Quell’istesso giorno di marzo all’ora medesima in cui la contessa
Montani scriveva, la marchesa Adriana se ne stava sola nel suo
salottino _pompadour_; stanza che non le piaceva, ma che entrando
sposa nel palazzo Gaudenzi volle lasciata tal quale, perchè la madre
del marchese l’aveva arredata a quel modo negli ultimi anni della vita
ed ella temeva, mutandola, di far dispiacere al marito. L’oriolo di
porcellana di Sassonia posto sull’architrave del camino innanzi allo
specchio, fra due candelabri di vecchia Sassonia essi pure, segnava
le quattro e trentasette minuti. Pioveva a dirotto. La marchesa aveva
più volte percorso il breve spazio onde il camino era separato dalla
finestra che dava sull’Arno; ora appoggiata la fronte a’ cristalli
pareva seguire col guardo le nebbie che a mano a mano velavano il colle
di Montoliveto, ora ritornava a sedere sulla poltrona ad attizzare con
le molle la legna ardente nel caminetto. Compieva un di que’ brevi e
frequenti tragitti quando il cameriere entrò.
— Il signor avvocato Sismondi domanda se la signora marchesa può
riceverlo.
La marchesa si fermò e guardò fissa il servitore senza rispondere.
Quegli credendo leggere nell’occhiata un rimprovero:
— Gli ho già detto — soggiunse — che la signora riceveva il mercoledì,
ma....
— Passi.
E si sedè sulla poltrona accanto al camino.
— Lei mi perdona, non è vero, marchesa — disse entrando il Sismondi —
d’avere insistito? Ma desideravo tanto di vederla prima di partire.
— Dunque è vero? — domandò la marchesa stendendogli la mano.
— È vero.
Gli accennò la poltrona dirimpetto, poi:
— E quando parte?
— Domattina forse, domani sera al più tardi.
— E va al Madagascar?
— Neanche per sogno. Chi glielo ha detto?
— Mio padre che pranzò qui ieri sera e che l’aveva sentito dire non mi
ricordo da chi.
— Non ho potuto nascondere i preparativi del viaggio e ognuno s’è
voluto levar la curiosità di sapere dove andavo. Ad alcuni ho detto:
vo nel Madagascar, ad altri: a Nizza. Ieri sera dalla Sangiacomo
dove speravo di trovarla ho annunziato la mia partenza per Londra; e
al Torriani che è venuto stamani di levata a casa mia per prendere
informazioni, ho confidato in gran segretezza che m’imbarco per le
Isole Filippine. A lei, e a lei sola dico la verità. Vo ad Amburgo,
dove stanno preparando una spedizione per il polo Nord; ho chiesto e
ottenuto di farne parte.
— E come mai le è venuto ad un tratto questo entusiasmo per la scoperta
del mare libero?
— Ma!... È nato dal desiderio di fare qualcosa.
— E c’è bisogno per questo di andare al polo?
— Che vuole che faccia a Firenze?
— È avvocato, perchè non esercita? Vogliono farlo deputato, perchè non
accetta?
— No, marchesa, l’esercizio dell’avvocatura non è per me. Ho paura
della dialettica. Quando la si adopera per professione, quando si
mette l’amor proprio e il proprio interesse nel vincere ogni giorno la
dialettica d’un oppositore, una volta su dieci si rintraccia la verità,
le altre nove si persuade sè e gli altri della verità di un sofisma. E
questo non mi va.
— E allora accetti la candidatura.
— Peggio che mai. Nella politica una cosa è buona se la fa il tale, è
cattiva se la fa il tal altro. E poi sono troppo orgoglioso o troppo
modesto. Non sente? In tutti i paesi d’Europa lamentano la mediocrità
degli uomini politici, e hanno ragione; ma la maggior parte di quelli
uomini valevano assai più, prima di entrare ne’ parlamenti. Chi si
caccia nella folla rinunzia a far parte da sè stesso; e nelle assemblee
quel che uno può avere in sè di singolare, di rilevante, bisogna
rassegnarsi o a perderlo o a nasconderlo. Poi, non ho i requisiti
necessari.... Non sono capace nè di rancori implacabili, per esempio,
nè di egoismi profondi. Non ho nemmeno ambizione, o, per lo meno,
non ho la smania di comandare. Per quanto.... se è davvero la smania
del comandare quella che muove gli uomini politici, i più, creda,
la scontano. Ne conosco parecchi; per comandare a un sindaco o a un
medico condotto obbediscono tutti i giorni alla forza del numero,
piegano il capo innanzi agli ordini di uomini che sentono minori di
sè, sono costretti ogni giorno a battagliare contro l’intelligenza e la
coscienza.... No, no; non son fatto per quel mestiere.
— Tutte bellissime cose; ma, insomma, per non andare al tribunale o a
Montecitorio non c’è bisogno di andare al polo.
— Dunque, mi consiglia di restare a Firenze?
— Non ha bisogno de’ consigli miei; dico mi par singolare che un uomo
che come lei ha cento ragioni per esser felice a Firenze....
— Non dica di queste cose, marchesa. Non si è mai felici per cento
ragioni; sempre per una sola. E poi, felice.... Si fa presto a
dirlo.... E lei è felice?
— Io? Che c’entro io?
— Ma sì; se non ha raggiunto la felicità lei che la merita tanto,
nessuno ha diritto di ottenerla.
— Senta, Sismondi, se ha dei madrigali belli e fatti, è giusto che li
smaltisca per non portarli con sè al polo artico; ma se li deve fare
apposta, lasci correre; con me è fatica buttata.
— Scusi, non mi conosce da ieri; si ricordi ciò che le ho detto da
Lady Drummond, la prima volta che l’ho riveduta dopo tre anni. Avrò
molti difetti, ma sono incapace di una volgarità. Non fo madrigali pur
troppo; ho conosciuto in vita mia molte donne, nessuna....
S’interruppe con una lunga pausa; tanto lunga che la marchesa fu alla
fine obbligata a domandare:
— E così?
— Che vuole? Temo che mi accusi ancora di fare dei madrigali. Ma
insomma quel che è vero è vero. Ho conosciuto molte donne, nessuna che
abbia stimato tanto quanto lei, nessuna che mi sia parsa meritare la
devozione che sento per lei. Non vede? Do ad intendere a questo che
vado verso Gerusalemme, a quello che vado verso l’Egitto; solamente
a lei dico la verità tutta intera. Lascio alle altre dei biglietti
di visita per non avere occasione di vederle, da lei vengo quasi in
pellegrinaggio, poche ore prima di andarmene o quando non ho più da
vedere nessuno, perchè partirei anche più triste se non avessi ancora
nell’orecchio, partendo, l’eco della sua voce e nell’animo il ricordo
di una buona parola d’addio e di una stretta di mano.
La marchesa stese il braccio verso la parete, compresse col pollice il
bottone del campanello, poi, voltasi al cameriere che entrava:
— Portate il thè.
E dopo che ebbe non sorbito, come soleva, ma trangugiato il thè
tuttavia fumante, s’accostò alla finestra e:
— Anch’io dovrei andare a lasciare de’ biglietti di visita — disse — ma
fa un tempo così indiavolato.
— È la prima volta che il diavolo impone un’opera di misericordia. Ed
è davvero sa? un’opera caritatevole il permettermi di rimaner qui fino
all’ora del suo pranzo. Pensi, che starò molti anni senza vederla, se
pure la rivedrò.
— Resti pure, — rispose sorridendo la marchesa, rimettendosi a sedere —
ma non dica di coteste cose. Sta bene che va in capo al mondo, ma anche
una spedizione al polo....
— Oh! la spedizione non durerà più di un anno o diciotto mesi, credo;
ma è molto difficile ch’io ritorni a Firenze.
— Ma che cosa le ha fatto, Dio mio, questo povero paese che in fondo
è il paese suo, dove è nato, dove è cresciuto, dove non le mancano di
certo gli amici?
— Il paese non mi ha fatto nulla; ma io ho fatto qui tutti gli
spropositi che hanno sciupato la mia vita... e sebbene fossero
spropositi necessari....
— Mi dà della pedante se le dico che secondo me gli spropositi non sono
mai necessari?
— Della pedante no, il cielo me ne guardi; ma non credo che sia
competente a giudicare di certi fatti e di certi sentimenti....
La Marchesa scrollò il capo in segno d’incredulità. Il Sismondi riprese:
— Stia a sentire. Fino da ragazzo ebbi la smania de’ viaggi; volevo
fare il marinaro; mi sentivo addirittura portato a quella professione
che ci avvicina alla natura e ci tiene per lunghi tratti lontani dal
mondo.... Non faccio il misantropo, sa? Non odio nè disprezzo il
prossimo, ma non sono quel che si dice un uomo di società.... Mio
padre, avvocato insigne, si cacciò in testa di far fare l’avvocato
anche a me. Era buono, ma ruvido e imperioso; mi rassegnai. Fu uno
sproposito. Sono diventato difatti inutile a me e agli altri; ma potevo
fare diversamente?
— Lascia dir me? O senta: suo padre io non l’ho conosciuto, ma, a
quello che me ne hanno detto, era un uomo di molta esperienza e le
voleva un gran bene. Può essere che il vedersi contrariato ne’ propri
desideri gli dispiacesse e che per un momento anche si adirasse della
disobbedienza. Ma alla fine se gli avesse aperto l’animo si sarebbe
arreso e col tempo avrebbe benedetta quella indocilità e goduto lui
per il primo dell’onore che si faceva il figliolo... perchè lei si
sarebbe fatto onore dicerto. Scusi, ma se crede di essersi rassegnato
per rispetto della volontà paterna, sbaglia; si adattò, pur di evitare
un colloquio poco piacevole e risparmiarsi un brutto quarto d’ora.
Devo dire il mio parere? Il suo non fu uno sproposito, fu un peccato...
già... non occorre che spalanchi gli occhi... fu un peccato d’accidia,
e i peccati poi non sono necessari davvero.
— Può darsi; a ogni modo non fu il primo l’errore più grave... Vuole
che prosegua?
— Io non voglio nulla, ma se le piace di seguitare, seguiti pure.
— Senta, dunque, ancora. Un altro desiderio di mio padre, l’ultimo
forse, fu ch’io mi ammogliassi. I figli unici, si sa, debbono prender
moglie. Un’altra stortura, perchè, secondo me — non rida — si nasce
maritati o celibi come si nasce poeti; e il matrimonio fa infelice
molta gente non perchè sia male assortito e quel tal uomo non sia
fatto per quella tal donna e viceversa, ma, il più delle volte,
perchè o l’uno o l’altro o tutti due non sono nati con le disposizioni
necessarie a quella specie di vita. Nel caso mio non era una stortura
quella di mio padre; io son nato marito. Intendo e ho lungamente
desiderato la intimità serena della casa e gli affetti che sanno
essere tranquilli perchè si sentono sicuri. Bisognava trovare. Cercai
e per un pezzo mi persuasi che io davo dietro all’impossibile. Che
vuole? L’educazione delle nostro ragazze è così falsa, così piena di
ipocrisie e di sottintesi, che il matrimonio diventa per un uomo l’atto
più audace della vita. Un uomo può mutare, una ragazza deve; ed io
cercavo una ragazza che non mutasse, che non stingesse, come diremmo
noi fiorentini... che avesse vinto i pregiudizi della educazione e,
guardato il mondo senza curiosità e senza paura, sapesse e, per così
dire, confessasse la realtà della vita. Non so nemmeno s’io mi spieghi.
— Oh! si spiega benissimo.
Il Sismondi tacque e socchiuse gli occhi sospirando, quasi il
proseguire gli fosse grave. La marchesa non vista volse sopra di lui
lo sguardo malinconicamente profondo; poi con voce che ognuno, tranne
il Sismondi, avrebbe agevolmente giudicata mal ferma, domandò: E...
dunque?...
— La trovai finalmente e le offrii dal fondo del cuore un affetto così
alto, così... Non è mica vero che si voglia bene una volta sola; ma
è vero che si prova nella vita un affetto, il quale sovrasta a tutti
gli altri e, anche dopo molti anni, si capisce, si sente che quello
fu l’unico affetto nostro veramente forte e sincero. Mi parve.... non
mi parve, era una donna come se ne trova di rado, e perduta quella
si dispera per sempre di rinvenire la seconda; ma di gran famiglia
e ricchissima; con la sua dote avrebbe potuto comprare tre volte il
mio modesto patrimonio. Non osai e fu un grande errore; ho lasciato
nella mia vita un _forse_, che mi tormenta come non le posso dire.
Se mi avesse risposto di no, le parrò strano, ma oggi mi sentirei più
tranquillo.
Il cielo s’era fatto più scuro, la pioggia cadeva a torrenti;
la marchesa, che volgeva le spalle alla finestra, avvolta oramai
nell’ombra soggiunse:
— Non fu un errore nemmeno questo, Sismondi, me lo lasci dire; fu una
doppia colpa d’orgoglio e di paura.
— Di paura?
— Di paura. Previde le malignità del mondo e non ebbe animo di
sfidarle; temè l’accusassero di qualche cosa d’abietto e non seppe
armarsi del disprezzo che è qualche volta una virtù. Non fu degno,
scusi, della donna che amava; perchè, dato che fosse veramente quale la
descrive, non avrebbe, lei, dubitato della nobiltà di cotesto affetto,
nè sospettati moventi che non fossero alti. Certe nature alle brutte
cose credono quando ne hanno la prova, ma imaginarle non sanno.
— Oh! ma se lei, marchesa, sapesse di chi si tratta!...
— Se fossi una civetta, figurerei di non saperlo per aspettare che me
lo dicesse.
— Lo sa? — mormorò il Sismondi.
— Come vuole che non lo sappia, via, se da due mesi cerca l’occasione
di dirmelo, se da mezz’ora non ha altro pensiero che di farmelo
intendere? Del rimanente lo so da tre anni.
— Da tre anni? — gridò l’altro trasecolato.
— Dal giorno della nostra gita a Sorrento. Quando fummo arrivati alla
spiaggia, lei mi aiutò a scendere e guardandomi fisso mi strinse la
mano. Che vuole che le dica? Non so perchè, ma non m’è mai venuto
in mente che qualcheduno potesse scherzare con me. Ho anch’io i miei
peccati di orgoglio. Aspettai. Quando dopo quindici giorni mi dissero
ch’era scomparso da Napoli a un tratto, capii, e l’accusai fin d’allora
di paura e d’orgoglio.
— Oh! mio Dio! mio Dio! — mormorò il Sismondi coprendosi con le mani la
faccia; poi, quasi un secondo di raccoglimento gli avesse infuso intimi
vigori, riprese concitato:
— Oh! se intese allora deve intendere anche oggi; deve intendere che
chi le ha voluto bene non può dimenticarla, che un affetto come questo
basta a sconvolgere tutta la vita di un uomo.... Oh! ma è inutile, non
so, non posso parlare... lei che indovina tutto indovinerà anche quello
che sento io.
La marchesa s’alzò e poggiato il braccio al davanzale del camino rimase
lungamente silenziosa, con gli occhi fissi ne’ tizzi che crepitavano e
mandavano nella stanza bagliori tremuli; poi:
— Dunque, parte domani?
— O domani, o mai.
— Domani.
Il Sismondi s’alzò. — Ebbi dunque ragione di non osare? — domandò; e
il tono della voce rivelò assai più che le parole l’amarezza dell’animo
suo.
— Ha detto di essere incapace di giudizi volgari.... Via, questa
conversazione non può seguitare, Sismondi. Del rimanente io non ho più
che una sola cosa da dirle, una cosa che nessuna legge divina o umana
può obbligarmi a tacere; ho il coraggio di dirla, ha lei il coraggio di
starla a sentire?
Il Sismondi non rispose, ma con gli occhi la supplicò che parlasse. Ed
ella, prese nelle proprie le mani di lui:
— Era scritto — disse — ch’io non dovessi amare mai. Un solo uomo m’è
parso degno del mio amore: lei.... credo che un solo uomo m’avrebbe
fatta interamente felice: lei: credo ch’io non ero capace di fare
interamente felice che un solo uomo: lei. Dio non volle, è inutile
ribellarsi ai decreti della Provvidenza.... E ora, addio; dicono che
sono originale e hanno ragione; difatti sono donna e il pericolo non mi
piace.
Lasciò le mani di Carlo e appoggiò le spalle al davanzale. Egli,
guardatala un momento, sussurrò: — Oh! Adriana, Adriana; — si mosse
verso di lei, si fermò: finalmente, quasi vinto nella esitanza estrema
da un impeto cieco, si slanciò e fece per accostare le labbra alle
labbra di lei. Ma la marchesa alzatasi in punta di piedi curvò indietro
la schiena e, stese le braccia in avanti, lo trattenne; poi con un
sorriso pieno di profonda malinconia:
— No, Carlo, mai. Per esser padrona del mio rammarico, debbo essere
padrona della mia volontà.
Il Sismondi la guardò ancora: coprì di baci rapidi la mano che Adriana
gli stendeva, e fuggì.
La marchesa nello sforzo per togliersi al bacio di Carlo aveva dato
con le spalle nell’oriolo di porcellana; il quale, per quell’urto
sufficiente a spostarlo non a farlo cadere, rimase in bilico; quando,
uscito il Sismondi, la marchesa si scostò dal camino, ripiombò al suo
posto: fermo bensì alle 5 e 40 minuti.