrasse a vista d’occhio, i medici l’accertarono che per la

salute non c’era da temere; proposero le distrazioni; proposta sapiente

che al marchese parve quasi una canzonatura; licenziò i dottori e fece

venire di campagna il bambino. Neanche il piccolo Luca ebbe fortuna; la

madre a volte insofferente di capricci e di bizze lo voleva lontano da

sè, a volte lo teneva, con affettuoso pentimento, per ore ed ore sulle

ginocchia; e il buon marchese si lambiccava il cervello a indagare con

diligenza trepida le ragioni di quel mutamento, ma non veniva a capo di

nulla.

Un giorno la marchesa se ne stava seduta sulla solita poltrona presso

al camino; aveva sulle ginocchia una carta geografica e vicini a sè

aperti sopra una sedia un atlante e alcuni libri; e via via ora dava

un’occhiata a questo e a quel volume, ora tracciava sulla carta con

le dita profilate linee invisibili. Luchino scorazzava per la stanza

gridando e ogni tanto tornava con risate squillanti a scombuiare carte

e volumi. Più volte la marchesa s’era rassegnata a riordinarli; ma

Luchino aveva preso gusto al gioco e non c’era verso di farlo smettere

nè con preghiere nè con ammonimenti. Alla fine la marchesa gli domandò

in tono di rimprovero:

— Vuoi star buono, sì o no?

— No — rispose il bambino.

— E allora ti meno via. E s’alzò, e di peso se lo prese in collo e fece

per avviarsi alla porta.

Luchino, vedendo la minaccia prossima a verificarsi, strillò, si

divincolò; e Adriana, accostandolo allo specchio che stava sopra al

camino:

— Guarda come sei brutto quando sei cattivo.

Il bambino, mirando la propria imagine riflessa nella caminiera, stese

le braccia in avanti e sarebbe caduto, se la marchesa non lo avesse

stretto più forte: ma squilibrato piombò con le mani sull’oriolo e

lo scosse; quando le ritrasse s’udì il pendolo ricominciare il suono

isocrono e lieve.

La marchesa cacciò un grido, baciò e ribaciò il bambino e dette in un

pianto dirotto.

Il marchese tornando a pranzo scorse la traccia di quelle lacrime;

e impensierito più che mai domandò a sua moglie se non era possibile

di trovar fine a quelle tristezze; avrebbe data la vita per vederla

sorridere; chiedesse. N’ebbe in risposta:

— Fa’ mutar la mobilia del salottino.

Credè di sognare, ma non mise tempo in mezzo ad appagare quel

desiderio. Sparirono i canapè dalle stoffe fiorite, la lumiera di

Murano, sparirono i candelabri e l’oriolo di porcellana di Sassonia,

e ad un tempo, se non sparì, si diradò l’afflizione d’Adriana. E il

marchese da quello, che fu de’ pochi casi notevoli della sua vita,

trasse questo ammaestramento: che le donne hanno tutte quante un ramo

di pazzia; tanto è vero che la sua, la quale certamente valeva più

delle altre, s’era tormentata e lo aveva tormentato un anno e più per

la mobilia d’un salottino.

_Monsummano, 1886._

Racconti(#75764) · 第 8 / 69 题