_Il carattere della poesia milanese. — Poeti milanesi anteriori
e posteriori a Carlo Porta. — Il Belli, il Giusti e il Porta.
— Il dialetto del Porta e il dialetto milanese odierno. — Modo
di composizione del Porta. — Valore del Grossi quale poeta
dialettale. — Atroce visione risparmiata a Carlo Porta._
Il carattere predominante della poesia milanese è l'osservazione delle
cose esteriori, e una simpatica, lucida bonarietà nel considerarle. Il
carattere ambrosiano retto, onesto, senza finzioni, che non esclude la
finezza dei particolari nelle sintetiche, geniali, pronte impressioni,
si riflette nella sua poesia come i colli ammantati di verzura sui
laghi lombardi. Ma a mano a mano che la coscienza umana si sviluppa
e si affina sino a torturarsi, anche la poesia milanese si affina,
s'impietosisce. Il dialetto, che par creato allo sdegnoso comando,
emana un profumo di gentilezza che avvolge il dolore. E qual divario
dai diffusi incensi a' piedi dei potenti fortunati, alle carezze
pietose sugl'infelici percossi dalla sorte avversa, dalle ingiustizie
umane! Noi veniamo a trovarci, nei tempi più prossimi a noi, anzi ai
tempi nostri, alle effusioni del sentimento, e ne salutiamo maestri
Tommaso Grossi, Emilio De Marchi, Piero Preda. Il formidabile realismo
di Carlo Porta fa sembrare foglie di rose volanti una quantità di
poesie graziose perchè, ispirate dal vero, dalla realtà della vita,
come ne scrissero, per citare altri nomi, Antonio Picozzi, Giovanni
Ventura, Ferdinando Fontana, Angelo Trezzini e il Tenca.
Anche i versi milanesi, come quelli di tutte le letterature dialettali
che sgorgano dal vero, lontane dalle tradizioni auliche, non cantano,
parlano. Amabili discorsi, care favelle che ci fanno sentire la poesia
sacra, rimasta incolume fra tanti tumulti spesso odiosi, dei nostri
focolari, delle nostre famiglie adorate.
I quattro maggiori poeti milanesi si chiamano Carlo Maria Maggi,
Carlo Porta, Tommaso Grossi, Giovanni Raiberti; ma a tutti sovrasta
l'autore del _Marchionn_, per la creazione e vivezza dei caratteri,
per la ricchezza pittoresca del linguaggio, pei riflessi storici; ma,
fuori d'Italia, il Belli lo supera nell'assalto politico. Il romanesco
satirico menò in Roma, sotto gli occhi del papa, tali colpi al poter
temporale, da innalzarsi a poeta civile, al pari, in questo, con
l'autore dell'_Arnaldo da Brescia_, Giambattista Niccolini.
E poeta civile fu il Giusti, che nella satira adoperò, anch'egli, il
linguaggio còlto dalla bocca del popolo. Fu messo il Porta di fronte
al Giusti. E certo la _Vestizione_, che non ismarrì col tempo il colore
dell'attualità, bensì, al contrario, oggi lo ravviva con lo spettacolo
di certi arricchiti-decorati, è animata d'una tal vita ed evidenza,
che gareggia con quella dei bozzetti più mossi e più vivaci del grande
poeta milanese.
Il Manzoni chiamava il Giusti «il Porta toscano». E il Giusti, al
Grossi che ne lo ragguagliava: «Tutt'altro che avermi a male d'essere
messo accanto al Porta; anzi, beato se gli legassi le scarpe».
Dal Lomazzo, che scrisse particolarmente nel dialetto della valle di
Bregno (Lago Maggiore); dai sonetti di Fabio Varese, che sulla fine
del Cinquecento flagella sdegnato gli sciocchi insuperbiti, come
più tardi farà il Porta; dallo stesso innovatore Carlo Maria Maggi,
creatore di Meneghino, il quale, nelle proprie ingegnose commedie,
proclama principii democratici che meravigliano in un segretario
del retrivo Senato di Milano, anticipando la vindice democrazia del
Parini e del Porta; da Girolamo Corio, che con la _Istoriella d'on
fraa Cercott_ preludia il portiano _Fraa Condutt_; dal Tanzi; dal
verboso Balestrieri, creatore o rifacitore, che sia, dello spropositato
Sganzerlone; dal Pertusati; da tutti questi al nostro poeta, quale
progresso fa lo stile poetico milanese!
Il vernacolo, questo oggetto di vivacissime lotte nel 1760 fra il padre
Branda che lo disprezzava e cento altri, fra cui il Parini, che lo
difendevano a spada tratta, diventa, nelle mani del Porta, ricchissimo
come qualsiasi lingua illustre. Egli lo attinge, sull'esempio del
Maggi, dalla classe più umile, fra la quale serbasi genuino assai più
che fra le persone civili. Nel _Miserere_ avverte egli stesso (non
bisogna dimenticarlo) che la sua scuola è il mercato.
È inestimabile la dovizia di vocaboli efficaci, di frasi immaginose
nel Porta. Giuseppe Ferrari, in un esteso studio sulla letteratura
dialettale (_Revue des Deux Mondes_, 1839 e 40), nota che sotto la
penna del Porta il dialetto, già pesante e stentato, si fa vivo,
mordente, incisivo. Giuseppe Rovani, in uno studio somigliante,
inserito nelle _Tre Arti_ (vol. I, pagine 227-244), ricalca il giudizio
del filosofo concittadino, e ne traduce (facendola passare per propria)
questa giusta osservazione: «Nessuno meglio di lui ha saputo trar
partito da certi vocaboli in cui sono consegnate, come a dire, le
tradizioni di paese e certe intraducibili gradazioni, che pur sono una
così gran parte del nostro dialetto, e in generale di tutti i dialetti
del mondo».
Non pochi vocaboli, usati dal Porta, oggi non si usano più. Alcuni
sono tuttora rilegati nel volgo, il quale non se li lascia rapire
dall'uso dominatore, che a poco a poco italianizza tutto il dialetto
e, col pretesto d'incivilirlo, lo snatura. Nel Porta troviamo modi
che vivono nella Brianza, e ignoti in città. Nemmeno al suo tempo
tutti i modi usati da lui s'intendevano dalla società civile, appunto
perchè propri del ceto inferiore. Chi più del Cherubini appassionato
studioso del dialetto milanese? Ed era contemporaneo al poeta, e
editore delle sue poesie. Eppure, registrando nel proprio vocabolario
milanese qualche modo portiano, per lui nuovo, si esprime così: «Credo
che Carlo Porta abbia voluto dire con questo....». Crede; non n'è ben
sicuro. Ma v'ha di più: il poeta stesso sapeva che tutta la lingua da
lui usata non poteva essere compresa dagli stessi Milanesi, giacchè,
ricopiando i propri versi, cominciò con ordine a spiegare le voci
proprie dell'oscuro volgo che aveva adoperate, e che col succedersi
degli avvenimenti cittadini, col mutarsi de' costumi avevano perduto
significato. Lo stesso aveva fatto il Balestrieri postillando la sua
versione del poema del Tasso. In una novella il Porta adopera, ad
esempio, la voce _ratton_: in linguaggio scherzevole significava laico
converso, e anche, secondo il Cherubini, fratacchione. Ed egli nota:
«Voce caduta con la soppressione degli ordini religiosi».