Passano i giorni. Egli è assiduo al lavoro; lavora da mane a sera, e
la moglie robusta e due figli lo aiutano sui campi, mentre l'unica
figlia disimpegna i lavori di casa. È troppo gracile per lavorare.
--Non diventerà una contadina a modo--dicono di spesso i genitori,
crollando il capo.
--Non lo vuole neppur diventare--rispondeva sorridendo la madre, la
quale conosceva il segreto della figlia e l'aveva approvato.
Lavorava, lavorava ma non valeva la pena di lavorare.
Le notizie che giungevano in paese erano così brutte; se ne
raccontavano tante della crudeltà degli spagnoli.
Qua essi avevano ammazzato una vacca, soltanto per mangiarne il
fegato; là erano penetrati in una casa ed avevano chiesto del vino; si
erano poi rifiutati di pagarlo, e il proprietario avendo insistito, lo
avevano legato, denudato e flagellato a sangue; avevano flagellato
pure la moglie, che era accorsa alla difesa del marito, rotto il fondo
delle botti e lasciato scorrer tutto il vino; si parlava di signorotti
che taglieggiavano i contadini; imponevano loro forti tasse; nel
villaggio vicino era scomparsa la figlia di un agricoltore, una
ragazza belloccia; nessuno sapeva dove fosse andata, ma la voce
generale diceva, che era stata rapita dal signorotto.
Questi racconti girano di bocca in bocca, venivano arricchiti di
sempre nuovi particolari, i quali lì rendevano sempre più crudeli, più
sanguinari, più truci; e tutti ci prestavano fede. Egli poi li
raccoglieva con avidità, li assaporava con una voluttà crudele; era
lieto di udirli, e ci credeva, abbenchè certe volte la ragione gli
suggerisse di non prestar fede a tutto, di fare una larga tara, di non
generalizzare. C'erano tra gli spagnoli dei cattivi, certamente, ma ce
n'erano anche dei buoni, dei santi. Ed i loro sovrani? Non si era
ritirato Carlo I[1] in un convento, per passare gli ultimi anni della
sua vita nella preghiera e nel ritiro, e Filippo II che allora viveva,
non era forse un sovrano buono e pio, che conduceva una vita
soprannaturale, cristiana? Ma l'odio che egli portava a quanto sapeva
di spagnolo era troppo intenso, per fargli apprezzare il bene che si
trovava presso quel popolo.
[1] Carlo I di Spagna, V di Germania.
Passarono i giorni, rapidamente; il castello va incontro alla sua
ultimazione; i grandi carri portano un ricco mobiglio ad ammirare il
quale si affollano i curiosi, e poi il castellano vi conduce la
moglie, i figli e grande quantità di invitati, di amici; si fanno
grandi feste, e le allegre brigate girano per il paese, battono le
campagne, allestiscono grandi cacce, e, nell'inseguimento della lepre
o della volpe, attraversano a spron battuto il seminato, senza fare
alcun conto delle proteste dei contadini, i quali si vedono privati
del frutto di lungo lavoro, vedono rovinati i loro campi e messo in
forse il raccolto.
Tonio, il padrone di una campagna vicina, si era opposto ad un gruppo
di cacciatori, i quali ne attraversavano, a spron battuto, il
seminato; aveva gridato loro di cessare e di non rovinare le sue
terre, ma uno di loro, per tutta risposta, aveva fatto fuoco sopra del
poveretto e lo aveva ferito gravemente.
Tutta la borgata era sossopra. Tutti maledicevano il signorotto, i
suoi amici, i suoi ospiti, agitavano minacciosi i pugni nella
direzione del castello, invocavano i fulmini del cielo sopra i
brutali, ma tutto si limitava a questo.
Il barbiere del villaggio aveva fasciato Tonio e dichiarato la ferita
gravissima. La povera moglie del ferito ed i figliuoletti piangevano
desolati.
Egli era stato a vedere di Tonio, aveva confortato l'amico ed avuto
parole roventi per il signorotto.
--Ed a dire che non possiamo fare nulla, che siamo assolutamente
impotenti di fronte a lui!--esclama adiratissimo, e ritorna a casa,
con questa rabbia impotente nel cuore.
Per via s'imbatte in una figura lunga, straordinariamente magra: dal
dorso ricurvo, coperta di un abito nero, logorato dall'uso. Il volto
dell'uomo è straordinariamente pallido, ed il suo pallore armonizza
col candore dei mustacchi e del pizzo. Quel vecchio ha una faccia così
dolce; un volto così paterno. Eppure egli sente in quell'istante
avversione di lui. Quante volte non ha egli insegnato di ubbidire
all'autorità. Era per colpa sua se nessuno si rivoltava nel villaggio.
--Che ne dice don Protasio, della ferita, del povero Tonio?--gli
domanda.
--Un avvenimento dolorosissimo.
--Ecco che cosa ha ottenuto colle sue prediche!
--Io?--domanda il vecchio, tutto stupore.
--Lei, proprio lei! Non ci ha raccomandato le tante volte di aver
pazienza e di ubbidire alle autorità?
--Ho da predicare forse la ribellione? Ho da dirvi di ribellarvi e di
andare così incontro a morte certa, perchè una vostra sommossa sarebbe
condannata al più deplorevole insuccesso?--domandò il parroco.
--Ma intanto hanno ferito Tonio.
--Don Fernando, il castellano non è mica l'autorità.
--Dobbiamo però, nevvero, tollerarne le crudeltà, senza poter
protestare?--domanda con sarcasmo.
--Chi vi proibisce di protestare. Io mi reco ora al castello, per
tutelare i vostri interessi, e per parlare, al castellano, di Tonio e
della sua famiglia--esclamò il parroco.
Il suo volto era, in quel momento, trasfigurato, ed esprimeva
un'energia tale, che Tonio lo guardò meravigliato. Quello non era più
il vecchio dolce, amoroso, timido, ma il pastore forte, audace, il
quale si moveva alla difesa delle sue pecorelle contro il lupo del
male, senza punto paventare la fiera; il pastore, pronto a dare la
vita ed il sangue per le pecorelle.
--Vuole andare davvero?--domandò.
--È mio dovere.
--Azzarda la vita.
Il parroco sorrise.
--Non lo credo. Don Fernando è cristiano. Ma anche se avessi da
incorrere in qualche pericolo, che per ciò? Non mi sono fatto prete
per il mio vantaggio materiale, ma per la salvezza delle
anime--rispose.
--Stia bene in guardia, signor parroco.
--Non me lo raccomandare. Sarò prudente ma anche di ferro--disse il
parroco e si allontanò a buon passo.
Egli lo seguì collo sguardo.
--I soli che si prendono cura di noi, che ci difendono,--disse tra sè
e sè, ed il suo pensiero volò da quell'umile parroco al grande, che
allora reggeva le sorti dell'arcidiocesi, e del quale tutti parlavano
come di un sant'Ambrogio redivivo, del conte Carlo Borromeo, il nipote
del Papa che, nominato quasi fanciullo arcivescovo, era l'uomo di Dio
e della Provvidenza, il padre dei poveri. Il difensore degl'umili, il
conforto dei sofferenti, il grande tutore dei diritti della Chiesa e
del popolo. Tutti lo proclamavano santo, grande santo; le madri
accorrevano al suo passaggio per vederlo, ascoltarlo, baciare il lembo
della sua veste e ricevere la sua benedizione. La sua persona destava
un delirio. Ed egli sapeva difendere il suo popolo, anche dagli
spagnoli, perchè non si sentiva soltanto vescovo cattolico, ma anche
lombardo ed italiano, amava il suo popolo, soffriva al vedere
calpestati i diritti, e si abbassava, lui, il conte, il rampollo di
nobile casato, l'arcivescovo, il cardinale, il santo, fino all'ultimo
dei suoi figli spirituali, al meno intellettuale, al più povero, al
più umile, per sollevarlo a sè.
--O la Chiesa. Se essa non fosse poveri noi!--esclama.
Ora comprende, che anche il parroco fa quanto può, fa più di quello
che può. Ne attende il ritorno; e mentre le mani assidue lavorano, chè
egli non può rimanere a lungo senza lavorare, il suo sguardo spia la
via che conduce al castello del signorotto, attendendo il ritorno del
curatore d'anime, curioso di rilevare, ciò che egli ha potuto
ottenere.
Sarà già arrivato; ecco che parla, che discute, che si accalora. Don
Fernando cede, lo minaccia, nega ogni cosa, lo fa cacciare dal
castello dai servi, dai cani... Ma egli non ritorna. Che l'abbia
trattenuto, fatto prigioniero, chiuso in carcere? I contadini che
avevano aiutato i muratori di professione nella costruzione del
castello raccontavano, che ai piedi della torre erano stati costruiti
certi ambienti oscuri, che dovevano servire da prigione. Il parroco
incarcerato? Il villaggio non doveva tollerare una simile onta.
Bisognava liberare l'amato pastore.
Verso sera vede finalmente una figura umana, che avanza veloce. È lui,
è lui. Gli corre incontro. Ma egli viene da una direzione diversa da
quella del castello. Non vi è dunque stato? Ha fatto il gradasso ed ha
avuto paura di avvicinare il covo del leone?
--Signor Parroco. Lei?
--Ritorno da Tonio. Il medico spera di salvarlo.
--Il barbiere?--domanda.
--Il medico della borgata vicina. Don Fernando, da principio, non
voleva credere. Non gli avevano raccontato nulla. Poi ritenne che i
suoi si erano difesi da un attacco. Ma io ho parlato.... gli ho detto
ogni cosa, gli ho fatto toccare con mano...--disse il parroco
infervorandosi.
--Non ha avuto paura? domanda Tonio ammirato.
Il parroco non risponde alla domanda ma continua a raccontare. Don
Fernando era montato sulle furie quando egli aveva chiesto un
indennizzo per Tonio, voluto che gli mandasse un medico e pensasse
alla moglie di lui ed ai figli, e quando aveva pur domandato, che
fosse rispettata la popolazione inerme e tranquilla.
Il signorotto aveva dato ordine ai servi di cacciare il prete
importuno, che veniva a tutelare gli interessi di quegli italiani, che
egli, nella sua boria spagnola, disprezzava tanto; ma l'audace
sacerdote non si era lasciato imporre da quelle parole, ed aveva
invitato il superbo spagnolo al tribunale di Dio.
Don Fernando era cristiano. Le parole del prete lo avevano
impressionato. Aveva incominciato a cedere lentamente.
--Ho finito per ottenere tutto quello che volevo. Egli si è ravveduto;
ha mandato per il medico; ha promesso di risarcire a Tonio i danni
sofferti, di rispettare il seminato, di aver riguardo del popolo. Non
so se manterrà la promessa. È così difficile ridurre questa gente a
buon senno. Sono così superbi, così boriosi, così poco malleabili; si
credono gente di ordine superiore, ci disprezzano tanto. Pure voglio
sperare.... Intanto per Tonio venne provveduto--disse il sacerdote.
Egli si congratula con lui di quanto ha ottenuto.
Il sacerdote gli disse, che anche il cardinale si prendeva cura del
suo gregge e faceva quanto stava nelle sue forze per fargli sentire
meno il dominio spagnolo.
--Volevano introdurre la loro inquisizione.
--Cielo! Con tutti i suoi orrori!--esclama, egli, che ne aveva udito
parlare con spavento.
--Le si esagerano le cose sul suo conto; pure si sparge sangue. Il
cardinale però si oppose. Volle libero il ducato da tanta piaga.
--È riuscito?
--Al cardinale riesce tutto quello che si prefigge--fu la risposta
del sacerdote, il quale era fiero del proprio arcivescovo, come sono
sempre fieri i buoni di un superiore santo.
Il sacerdote si allontanò per ritornare alla sua cura, ed egli rimase
indietro e guardò pensieroso il castello, piantato lassù quale un
gigantesco guanto di sfida di un'aristocrazia senza cuore ad un popolo
sofferente e paziente; quale un'eterna minaccia del feudalismo
spagnolo a questo buon popolo italiano, così fremente di libertà;
pensava che il popolo avrebbe sofferto assai di più senza la Chiesa,
la quale s'interponeva presso i potenti e cercava di tutelare i
diritti dei poveri, dei repressi, degli umili e sentiva nel suo cuore
una riconoscenza infinita per il parroco, il cardinale, e quanti
difendono e tutelano i diritti degli oppressi. Ritornò stanco a casa,
e dopo una cena molto parca si coricò nel vecchio talamo, dove
nacquero tre generazioni, e cercò e trovò sonno.....