_Uno strano giudizio di Alessandro Manzoni. — La _Prineide_ di
Tommaso Grossi. — È attribuita al Porta. — Ire furibonde di
questo e pubbliche dichiarazioni. — Nobile tratto del Grossi. — La
tragicommedia _Giovanni Maria Visconti_ scritta insieme dal Porta
e dal Grossi. — Esame del manoscritto. — Giudizio di Carlo Tenca.
— Giuseppe Verdi s'ispirò a un effetto scenico di quel dramma._
È strano che il Manzoni, così cauto e sereno giudice di fatti storici,
abbia potuto chiamare «saggia e pura» la rivoluzione dell'aprile 1814.
Al suo amico Carlo Fauriel, a Parigi, quattro giorni dopo l'eccidio
scellerato del Prina, osava scrivere queste testuali parole dalla città
dove il delitto era stato consumato:
Mon cousin vous racontera _la révolution_ qui s'est opérée chez
nous. Elle a été unanime, _et j'ose l'appeler sage et pure_,
quoiqu'elle ait été malheureusement souillée par un meurtre, car
il est sûr que ceux qui ont fait la révolution (et c'est la plus
grande et la meilleure partie de la ville) n'y ont point trempé:
rien n'est plus éloigné de leur caractère. Ce sont des gens qui
ont profité du mouvement populaire, pour le tourner contre un homme
chargé de la haine publique, le Ministre des finances, qu'ils ont
massacré, malgré les efforts que beaucoup de personnes ont fait
pour le leur arracher.
Vous savez d'ailleurs que le peuple est partout un bon jury et
un mauvais tribunal; malgré cela, vous pouvez croire que tous les
honnêtes gens ont été navrés de cette circonstance.[97]
Lette queste parole, abbiamo diritto di domandare: in quale mondo
viveva allora Alessandro Manzoni? Forse, chi sa?, egli volle presentare
a ogni costo, per affetto al _natìo loco_, sotto una luce benigna la
propria città nativa; forse voleva difendere gli antinapoleonici.
Si narrò che il Manzoni, dalle finestre della casa Imbonati, dove
si trovava (ora là s'erge il teatro Manzoni), aveva assistito
all'esecrabile assalto della folla omicida, e ne raccontava più tardi,
a' suoi intimi, pietosi particolari: è certo che l'urlo della folla
s'udiva nella casa materna del Manzoni in via Morone.[98]
Il Manzoni aveva partecipato alla levata di scudi contro il regime
napoleonico firmando, insieme con numerosi nobili milanesi, la
petizione per ottenere la convocazione dei Collegi elettorali. Egli non
aveva mai amato Napoleone!
Un giovane solo, inerme, povero, d'umile origine, senza protettori,
quasi senza eco, e ancora oscuro, osò rimproverare apertamente i
congiurati del delitto consumato sull'infelicissimo Prina; al quale
Milano doveva una riparazione allorchè, libera, poteva compierle tutte,
e la deve ancora. Quel giovane era ignoto, ma doveva divenire il poeta
delle tenere commozioni, degli affetti purissimi e gentili, delle
lacrime pie, del dolore.
Quel giovane era il più diletto amico di Carlo Porta, Tommaso Grossi;
e la sua arma, audace e solitaria, era una satira, la sola satira
politica ch'egli scrisse: _La Prineide_.
È in dialetto milanese e in sestine. Vi manca il nerbo, l'ironia
tagliente, percotitrice del Porta; eppure fu creduta opera del Porta
appena si diffuse per Milano. Non nerbo, no, ma sdegno, figlio di alta
pietà per lo strazio del misero martire dell'avidità napoleonica e
della scelleraggine d'un volgo bestiale; volgo bestiale anche quello
che, in quell'esecrabile 20 aprile, spiegava sotto la pioggia gli
ombrelli di seta e ne volgeva le punte contro la vittima designata
della più cieca delle passioni, quale è la passione politica. La
pittura dello stato miserando, nel quale fu ridotto dalla lunga tortura
per le vie di Milano, nel fango, il corpo del Prina, è commovente nelle
sestine milanesi del Grossi: si rabbrividisce.
Quel poemetto, dice il Cantù, «ebbe tutto il successo della proibizione
e del mistero». Si mossero indagini per iscoprire il colpevole: il
nuovo governatore austriaco, il manesco Saurau, infuriato, voleva
conoscerlo a ogni costo. E intanto Carlo Porta a stampare in propria
difesa un sonetto:
Gh'hoo miee, gh'hoo fiœu, sont impiegaa
Et _quidem_ anch a caregh del sovran,
«O che volete che io, impiegato, padre di famiglia, possidente,
e malaticcio per giunta, col padre pensionato dal Governo, vada a
pigliarla contro Sua Maestà, padrone del mio pane? Bell'onore fate al
mio ingegno credendolo capace di trascendere a simili bricconate! Non
mi aspettavo questo compenso: non mi credevo degno d'andare in galera!»
Così egli si querelava in quell'infelice sonetto.
Ah no! egli ignorava che la _Prineide_ fosse dell'amico Grossi.
Altrimenti non avrebbe offeso lui per difendere sè. Appena pubblicata
la suddetta difesa, gli capitarono, per la posta, tre sonetti milanesi
anonimi in cui, confermandolo autore della _Prineide_, era bistrattato
quale vigliacco. Furono diffusi; ma, dice il Porta in una sua nota
manoscritta, «non ebbero fortunatamente assai spaccio». Non reputando
bastante la prima difesa, ne bandì un'altra. Pare veramente un bando il
sonetto:
Carlo Porta, poetta ambrosïan.
No vorend vess credun per on baloss,[99]
Prima perchè a sto mond el gh'ha quaj coss
E pœù perchè el gh'ha minga el coo balzan,
El protesta e el dichiara a tutt Milan
Che tucc quij vers che gira e che dà adoss
A re, governa, prenzep e pess gross
No hin farina fada col sò gran.
«O cari anonimi amici», pregava; «non attribuitemi tutto ciò che
in versi milanesi va girando per la città». Ma inutilmente, chè,
dall'ombra, qualche malevolo gli lancia altre accuse, altri insulti.
«Ebbi lo sconforto», egli lasciò scritto in un libro autografo, «di
suscitarmi contro un malevolo, che, di mano in mano ch'io tentava
d'emergere dal naufragio, mi sommergeva di nuovo». E crede che sia uno
della combriccola anti-italica. «Chiunque sia», egli soggiunge, «è uno
sciocco sempre, in quanto a lettere».
Aveva cominciato un altro sonetto più energico (il frammento è alla
Biblioteca Ambrosiana) ove prorompe stizzito: «Vogliono capirla o no
questi dottoracci che blaterano su tutto e non sanno niente, che io non
sono un imbecille il quale venga alle prese coi re?»
Il Grossi non si tenne paurosamente nascosto. Non attese che
l'innocente fosse colpito; spontaneo si presentò al Saurau
confessandosi autore della _Prineide_. Eravamo ancora lontani dalle
sevizie del Ventuno. La dominazione austriaca era nella luna di miele;
facile quindi la clemenza. Il Saurau tenne due giorni prigioniero
il poeta esordiente; quindi lo licenziò ammonendolo di adoperare in
migliori usi l'ingegno.
Il Grossi fu costretto a distruggere parecchie carte, fra cui versi
del Porta, ch'egli giudicava compromettenti. Di ciò diceva all'amico
in una lettera: «.... Mi scrivesti tante e sì belle cose, che serbava
come reliquie nel cuore del mio scrittoio, e che il diavolo mi fece
abbruciare in occasione delle mie note vicende (e ti assicuro che
vorrei piuttosto aver perduto un dente); basta.... riparerò per
l'avvenire a questa disgrazia!...»
Anche dopo il baccano della _Prineide_, quell'amicizia rimase
inalterata. Il Porta scriveva al Grossi: «Oh i begl'ingegni che siete
voialtri! Non v'è nulla che non vi riesca meraviglioso in verso e in
prosa, ancorchè fatta così su due piedi; e io scrivo a voialtri di
questa prosaccia. Addio, addio. Guardami il cuore. Questo viscere te
lo prometto migliore assai del cervello». E un'altra volta allo stesso
Grossi: «Ti voglio tutto il bene che vorrei alla più bella e brava
ragazza del mondo». E ancora: «Ti ammiro, ti guardo come si guarda il
sole».
I due amici lasciarono la prova più bella della loro concordia nella
collaborazione della comi-tragedia _Giovanni Maria Visconti duca di
Milano_, notevolissima nel Teatro italiano perchè si eleva da ogni
convenzione.
Al Porta era stato commesso «di scrivere un'azione drammatica da
rappresentarsi al teatro della Canobbiana, e, trovandosi stretto dal
tempo, chè la si doveva porre in iscena non più tardi di quindici
giorni dopo la sua promessa, propose a Tommaso Grossi di far questo
lavoro insieme».
Così nel proemio della comi-tragedia stampata. E si aggiunge che i
due collaboratori si unirono «a scegliere l'argomento, a stabilire
la disposizione degli atti e delle scene: si divisero fra loro
l'esecuzione, rivedendo poi insieme il complesso del lavoro, e
stendendo anche alcune scene in compagnia».
In pochi giorni l'opera fu compiuta; ma per «imprevedute circostanze»,
non fu rappresentata.
È il primo esempio in Italia di collaborazione teatrale a due. Sono
cinque atti. Il dialogo procede parte in italiano ampolloso, che
mirava «a far colpo», e parte in un pittoresco milanese campagnuolo,
sull'esempio della commedia _I conti d'Agliate_ (rappresentata nel
1785) del monaco olivetano Francesco Molina, autore d'un'altra commedia
di argomento patrio _La caccia de Barnabò Visconti_.
Silvio Pellico, nel _Conciliatore_ (pag. 470), eccitava con coraggiose
parole a trattare sul teatro drammi d'argomento patrio; e già sin dal
Settecento un monaco ne componeva.
Col _Giovanni Maria Visconti_, i due geniali autori rispondevano ai
concetti del Pellico.
L'azione si volge al tempo di Giovanni Maria Visconti, il crudelissimo
figlio di quello splendido Gian Galeazzo, che innalzò Milano e la rese
una città doviziosa, culta, illustre, potente. Giovanni Maria Visconti
ebbe la bravura di perdere, in un decennio (1402-1412) a una a una,
quasi tutte le città comprese nel vasto dominio visconteo, lasciatogli
dal padre.
I due autori rappresentano, a tinte cupe, un tiranno efferato. Come
mai certe frasi potevano piacere ai dominatori austriaci?... Si parla
subito di congiurati, fra i quali due fratelli Trivulzio, «caldi tutti
di patrio amor», e uno di loro esclama: «Povera patria nostra, in quali
mani caduta!» Un altro dice perfino: «Abbiamo deciso di strappare la
corona dal capo d'un usurpatore, d'un mostro, per riporla su quello dei
legittimi nostri sovrani».
La comi-tragedia fu vietata per molto tempo dai proconsoli d'Austria, e
si comprende perchè. «Questo dramma, che scostavasi dalle solite norme
convenzionali della scena, e che univa l'elemento tragico coll'elemento
popolare e grottesco, prima assai che Victor Hugo pensasse ad erigerlo
in teoria letteraria, non è forse che uno sbozzo, e risente della
precipitazione con cui fu scritto. Ma v'hanno in esso alcune scene
bellissime per vigoria d'affetto e per comica vena; e se nella mirabile
creazione di Biagio di Viggiuto, il buon pastricciano milanese, tutto
cuore e bontà, manesco e furbo alla sua maniera, si scorge la mano
maestra del Porta, coloritore insuperabile di caratteri; nei personaggi
dei due Trivulzio, di Luchino Del Maino e sopratutto in quella casta e
amorosa figura della Violante Pusterla, si ravvisa la fantasia mesta
e soave del Grossi che anche di mezzo alle tristizie di un'epoca
corrotta, sapeva trarre imagini belle e nobili».
Così un fine critico, Carlo Tenca, in quell'animoso _Crepuscolo_, che
fu il legittimo erede del _Conciliatore_.[100]
Il Tenca non potè vedere il manoscritto; ma se lo avesse veduto,
avrebbe trovato che il Grossi trattò anche qualche parte comi-tragica,
ad esempio tutto il principio del terzo atto, quando Biagio è
atterrito per aver visto divorare dai cani del Visconti un infelice,
condannato a quell'orribile fine. Ma appartiene al Porta il soliloquio
di Biagio nella sesta scena del primo atto. Par di sentir parlare
_Giovannin Bongee_ in quel dialogo che Biagio finge di sostenere con
Squarcia-Giovanni, confidente del duca.
La seconda scena del quarto atto si presenta a due piani. Il piano
superiore è una stanza da letto; l'inferiore è una prigione, dove
Violante Pusterla, amante e cugina di Luchino Del Maino, incatenata,
prega in ginocchio.
Ebbene: questa scena a due piani suggerì a Giuseppe Verdi l'ultima
tragica scena a due piani dell'_Aida_.