IV.

Quell’istesso giorno di marzo all’ora medesima in cui la contessa

Montani scriveva, la marchesa Adriana se ne stava sola nel suo

salottino _pompadour_; stanza che non le piaceva, ma che entrando

sposa nel palazzo Gaudenzi volle lasciata tal quale, perchè la madre

del marchese l’aveva arredata a quel modo negli ultimi anni della vita

ed ella temeva, mutandola, di far dispiacere al marito. L’oriolo di

porcellana di Sassonia posto sull’architrave del camino innanzi allo

specchio, fra due candelabri di vecchia Sassonia essi pure, segnava

le quattro e trentasette minuti. Pioveva a dirotto. La marchesa aveva

più volte percorso il breve spazio onde il camino era separato dalla

finestra che dava sull’Arno; ora appoggiata la fronte a’ cristalli

pareva seguire col guardo le nebbie che a mano a mano velavano il colle

di Montoliveto, ora ritornava a sedere sulla poltrona ad attizzare con

le molle la legna ardente nel caminetto. Compieva un di que’ brevi e

frequenti tragitti quando il cameriere entrò.

— Il signor avvocato Sismondi domanda se la signora marchesa può

riceverlo.

La marchesa si fermò e guardò fissa il servitore senza rispondere.

Quegli credendo leggere nell’occhiata un rimprovero:

— Gli ho già detto — soggiunse — che la signora riceveva il mercoledì,

ma....

— Passi.

E si sedè sulla poltrona accanto al camino.

— Lei mi perdona, non è vero, marchesa — disse entrando il Sismondi —

d’avere insistito? Ma desideravo tanto di vederla prima di partire.

— Dunque è vero? — domandò la marchesa stendendogli la mano.

— È vero.

Gli accennò la poltrona dirimpetto, poi:

— E quando parte?

— Domattina forse, domani sera al più tardi.

— E va al Madagascar?

— Neanche per sogno. Chi glielo ha detto?

— Mio padre che pranzò qui ieri sera e che l’aveva sentito dire non mi

ricordo da chi.

— Non ho potuto nascondere i preparativi del viaggio e ognuno s’è

voluto levar la curiosità di sapere dove andavo. Ad alcuni ho detto:

vo nel Madagascar, ad altri: a Nizza. Ieri sera dalla Sangiacomo

dove speravo di trovarla ho annunziato la mia partenza per Londra; e

al Torriani che è venuto stamani di levata a casa mia per prendere

informazioni, ho confidato in gran segretezza che m’imbarco per le

Isole Filippine. A lei, e a lei sola dico la verità. Vo ad Amburgo,

dove stanno preparando una spedizione per il polo Nord; ho chiesto e

ottenuto di farne parte.

— E come mai le è venuto ad un tratto questo entusiasmo per la scoperta

del mare libero?

— Ma!... È nato dal desiderio di fare qualcosa.

— E c’è bisogno per questo di andare al polo?

— Che vuole che faccia a Firenze?

— È avvocato, perchè non esercita? Vogliono farlo deputato, perchè non

accetta?

— No, marchesa, l’esercizio dell’avvocatura non è per me. Ho paura

della dialettica. Quando la si adopera per professione, quando si

mette l’amor proprio e il proprio interesse nel vincere ogni giorno la

dialettica d’un oppositore, una volta su dieci si rintraccia la verità,

le altre nove si persuade sè e gli altri della verità di un sofisma. E

questo non mi va.

— E allora accetti la candidatura.

— Peggio che mai. Nella politica una cosa è buona se la fa il tale, è

cattiva se la fa il tal altro. E poi sono troppo orgoglioso o troppo

modesto. Non sente? In tutti i paesi d’Europa lamentano la mediocrità

degli uomini politici, e hanno ragione; ma la maggior parte di quelli

uomini valevano assai più, prima di entrare ne’ parlamenti. Chi si

caccia nella folla rinunzia a far parte da sè stesso; e nelle assemblee

quel che uno può avere in sè di singolare, di rilevante, bisogna

rassegnarsi o a perderlo o a nasconderlo. Poi, non ho i requisiti

necessari.... Non sono capace nè di rancori implacabili, per esempio,

nè di egoismi profondi. Non ho nemmeno ambizione, o, per lo meno,

non ho la smania di comandare. Per quanto.... se è davvero la smania

del comandare quella che muove gli uomini politici, i più, creda,

la scontano. Ne conosco parecchi; per comandare a un sindaco o a un

medico condotto obbediscono tutti i giorni alla forza del numero,

piegano il capo innanzi agli ordini di uomini che sentono minori di

sè, sono costretti ogni giorno a battagliare contro l’intelligenza e la

coscienza.... No, no; non son fatto per quel mestiere.

— Tutte bellissime cose; ma, insomma, per non andare al tribunale o a

Montecitorio non c’è bisogno di andare al polo.

— Dunque, mi consiglia di restare a Firenze?

— Non ha bisogno de’ consigli miei; dico mi par singolare che un uomo

che come lei ha cento ragioni per esser felice a Firenze....

— Non dica di queste cose, marchesa. Non si è mai felici per cento

ragioni; sempre per una sola. E poi, felice.... Si fa presto a

dirlo.... E lei è felice?

— Io? Che c’entro io?

— Ma sì; se non ha raggiunto la felicità lei che la merita tanto,

nessuno ha diritto di ottenerla.

— Senta, Sismondi, se ha dei madrigali belli e fatti, è giusto che li

smaltisca per non portarli con sè al polo artico; ma se li deve fare

apposta, lasci correre; con me è fatica buttata.

— Scusi, non mi conosce da ieri; si ricordi ciò che le ho detto da

Lady Drummond, la prima volta che l’ho riveduta dopo tre anni. Avrò

molti difetti, ma sono incapace di una volgarità. Non fo madrigali pur

troppo; ho conosciuto in vita mia molte donne, nessuna....

S’interruppe con una lunga pausa; tanto lunga che la marchesa fu alla

fine obbligata a domandare:

— E così?

— Che vuole? Temo che mi accusi ancora di fare dei madrigali. Ma

insomma quel che è vero è vero. Ho conosciuto molte donne, nessuna che

abbia stimato tanto quanto lei, nessuna che mi sia parsa meritare la

devozione che sento per lei. Non vede? Do ad intendere a questo che

vado verso Gerusalemme, a quello che vado verso l’Egitto; solamente

a lei dico la verità tutta intera. Lascio alle altre dei biglietti

di visita per non avere occasione di vederle, da lei vengo quasi in

pellegrinaggio, poche ore prima di andarmene o quando non ho più da

vedere nessuno, perchè partirei anche più triste se non avessi ancora

nell’orecchio, partendo, l’eco della sua voce e nell’animo il ricordo

di una buona parola d’addio e di una stretta di mano.

La marchesa stese il braccio verso la parete, compresse col pollice il

bottone del campanello, poi, voltasi al cameriere che entrava:

— Portate il thè.

E dopo che ebbe non sorbito, come soleva, ma trangugiato il thè

tuttavia fumante, s’accostò alla finestra e:

— Anch’io dovrei andare a lasciare de’ biglietti di visita — disse — ma

fa un tempo così indiavolato.

— È la prima volta che il diavolo impone un’opera di misericordia. Ed

è davvero sa? un’opera caritatevole il permettermi di rimaner qui fino

all’ora del suo pranzo. Pensi, che starò molti anni senza vederla, se

pure la rivedrò.

— Resti pure, — rispose sorridendo la marchesa, rimettendosi a sedere —

ma non dica di coteste cose. Sta bene che va in capo al mondo, ma anche

una spedizione al polo....

— Oh! la spedizione non durerà più di un anno o diciotto mesi, credo;

ma è molto difficile ch’io ritorni a Firenze.

— Ma che cosa le ha fatto, Dio mio, questo povero paese che in fondo

è il paese suo, dove è nato, dove è cresciuto, dove non le mancano di

certo gli amici?

— Il paese non mi ha fatto nulla; ma io ho fatto qui tutti gli

spropositi che hanno sciupato la mia vita... e sebbene fossero

spropositi necessari....

— Mi dà della pedante se le dico che secondo me gli spropositi non sono

mai necessari?

— Della pedante no, il cielo me ne guardi; ma non credo che sia

competente a giudicare di certi fatti e di certi sentimenti....

La Marchesa scrollò il capo in segno d’incredulità. Il Sismondi riprese:

— Stia a sentire. Fino da ragazzo ebbi la smania de’ viaggi; volevo

fare il marinaro; mi sentivo addirittura portato a quella professione

che ci avvicina alla natura e ci tiene per lunghi tratti lontani dal

mondo.... Non faccio il misantropo, sa? Non odio nè disprezzo il

prossimo, ma non sono quel che si dice un uomo di società.... Mio

padre, avvocato insigne, si cacciò in testa di far fare l’avvocato

anche a me. Era buono, ma ruvido e imperioso; mi rassegnai. Fu uno

sproposito. Sono diventato difatti inutile a me e agli altri; ma potevo

fare diversamente?

— Lascia dir me? O senta: suo padre io non l’ho conosciuto, ma, a

quello che me ne hanno detto, era un uomo di molta esperienza e le

voleva un gran bene. Può essere che il vedersi contrariato ne’ propri

desideri gli dispiacesse e che per un momento anche si adirasse della

disobbedienza. Ma alla fine se gli avesse aperto l’animo si sarebbe

arreso e col tempo avrebbe benedetta quella indocilità e goduto lui

per il primo dell’onore che si faceva il figliolo... perchè lei si

sarebbe fatto onore dicerto. Scusi, ma se crede di essersi rassegnato

per rispetto della volontà paterna, sbaglia; si adattò, pur di evitare

un colloquio poco piacevole e risparmiarsi un brutto quarto d’ora.

Devo dire il mio parere? Il suo non fu uno sproposito, fu un peccato...

già... non occorre che spalanchi gli occhi... fu un peccato d’accidia,

e i peccati poi non sono necessari davvero.

— Può darsi; a ogni modo non fu il primo l’errore più grave... Vuole

che prosegua?

— Io non voglio nulla, ma se le piace di seguitare, seguiti pure.

— Senta, dunque, ancora. Un altro desiderio di mio padre, l’ultimo

forse, fu ch’io mi ammogliassi. I figli unici, si sa, debbono prender

moglie. Un’altra stortura, perchè, secondo me — non rida — si nasce

maritati o celibi come si nasce poeti; e il matrimonio fa infelice

molta gente non perchè sia male assortito e quel tal uomo non sia

fatto per quella tal donna e viceversa, ma, il più delle volte,

perchè o l’uno o l’altro o tutti due non sono nati con le disposizioni

necessarie a quella specie di vita. Nel caso mio non era una stortura

quella di mio padre; io son nato marito. Intendo e ho lungamente

desiderato la intimità serena della casa e gli affetti che sanno

essere tranquilli perchè si sentono sicuri. Bisognava trovare. Cercai

e per un pezzo mi persuasi che io davo dietro all’impossibile. Che

vuole? L’educazione delle nostro ragazze è così falsa, così piena di

ipocrisie e di sottintesi, che il matrimonio diventa per un uomo l’atto

più audace della vita. Un uomo può mutare, una ragazza deve; ed io

cercavo una ragazza che non mutasse, che non stingesse, come diremmo

noi fiorentini... che avesse vinto i pregiudizi della educazione e,

guardato il mondo senza curiosità e senza paura, sapesse e, per così

dire, confessasse la realtà della vita. Non so nemmeno s’io mi spieghi.

— Oh! si spiega benissimo.

Il Sismondi tacque e socchiuse gli occhi sospirando, quasi il

proseguire gli fosse grave. La marchesa non vista volse sopra di lui

lo sguardo malinconicamente profondo; poi con voce che ognuno, tranne

il Sismondi, avrebbe agevolmente giudicata mal ferma, domandò: E...

dunque?...

— La trovai finalmente e le offrii dal fondo del cuore un affetto così

alto, così... Non è mica vero che si voglia bene una volta sola; ma

è vero che si prova nella vita un affetto, il quale sovrasta a tutti

gli altri e, anche dopo molti anni, si capisce, si sente che quello

fu l’unico affetto nostro veramente forte e sincero. Mi parve.... non

mi parve, era una donna come se ne trova di rado, e perduta quella

si dispera per sempre di rinvenire la seconda; ma di gran famiglia

e ricchissima; con la sua dote avrebbe potuto comprare tre volte il

mio modesto patrimonio. Non osai e fu un grande errore; ho lasciato

nella mia vita un _forse_, che mi tormenta come non le posso dire.

Se mi avesse risposto di no, le parrò strano, ma oggi mi sentirei più

tranquillo.

Il cielo s’era fatto più scuro, la pioggia cadeva a torrenti;

la marchesa, che volgeva le spalle alla finestra, avvolta oramai

nell’ombra soggiunse:

— Non fu un errore nemmeno questo, Sismondi, me lo lasci dire; fu una

doppia colpa d’orgoglio e di paura.

— Di paura?

— Di paura. Previde le malignità del mondo e non ebbe animo di

sfidarle; temè l’accusassero di qualche cosa d’abietto e non seppe

armarsi del disprezzo che è qualche volta una virtù. Non fu degno,

scusi, della donna che amava; perchè, dato che fosse veramente quale la

descrive, non avrebbe, lei, dubitato della nobiltà di cotesto affetto,

nè sospettati moventi che non fossero alti. Certe nature alle brutte

cose credono quando ne hanno la prova, ma imaginarle non sanno.

— Oh! ma se lei, marchesa, sapesse di chi si tratta!...

— Se fossi una civetta, figurerei di non saperlo per aspettare che me

lo dicesse.

— Lo sa? — mormorò il Sismondi.

— Come vuole che non lo sappia, via, se da due mesi cerca l’occasione

di dirmelo, se da mezz’ora non ha altro pensiero che di farmelo

intendere? Del rimanente lo so da tre anni.

— Da tre anni? — gridò l’altro trasecolato.

— Dal giorno della nostra gita a Sorrento. Quando fummo arrivati alla

spiaggia, lei mi aiutò a scendere e guardandomi fisso mi strinse la

mano. Che vuole che le dica? Non so perchè, ma non m’è mai venuto

in mente che qualcheduno potesse scherzare con me. Ho anch’io i miei

peccati di orgoglio. Aspettai. Quando dopo quindici giorni mi dissero

ch’era scomparso da Napoli a un tratto, capii, e l’accusai fin d’allora

di paura e d’orgoglio.

— Oh! mio Dio! mio Dio! — mormorò il Sismondi coprendosi con le mani la

faccia; poi, quasi un secondo di raccoglimento gli avesse infuso intimi

vigori, riprese concitato:

— Oh! se intese allora deve intendere anche oggi; deve intendere che

chi le ha voluto bene non può dimenticarla, che un affetto come questo

basta a sconvolgere tutta la vita di un uomo.... Oh! ma è inutile, non

so, non posso parlare... lei che indovina tutto indovinerà anche quello

che sento io.

La marchesa s’alzò e poggiato il braccio al davanzale del camino rimase

lungamente silenziosa, con gli occhi fissi ne’ tizzi che crepitavano e

mandavano nella stanza bagliori tremuli; poi:

— Dunque, parte domani?

— O domani, o mai.

— Domani.

Il Sismondi s’alzò. — Ebbi dunque ragione di non osare? — domandò; e

il tono della voce rivelò assai più che le parole l’amarezza dell’animo

suo.

— Ha detto di essere incapace di giudizi volgari.... Via, questa

conversazione non può seguitare, Sismondi. Del rimanente io non ho più

che una sola cosa da dirle, una cosa che nessuna legge divina o umana

può obbligarmi a tacere; ho il coraggio di dirla, ha lei il coraggio di

starla a sentire?

Il Sismondi non rispose, ma con gli occhi la supplicò che parlasse. Ed

ella, prese nelle proprie le mani di lui:

— Era scritto — disse — ch’io non dovessi amare mai. Un solo uomo m’è

parso degno del mio amore: lei.... credo che un solo uomo m’avrebbe

fatta interamente felice: lei: credo ch’io non ero capace di fare

interamente felice che un solo uomo: lei. Dio non volle, è inutile

ribellarsi ai decreti della Provvidenza.... E ora, addio; dicono che

sono originale e hanno ragione; difatti sono donna e il pericolo non mi

piace.

Lasciò le mani di Carlo e appoggiò le spalle al davanzale. Egli,

guardatala un momento, sussurrò: — Oh! Adriana, Adriana; — si mosse

verso di lei, si fermò: finalmente, quasi vinto nella esitanza estrema

da un impeto cieco, si slanciò e fece per accostare le labbra alle

labbra di lei. Ma la marchesa alzatasi in punta di piedi curvò indietro

la schiena e, stese le braccia in avanti, lo trattenne; poi con un

sorriso pieno di profonda malinconia:

— No, Carlo, mai. Per esser padrona del mio rammarico, debbo essere

padrona della mia volontà.

Il Sismondi la guardò ancora: coprì di baci rapidi la mano che Adriana

gli stendeva, e fuggì.

La marchesa nello sforzo per togliersi al bacio di Carlo aveva dato

con le spalle nell’oriolo di porcellana; il quale, per quell’urto

sufficiente a spostarlo non a farlo cadere, rimase in bilico; quando,

uscito il Sismondi, la marchesa si scostò dal camino, ripiombò al suo

posto: fermo bensì alle 5 e 40 minuti.

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