II.

Passano i giorni. Egli è assiduo al lavoro; lavora da mane a sera, e

la moglie robusta e due figli lo aiutano sui campi, mentre l'unica

figlia disimpegna i lavori di casa. È troppo gracile per lavorare.

--Non diventerà una contadina a modo--dicono di spesso i genitori,

crollando il capo.

--Non lo vuole neppur diventare--rispondeva sorridendo la madre, la

quale conosceva il segreto della figlia e l'aveva approvato.

Lavorava, lavorava ma non valeva la pena di lavorare.

Le notizie che giungevano in paese erano così brutte; se ne

raccontavano tante della crudeltà degli spagnoli.

Qua essi avevano ammazzato una vacca, soltanto per mangiarne il

fegato; là erano penetrati in una casa ed avevano chiesto del vino; si

erano poi rifiutati di pagarlo, e il proprietario avendo insistito, lo

avevano legato, denudato e flagellato a sangue; avevano flagellato

pure la moglie, che era accorsa alla difesa del marito, rotto il fondo

delle botti e lasciato scorrer tutto il vino; si parlava di signorotti

che taglieggiavano i contadini; imponevano loro forti tasse; nel

villaggio vicino era scomparsa la figlia di un agricoltore, una

ragazza belloccia; nessuno sapeva dove fosse andata, ma la voce

generale diceva, che era stata rapita dal signorotto.

Questi racconti girano di bocca in bocca, venivano arricchiti di

sempre nuovi particolari, i quali lì rendevano sempre più crudeli, più

sanguinari, più truci; e tutti ci prestavano fede. Egli poi li

raccoglieva con avidità, li assaporava con una voluttà crudele; era

lieto di udirli, e ci credeva, abbenchè certe volte la ragione gli

suggerisse di non prestar fede a tutto, di fare una larga tara, di non

generalizzare. C'erano tra gli spagnoli dei cattivi, certamente, ma ce

n'erano anche dei buoni, dei santi. Ed i loro sovrani? Non si era

ritirato Carlo I[1] in un convento, per passare gli ultimi anni della

sua vita nella preghiera e nel ritiro, e Filippo II che allora viveva,

non era forse un sovrano buono e pio, che conduceva una vita

soprannaturale, cristiana? Ma l'odio che egli portava a quanto sapeva

di spagnolo era troppo intenso, per fargli apprezzare il bene che si

trovava presso quel popolo.

[1] Carlo I di Spagna, V di Germania.

Passarono i giorni, rapidamente; il castello va incontro alla sua

ultimazione; i grandi carri portano un ricco mobiglio ad ammirare il

quale si affollano i curiosi, e poi il castellano vi conduce la

moglie, i figli e grande quantità di invitati, di amici; si fanno

grandi feste, e le allegre brigate girano per il paese, battono le

campagne, allestiscono grandi cacce, e, nell'inseguimento della lepre

o della volpe, attraversano a spron battuto il seminato, senza fare

alcun conto delle proteste dei contadini, i quali si vedono privati

del frutto di lungo lavoro, vedono rovinati i loro campi e messo in

forse il raccolto.

Tonio, il padrone di una campagna vicina, si era opposto ad un gruppo

di cacciatori, i quali ne attraversavano, a spron battuto, il

seminato; aveva gridato loro di cessare e di non rovinare le sue

terre, ma uno di loro, per tutta risposta, aveva fatto fuoco sopra del

poveretto e lo aveva ferito gravemente.

Tutta la borgata era sossopra. Tutti maledicevano il signorotto, i

suoi amici, i suoi ospiti, agitavano minacciosi i pugni nella

direzione del castello, invocavano i fulmini del cielo sopra i

brutali, ma tutto si limitava a questo.

Il barbiere del villaggio aveva fasciato Tonio e dichiarato la ferita

gravissima. La povera moglie del ferito ed i figliuoletti piangevano

desolati.

Egli era stato a vedere di Tonio, aveva confortato l'amico ed avuto

parole roventi per il signorotto.

--Ed a dire che non possiamo fare nulla, che siamo assolutamente

impotenti di fronte a lui!--esclama adiratissimo, e ritorna a casa,

con questa rabbia impotente nel cuore.

Per via s'imbatte in una figura lunga, straordinariamente magra: dal

dorso ricurvo, coperta di un abito nero, logorato dall'uso. Il volto

dell'uomo è straordinariamente pallido, ed il suo pallore armonizza

col candore dei mustacchi e del pizzo. Quel vecchio ha una faccia così

dolce; un volto così paterno. Eppure egli sente in quell'istante

avversione di lui. Quante volte non ha egli insegnato di ubbidire

all'autorità. Era per colpa sua se nessuno si rivoltava nel villaggio.

--Che ne dice don Protasio, della ferita, del povero Tonio?--gli

domanda.

--Un avvenimento dolorosissimo.

--Ecco che cosa ha ottenuto colle sue prediche!

--Io?--domanda il vecchio, tutto stupore.

--Lei, proprio lei! Non ci ha raccomandato le tante volte di aver

pazienza e di ubbidire alle autorità?

--Ho da predicare forse la ribellione? Ho da dirvi di ribellarvi e di

andare così incontro a morte certa, perchè una vostra sommossa sarebbe

condannata al più deplorevole insuccesso?--domandò il parroco.

--Ma intanto hanno ferito Tonio.

--Don Fernando, il castellano non è mica l'autorità.

--Dobbiamo però, nevvero, tollerarne le crudeltà, senza poter

protestare?--domanda con sarcasmo.

--Chi vi proibisce di protestare. Io mi reco ora al castello, per

tutelare i vostri interessi, e per parlare, al castellano, di Tonio e

della sua famiglia--esclamò il parroco.

Il suo volto era, in quel momento, trasfigurato, ed esprimeva

un'energia tale, che Tonio lo guardò meravigliato. Quello non era più

il vecchio dolce, amoroso, timido, ma il pastore forte, audace, il

quale si moveva alla difesa delle sue pecorelle contro il lupo del

male, senza punto paventare la fiera; il pastore, pronto a dare la

vita ed il sangue per le pecorelle.

--Vuole andare davvero?--domandò.

--È mio dovere.

--Azzarda la vita.

Il parroco sorrise.

--Non lo credo. Don Fernando è cristiano. Ma anche se avessi da

incorrere in qualche pericolo, che per ciò? Non mi sono fatto prete

per il mio vantaggio materiale, ma per la salvezza delle

anime--rispose.

--Stia bene in guardia, signor parroco.

--Non me lo raccomandare. Sarò prudente ma anche di ferro--disse il

parroco e si allontanò a buon passo.

Egli lo seguì collo sguardo.

--I soli che si prendono cura di noi, che ci difendono,--disse tra sè

e sè, ed il suo pensiero volò da quell'umile parroco al grande, che

allora reggeva le sorti dell'arcidiocesi, e del quale tutti parlavano

come di un sant'Ambrogio redivivo, del conte Carlo Borromeo, il nipote

del Papa che, nominato quasi fanciullo arcivescovo, era l'uomo di Dio

e della Provvidenza, il padre dei poveri. Il difensore degl'umili, il

conforto dei sofferenti, il grande tutore dei diritti della Chiesa e

del popolo. Tutti lo proclamavano santo, grande santo; le madri

accorrevano al suo passaggio per vederlo, ascoltarlo, baciare il lembo

della sua veste e ricevere la sua benedizione. La sua persona destava

un delirio. Ed egli sapeva difendere il suo popolo, anche dagli

spagnoli, perchè non si sentiva soltanto vescovo cattolico, ma anche

lombardo ed italiano, amava il suo popolo, soffriva al vedere

calpestati i diritti, e si abbassava, lui, il conte, il rampollo di

nobile casato, l'arcivescovo, il cardinale, il santo, fino all'ultimo

dei suoi figli spirituali, al meno intellettuale, al più povero, al

più umile, per sollevarlo a sè.

--O la Chiesa. Se essa non fosse poveri noi!--esclama.

Ora comprende, che anche il parroco fa quanto può, fa più di quello

che può. Ne attende il ritorno; e mentre le mani assidue lavorano, chè

egli non può rimanere a lungo senza lavorare, il suo sguardo spia la

via che conduce al castello del signorotto, attendendo il ritorno del

curatore d'anime, curioso di rilevare, ciò che egli ha potuto

ottenere.

Sarà già arrivato; ecco che parla, che discute, che si accalora. Don

Fernando cede, lo minaccia, nega ogni cosa, lo fa cacciare dal

castello dai servi, dai cani... Ma egli non ritorna. Che l'abbia

trattenuto, fatto prigioniero, chiuso in carcere? I contadini che

avevano aiutato i muratori di professione nella costruzione del

castello raccontavano, che ai piedi della torre erano stati costruiti

certi ambienti oscuri, che dovevano servire da prigione. Il parroco

incarcerato? Il villaggio non doveva tollerare una simile onta.

Bisognava liberare l'amato pastore.

Verso sera vede finalmente una figura umana, che avanza veloce. È lui,

è lui. Gli corre incontro. Ma egli viene da una direzione diversa da

quella del castello. Non vi è dunque stato? Ha fatto il gradasso ed ha

avuto paura di avvicinare il covo del leone?

--Signor Parroco. Lei?

--Ritorno da Tonio. Il medico spera di salvarlo.

--Il barbiere?--domanda.

--Il medico della borgata vicina. Don Fernando, da principio, non

voleva credere. Non gli avevano raccontato nulla. Poi ritenne che i

suoi si erano difesi da un attacco. Ma io ho parlato.... gli ho detto

ogni cosa, gli ho fatto toccare con mano...--disse il parroco

infervorandosi.

--Non ha avuto paura? domanda Tonio ammirato.

Il parroco non risponde alla domanda ma continua a raccontare. Don

Fernando era montato sulle furie quando egli aveva chiesto un

indennizzo per Tonio, voluto che gli mandasse un medico e pensasse

alla moglie di lui ed ai figli, e quando aveva pur domandato, che

fosse rispettata la popolazione inerme e tranquilla.

Il signorotto aveva dato ordine ai servi di cacciare il prete

importuno, che veniva a tutelare gli interessi di quegli italiani, che

egli, nella sua boria spagnola, disprezzava tanto; ma l'audace

sacerdote non si era lasciato imporre da quelle parole, ed aveva

invitato il superbo spagnolo al tribunale di Dio.

Don Fernando era cristiano. Le parole del prete lo avevano

impressionato. Aveva incominciato a cedere lentamente.

--Ho finito per ottenere tutto quello che volevo. Egli si è ravveduto;

ha mandato per il medico; ha promesso di risarcire a Tonio i danni

sofferti, di rispettare il seminato, di aver riguardo del popolo. Non

so se manterrà la promessa. È così difficile ridurre questa gente a

buon senno. Sono così superbi, così boriosi, così poco malleabili; si

credono gente di ordine superiore, ci disprezzano tanto. Pure voglio

sperare.... Intanto per Tonio venne provveduto--disse il sacerdote.

Egli si congratula con lui di quanto ha ottenuto.

Il sacerdote gli disse, che anche il cardinale si prendeva cura del

suo gregge e faceva quanto stava nelle sue forze per fargli sentire

meno il dominio spagnolo.

--Volevano introdurre la loro inquisizione.

--Cielo! Con tutti i suoi orrori!--esclama, egli, che ne aveva udito

parlare con spavento.

--Le si esagerano le cose sul suo conto; pure si sparge sangue. Il

cardinale però si oppose. Volle libero il ducato da tanta piaga.

--È riuscito?

--Al cardinale riesce tutto quello che si prefigge--fu la risposta

del sacerdote, il quale era fiero del proprio arcivescovo, come sono

sempre fieri i buoni di un superiore santo.

Il sacerdote si allontanò per ritornare alla sua cura, ed egli rimase

indietro e guardò pensieroso il castello, piantato lassù quale un

gigantesco guanto di sfida di un'aristocrazia senza cuore ad un popolo

sofferente e paziente; quale un'eterna minaccia del feudalismo

spagnolo a questo buon popolo italiano, così fremente di libertà;

pensava che il popolo avrebbe sofferto assai di più senza la Chiesa,

la quale s'interponeva presso i potenti e cercava di tutelare i

diritti dei poveri, dei repressi, degli umili e sentiva nel suo cuore

una riconoscenza infinita per il parroco, il cardinale, e quanti

difendono e tutelano i diritti degli oppressi. Ritornò stanco a casa,

e dopo una cena molto parca si coricò nel vecchio talamo, dove

nacquero tre generazioni, e cercò e trovò sonno.....

I sogni dell'Anarchico · 第 38 / 49 题