XX.

_Ingrossa la bufera d'odio contro Napoleone. — Il suo misero capro

espiatorio. — Complotti in favore d'un ritorno degli Austriaci.

— I partiti. — Le ultime ore del Regno italico. — Tumulti. — La

plebe armata. — L'atroce giornata del 20 aprile 1814 e il giovane

conte Federico Confalonieri. — L'orrendo martirio del ministro

Prina. — Un frate, Ugo Foscolo e un servo del Romagnosi. — Neppure

il sepolcro!... — Il generale austriaco Bellegarde e l'arciduca

Giovanni a Milano. — Fiera risposta di quest'ultimo. — Un sonetto

del Porta a questo proposito. — Ingresso di Francesco I d'Austria

a Milano. — Il brindisi del Porta. — Giudizio statario contro i

malandrini. — La carestia._

Eugenio ambiva la corona d'Italia. L'esercito, dimenticando le offese

di Russia, lo invitava a prenderla. Così egli si sarebbe promosso da

sè stesso.... Ma non lo volevano i più. Non era egli forse il figlio

adottivo dell'uomo fatale?... Non era egli di quella Francia che

ormai troppo, troppo pesava sull'Italia? E non proteggeva gl'impiegati

francesi sopra gl'italiani? E que' suoi modacci, quel suo sfacciato

corteggiare le dame che, invitate, andavano a Corte, e le sue borie?...

Ma lo volevano re alcuni senatori. Non i nobili e clero partitanti

dell'Austria: lo odiavano. Ma oggetto di maggior astio, d'odio, anzi,

generale, era il ministro delle finanze conte Giuseppe Prina, il quale,

per comando di Napoleone, sempre bisognoso di denaro per le sue guerre,

aveva imposto tasse gravi.

Il Prina sapeva dell'odio di cui era circondato e delle minaccie di

morte scritte sulle muraglie della sua casa; ma sarebbe stata una

fortuna per lui se, in tempo, lo avesse saputo anche il duca Melzi.

Questo vecchio infermo non usciva mai, non udiva tutte le voci

minacciose, non conosceva bene le fila della congiura, anzi delle

congiure, perchè erano due, contro Eugenio Beauharnais e contro il

Regno italico, il cui capro espiatorio doveva essere il misero Prina.

V'erano, infatti, i partigiani dell'Austria, la quale spiava tutte

le vie per ritornare dominatrice nella Lombardia, e v'erano quelli

che si chiamavano da sè «italici puri». Costoro volevano cacciare via

il vicerè Eugenio Beauharnais e i suoi, salvando, peraltro, il Regno

italico, sul cui trono volevano mettere.... chi?... non lo sapevano

nemmeno essi!...

Fin dagli ultimi mesi del 1813, i partigiani dell'Austria a Milano

avevano segrete corrispondenze col maresciallo Bellegarde, un savoiardo

al soldo degli Absburgo, e supremo comandante dell'esercito austriaco.

Intermediario degli occulti maneggi era un bolognese, il conte Filippo

Ghislieri. Questi era il vero caporione dei cospiratori austriacanti.

A Milano passava per il più velenoso nemico di Napoleone, del quale

voleva vendicarsi per una prigionia sofferta e per alcuni suoi beni

confiscati. Egli s'introdusse in molte case patrizie milanesi per

ispiarne le opinioni e per seminare odio. Più volte, con un coraggio

che poteva costargli la vita, si recò travestito al quartier generale

austriaco per intendersi col Bellegarde, accampato sull'Adige e

pronto ad entrare in Milano. Il suo più fervido adepto era il milanese

conte Alfonso Castiglioni (che per quarant'anni non volle vedere suo

fratello), e il braccio più saldo del Ghislieri era il conte Giuseppe

Gambarana, che aveva la passione dei foschi raggiri. Il Rosales, il

Mellerio, il consigliere Freganeschi ed altri ancora formavano il

nucleo principale dei congiurati, i quali dovevano cacciare dal cielo

lombardo l'aquila napoleonica per chiamarvi l'aquila austriaca.

L'altro partito, quello degl'«italici puri», era anch'esso composto

di nobili, fra i quali primeggiava il conte Federico Confalonieri,

l'orgogliosissimo, che fu poi condannato a morte dall'Austria, e,

graziato,.... alle catene dello Spielberg, sopportate con fierezza

sublime. Vi partecipava lo stesso podestà di Milano, il conte Antonio

Durini, della famiglia del cardinale cantato da Giuseppe Parini

in un'ode famosa. Ma vi facevano parte anche banchieri, mercanti,

impiegati, professionisti, fra i quali l'avvocato Traversa e sua

moglie. La scaltra Traversa seppe attirare nella propria casa parecchi

degli «italici puri» e anche gli austriaci; ma l'accordo generale

per disfarsi del vicerè, del Prina, degli altri ministri del servile

Senato, l'accordo per suscitare una sommossa popolare, fu stretto

in casa del consigliere Freganeschi, che sturava molte bottiglie per

accendere forse meglio i sangui.

E il vicerè Eugenio si trovava, intanto, a Mantova, dove aspettava un

parto della viceregina, e gli eventi.

Gli austriacanti furono lieti di cominciare l'agitazione.... con le

loro firme. Accordarono le loro firme ad una protesta degli «italici»

contro il Senato, al quale portarono un primo colpo violento,

domandandogli la immediata convocazione dei _collegi elettorali_,

dimostrando così di non fidarsi di esso. La protesta portava per primo

il nome del generale napoleonico Domenico Pino, cui si attribuiva la

smania di essere eletto lui a re del nuovo Regno italico.

Il Senato era stato convocato il 17 aprile, perchè il suo presidente,

il retto Antonio Veneri di Reggio Emilia, doveva leggere un «messaggio»

del duca Melzi. Messaggio recante una proposta che tornava improvvisa,

nuova per tutti. Il Melzi proponeva al Senato la nomina d'una

deputazione senatoriale presso l'imperatore d'Austria, Francesco

I. Sua Maestà fosse supplicata di riconoscere da' propri alleati

l'indipendenza del Regno italico con un re libero, e che questo

re legittimo fosse riconosciuto in Eugenio. Ben strana proposta!

L'imperatore austriaco, infatti, mai avrebbe rinunziato al riacquisto

della Lombardia; mai avrebbe protetto il figlio adottivo del suo più

odiato nemico. Il principe di Metternich, che gli era a lato, non

pensava altrimenti.

I senatori rimasero stupefatti: si guardarono l'un l'altro. Chiesero

più volte la lettura del messaggio.... Il senatore Diego Guicciardi,

che non aveva buon sangue col Melzi, contestò la facoltà del duca di

convocare in seduta straordinaria il Senato; gli contestò il diritto di

presentare quella proposta e di parlare in nome dello Stato. E invece

quei diritti il Melzi li aveva. Napoleone, con decreto di vecchia data,

gli conferiva autorità di radunare il Senato, e ampi poteri in assenza

del vicerè.

Il ministro conte Prina si alzò. Il morituro propose un nuovo articolo

sul «diritto eventuale acquistato dal vicerè alla Corona d'Italia in

forza della costituzione». Ma il Guicciardi dimostrò non essere lecito

mettere in campo un diritto eventuale, finchè non fosse escluso il

diritto positivo. E alludeva al figlio di Napoleone, nato a Roma il 20

marzo 1811 e perciò chiamato il «re di Roma» (infelice re!); Napoleone

lo ebbe dall'arciduchessa d'Austria Maria Luisa, sposata dopo aver

ripudiata la povera infeconda Giuseppina, già amata tanto e abbandonata

all'avvilimento e alle lagrime.

Il senatore Massari redarguì con forza il Prina: «Perchè parlate voi in

nome della nazione? Il Senato non può esprimere che il proprio voto»!

Era tardi. I senatori si dichiaravano stanchi. Si venne a una votazione

notturna, tumultuosa. Si mandasse pure la Deputazione.

Gli «italici» non ne erano contenti, e dovettero unirsi agli

«austriaci» anco nell'agitazione torbida della plebe, che i caporioni

avevano già bell'e preparata facendo venire dal Pavese e dal Novarese

uomini pronti ad ogni eccesso: sicari assoldati.

Spuntò la mattina del tragico 20 aprile 1814.

Il presidente del Senato, Veneri, visto il minaccioso fermento, lo

aveva convocato per leggere un indirizzo chiedente il richiamo dei

deputati, ch'erano due: l'austriacante valtellinese Diego Guicciardi,

rotto nei maneggi e intrighi politici ed esuberante in tutto (aveva

quattordici figli), cancelliere del Senato, e il senatore Luigi

Castiglioni dotto botanico.

Il cielo era fosco. Pioveva. Davanti al palazzo del Senato vi erano

giovani nobili fermi sotto gli ombrelli, e uomini plebei dall'aria

truce, e ceffi da galera, e popolani, e persino alcune dame di Corte

avide d'assistere a qualche scena nuova pei loro occhi sazi di feste

comuni. A mano a mano che arrivavano le carrozze dei senatori, questi

erano applauditi o fischiati, secondo le loro tendenze. Un giovane,

distinto fra tutti, dava alla plebaglia il segnale dei fischi o degli

applausi: era il conte Federico Confalonieri. Nella sala del Senato,

il presidente Veneri lesse l'indirizzo. Mentre egli legge, entra un

araldo. «Gli ufficiali della guardia civica (egli dice) chiedono ad

alta voce di voler difendere il Senato». Il conte Carlo Verri (fratello

del grande Pietro e d'Alessandro, autore delle declamatorie _Notti

romane_) scende le scale e fa un discorso pacificatore. Silenzio.

Ma la scena, d'un tratto, cambia. La turba è ingrossata, urla, invade

il portico del palazzo. Il conte Verri agita un fazzoletto bianco,

perchè, in quel frastuono, parlare è impossibile. Scorge il conte

Confalonieri e lo chiama ad alta voce. Il Confalonieri ottiene un

po' di silenzio, ma il tumulto aumenta, e si grida: _«Non vogliamo

il vicerè e il Senato suo adulatore! Vogliamo che si richiami la

Deputazione del Senato! Vogliamo l'immediata convocazione dei Collegi

elettorali!»_

I senatori sono spaventati. Scrivono subito su numerosi pezzi di carta:

«Il Senato richiama la Deputazione, riunisce i Collegi elettorali»,

e la seduta è tolta. E i pezzi di carta sono gettati alla folla,

che ingrossa ancor più e urla ancor più. Non è un subbuglio; è una

rivoluzione. I senatori scendono sfilando pallidi, più morti che vivi.

Al conte Verri un uomo alto dice: «Ora vogliamo il Prina». — «Non

c'è!» risponde il Verri. — «Ma io l'ho visto entrare». — «No, non

c'è» (aveva scambiato il Veneri per il Prina). Partiti i senatori tra

fischi assordanti e urli, la plebaglia salì a saccheggiare il palazzo.

Il ritratto di Napoleone, dipinto da Andrea Appiani con le insegne

sovrane, fu lanciato dal balcone sulla strada. Tavole, poltrone, usci,

specchi, stufe, persiane, libri, carte, calamai, tutto fu strappato,

rovesciato e buttato dal balcone, dalle finestre.

Gl'«italici» potevano per tanto chiamarsi contenti; ma gli «austriaci»

volevano un tumulto maggiore, una scena di violenza più terribile,

per chiamare il maresciallo Bellegarde a ristabilire l'ordine.... e il

resto.

Ora l'atroce folla si muove e va, va, va. Si comprende che corre a

cercare una vittima umana. Si volge per andare verso la dimora del

Melzi. Una voce lancia un nome: _Prina! _

È un muggito; e la masnada nera, compatta allora cambia strada e

s'avvia all'angusta piazza di San Fedele, dove, massiccia, austera,

con un giardino pensile sul tetto, sorge la casa del Prina; quella

casa, nella quale le esaltate fantasie popolari hanno creduto che

fossero celati immensi tesori, accumulati dalla insaziabile rapacità

del ministro delle finanze per suo uso e piacere. Quella casa, per

cancellare una vergognosa memoria, verrà poi demolita.

Il ministro Prina non è fuggito. È in casa. L'abate Prina, suo cugino,

lo prega, lo scongiura di mettersi in salvo: da Pavia, nella cui

Università insegna Diritto, egli è venuto apposta per condurlo via

con sè; ha una carrozza pronta a porta Ticinese: «Faccia presto, per

carità». Il parroco dell'attigua chiesa di San Fedele gli offre il

«sotterraneo» della chiesa qual sicuro rifugio.... «Bisogna fuggire,

presto!» La moltitudine s'avanza tumultuando; ed è già sera. Ma il

ministro Prina non si muove: non vuol fuggire, ed esclama (a quanto si

racconta): _I saria nen Piemonteis!_

In questo momento, le belve sono arrivate in piazza San Fedele;

ruggono, imprecano, gridano: _morte! morte!_, e incessanti colpi

rintronano: si sta abbattendo il portone chiuso del palazzo. L'abate

Prina, aiutato da servi, spinge il ministro in una stanzuccia

dell'ultimo piano e discende, sparisce. Qualcuno porge in fretta gli

abiti d'un prete, perchè il ministro si travesta. Ma il parroco di San

Fedele non potrebbe ora uscire col Santissimo Sacramento, come alcuni

pietosi lo scongiurano?... E non potrebbe ammansare, innalzando l'ostia

sacra, con le croci, questa folla di contadini, di manigoldi?...

Glielo dicono, sì; ma egli, don Del Maino, ha paura, e non lo fa. E Sua

Eccellenza il generale Pino non potrebbe mandare la truppa a disperdere

gli assassini?... Glielo dicono, sì; ma non lo fa. E il portone, ai

colpi tremendi dei muratori, dei fabbri, accenna a cedere....

L'aria intanto si è fatta scura.... E le furie ululanti hanno ora

accese torcie di bitume; e alla luce sinistra luccicano coltelli,

tridenti, falci; si scorgono corde e sacchi per rubare. E la pioggia

scende, scende.... Il portone, strappato dai gangheri, precipita

alfine, e la folla entra furibonda, sale, saccheggia, rompe, frantuma,

e cerca.... Un uomo, che all'abito appare di civile condizione, si

è cacciato fra la ciurmaglia, penetra con sicurezza nello studio

abbandonato dal ministro; qualcuno lo vede rompere la serratura dello

scrittoio, afferrare un fascio di carte, e scomparire.... È egli forse

l'avvocato Traversa?... Quelle carte sono titoli di credito?... Lo

dicono, lo ripetono, lo diranno; e lo diranno meglio quando si vedrà

quell'uomo vivere con la moglie fra stragrandi ricchezze improvvise.

I cavalli della scuderia, quelli sui quali il ministro cavalcava

impavido per le vie di Milano, vengono strappati e rubati. Le

argenterie scompaiono. Si rubano persino i vasi del giardino

pensile.... perchè i saccheggiatori sono arrivati fin là, al tetto; e

il ministro Prina, dal suo nascondiglio in alto, li deve ben sentire:

deve sentire le voci orrende di chi lo cerca, di chi lo vuole.... «Ma

dov'è? Dov'è?...» Un tristo, unitosi ai sicari, alfine lo scopre, e

grida trionfante: «È qui! è qui!...» Egli lo ha scoperto mentre il

ministro sta travestendosi da prete e ha infilata una calza nera.... I

sicari salgono, afferrano lo sventurato, lo trascinano giù per le scale

facendogli sbattere la testa sui gradini, e lo calano da una finestra

del piano terreno sulla strada; e allora quel misero corpo, già pesto,

è accerchiato fra oltraggi, è colpito con mazze, con ombrelli; è

coperto di sputi. Alcuni generosi, per salvarlo, fingono d'essere i più

accaniti di tutti, e lo tirano nell'interno della casa Imbonati; ma i

sicari lo vogliono loro, nelle loro unghie, e lo trascinano fra altri

colpi più spietati sulla via, sul fango. Col puntale d'un ombrello gli

è strappato un occhio. Un frate Orioli, che diventerà cardinale, il

cantante Galli dal suo balcone, il poeta Ugo Foscolo pregano, gridano,

impongono che si abbandoni la vittima. Invano! I generosi, fra i quali

un servo di Gian Domenico Romagnosi, con un supremo sforzo, riescono

a nascondere il Prina sotto un mucchio di assi d'un falegname, in

un cortile.... Ma gli assassini irrompono nella casa e, non trovando

il Prina, ammucchiano in fretta fascine su fascine per incendiarla.

Agli urli di «fuoco! e morte!» il Prina esce sanguinolento dal suo

nascondiglio; con un colpo di martello sulla faccia lo atterrano; lo

legano pei piedi sopra un asse, e lo trascinano per le vie della città:

la testa dell'infelice rimbalza sul selciato sconnesso delle strade; ed

è già notte nera; piove ora a dirotto; e il generale Pino ha terminato

appena d'arringare, con certe chiacchiere sue, certi mucchi di stupido

volgo attirato dal suo alto grado militare; e il fiacco podestà Antonio

Durini ha appena finito di far incollare sulle cantonate un pacifico

manifesto. Ma più si lacera quel misero corpo di martire, e più i

malvagi raddoppiano le torture. Ora lo trascinano davanti all'ufficio

del Demanio, l'ufficio della carta bollata istituita dal ministro; un

mascalzone gliene sbatte sul viso un foglio, glielo caccia in gola,

gridandogli: «Eccoti la tua carta bollata!» Altri, al lume delle torcie

lo denudano, e vogliono bruciarlo con l'acqua ragia; e, per questo,

minacciano di sfondare la porta d'una drogheria se non s'apre al loro

comando. Alla fine, un drappello di guardie civiche, con la baionetta

si scaglia sui carnefici, che fuggono. Il Prina è tratto nel cortile

del palazzo del Broletto; ma è deposto al buio, sotto una grondaia, la

cui acqua inonda quegli avanzi miserandi. E, nella notte, il cadavere

viene sepolto nel cimitero suburbano di Porta Comàsina, in un luogo

segreto, senza segno alcuno, perchè non si debba mai sapere dov'è

stata nascosta la vittima della scelleraggine, non si debba mai dargli

onorata sepoltura! Mai! Suo cugino, l'abate Prina, ha potuto salvarsi.

Non basta?

Il Regno italico, dopo nove anni di vita, cadde così: su un assassinio

infame. Quel Regno, illustrato da tanti alti ingegni civili, finì con

un delitto selvaggio. Gli successe una «reggenza» provvisoria, che

volle coprire di oblio i promotori, gli autori, i complici del delitto,

e lasciò impunemente, al domani del 20 aprile, diffondersi sozze stampe

e poesie in odio del Prina. Il maresciallo Bellegarde, il 28 aprile,

entrava in Milano a capo delle truppe austriache, per mettere la catena

ai polsi degli stolti illusi che lo avevano chiamato, sopra una via

insanguinata dal delitto.

Dopo l'eccidio miserando del ministro Prina, consumato da ribaldaglia

forese e da fautori dell'Austria, questi s'affrettarono, sì, a

supplicare il generale austriaco accampato sul Mincio di venire a

Milano a difenderli da quella stessa bordaglia sanguinaria che avevano

accozzata e aizzata al delitto. E il generale austriaco Bellegarde non

si fece supplicare due volte.

E venne poscia a Milano (nel maggio 1815), inviato dall'imperatore

Francesco I, il fratello di questo, l'arciduca Giovanni, per ricevere

il giuramento di fedeltà dei nuovi sudditi all'impero. Una guardia

d'onore d'ottanta giovani, a piedi e a cavallo, lo accolse. Te Deum nel

Duomo, luminarie, spettacolo al teatro alla Scala, con una inevitabile

cantata di Vincenzo Monti, rivolto ora verso i nuovi padroni; solenni

ricevimenti, pranzo e ballo di gala a corte.

Alcuni fanatici reazionari eccitano l'Arciduca a far cancellare nel

salone delle Cariatidi, a corte, gli affreschi di Andrea Appiani,

rappresentanti le geste militari di Napoleone; ma egli sa severamente

redarguirli. È questi l'arciduca del quale Carlo Porta tocca in un

sonetto caudato, che non si può riferire per la terribile volgarità

della chiusa. Il poeta finge che un nobile reazionario parli al

Principe, raccomandandogli i monumenti religiosi di Milano; e il

Principe gli risponde durissime parole, e lo fa tacere.

Bisogna notarlo: il ritorno del regno dei bacchettoni e degli Austriaci

bastonatori fu salutato dal Porta con versi ironici e dolorosi. Il

Porta vedeva rifiorire la reazione; vedeva ormai imporre alla sua città

il bigottismo, il silenzio. Gli Austriaci, che ritornavano chiamati

dai loro fautori nell'aprile del 1814, gli rammentavano le violenze

feroci dell'irruzione austro-russa che atterrì Milano nel 1799-1800

per tredici mesi, quando gli ufficiali austriaci facevano bastonare i

sindaci che non potevano eseguire i loro ordini. Egli prevedeva nuovi

avvilimenti dello spirito, nuove bastonature. Si ascolti:

Catolegh, apostolegh e roman,[85]

Gent che cred in del papa e in di convent,

Slarghev el cœur che l'è rivaa el moment,[86]

Hin chì i Todisch,[87] hin chì qui car Pattan.[88]

Adess sì che Milan l'è ben Milan:

Predegh, mess,[89] indulgenz, perdon a brent:[90]

Emm de andà in Paradis anca indorment,

Anca a no veghen vœuja meneman.[91]

E senza _meneman_ ch'el var nagott,[92]

Vœuja o no vœuja, tucc, no gh'è rason,[93]

Devem andà su tucc, o crud o cott;[94]

Chè n'han miss tucc[95] in stat de perfezion

Col digiun, col silenzi, col trann biott,[96]

E col beato _asperges_ del baston.

Terribile verso, quest'ultimo, rimasto proverbiale nella Lombardia per

le bastonature austriache, comandate nel 1848 dal Radetzky!

Eppure lo stesso Porta sciolse l'effervescente, sbrigliato _Brindes de

Meneghin all'ostaria_ per la venuta dei sovrani austriaci, chiamando

l'imperatore Francesco I: _Quel patron càregh ras de vertù_. Ma

Meneghino, come abbiam già detto, era brillo.

Il Béranger, nella canzone _Le violon brisè_, fa cantare un povero

suonatore di villaggio, il quale rifiuta di accompagnare col suono del

suo violino il ballo degl'invasori stranieri, e uno d'essi gli spezza

il violino.

Carlo Porta, in quel brindisi, non rassomigliava a quell'eroico

violinista.

L'imperatore d'Austria Francesco I entrò, di nuovo padrone assoluto, in

Milano l'ultimo del 1814. Nello stesso giorno, l'arco a Porta Ticinese,

eretto, su disegno del Cagnola, per rammentare la battaglia di Marengo,

venne dedicato _Alla pace dei popoli_.

Milano e la campagna viveano intanto nello sgomento. Molti i furti,

molte le aggressioni dei masnadieri moltiplicatisi: solito residuo

delle guerre. Il tribunale d'appello emanò nell'estate un editto, nel

quale, contro gli aggressori a mano armata, era attivato il giudizio

statario.

L'anno dopo cominciò un altro flagello: la carestia.

Carlo Porta e la sua Milano · 第 30 / 46 题