I.

Egli era uscito dalla sua piccola casa, dove abitava colla moglie ed

una nidiata di figli, e guardava il colle vicino, dai pendii rapidi,

scoscesi, sul quale mani affaccendate costruivano una grande fabbrica.

Qualche settimana prima colà non v'erano che quattro alberi ed un po'

d'erba, ed ora sorgevano, come d'incanto, alte mura, munite di strette

finestre, e già incominciava su quelle ad alzarsi una torre. Egli

osservava sdegnato, adirato, con un grande, immenso fremito di rabbia,

e malediva a colui, che aveva ordinato la fabbrica e a coloro che

eseguivano il lavoro.

--Vili! Per qualche berlinga vendono il loro lavoro allo straniero,

all'usurpatore! Qualche settimana ancora ed il castello sarà ultimato.

Egli vi abiterà ed allora guai a noi! Ci tratterà da schiavi, come già

ci trattano altrove. Ritengono queste nostre terre paese di conquista.

Egli fa il pugno e freme, dalla grande rabbia, dallo sdegno impotente.

La persuasione della propria impotenza ne aumenta la collera; gli

sembra di essere simile ad un piccolo cane fedele, che non può opporsi

al ladro, il quale entra nell'abitazione del padrone amato. Il

cagnolino deve limitarsi a latrare; ma il ladro neppure si cura di

lui; tira innanzi con disprezzo e questo disprezzo fa al cane assai

più male, che se il passante avesse aggredito, si fosse posto alla

difesa, lo avesse magari ucciso a bastonate. Avrebbe almeno mostrato

di fare conto dell'animale fedele..... Ma un disprezzo simile. Perchè

non era cane, un cane forte, robusto, da san Bernardo, capace di

slanciarsi contro lo straniero, di costringerlo a mettersi alla

difesa, di addentarlo, di metterlo in fuga?

Avrebbe voluto difendere la propria terra da quei prepotenti; ma come

farlo? Essi erano molti; avevano con sè la forza, l'autorità, tutto

tutto; ed egli era solo. Nessuno la pensava come lui; nessuno aveva il

suo coraggio. I più ubbidivano supini. Erano nati per servire, e loro

era indifferente a chi servivano; proprio come una mula, alla quale è

indifferente di portare in groppa un sacco di carbone o delle fasce di

legna, il signor curato o quel malanno, che ora, fabbricava lassù il

suo castello. E gli altri; i pochi che fremevano al pensiero del giogo

che veniva loro imposto, che si sentivano impari a portarlo, che lo

avrebbero scosso così volentieri, gli altri non avevano coraggio. Si

lamentavano; ma quando egli aveva detto loro: Prendiamo le vanghe, le

zappe, i picconi, andiamo a distruggere quanto è stato già fabbricato

e impediamo che la fabbrica continui, essi lo avevano guardato col

terrore sul volto; avevano protestato contro le sue parole; lo avevano

supplicato di tacere. Taci, per l'amore del cielo! Che nessuno ti oda!

Il mondo è pieno di spie. Egli guardava, e il suo sdegno diventa

sempre più intenso; il maschio petto ansa fortemente sotto l'impulso

di quella collera infinita, e gli viene la pazza voglia di correre, di

arrampicarsi sul colle, di arringare gli operai, di suggerire loro di

abbandonare il lavoro, di sospenderlo, di non permettere che continui;

il desiderio, di atterrare, colle proprie mani, quelle mura, quella

torre, d'impedire che si continui la fabbrica del castello.

Un rumore di cavalcature. Volge il capo in quella direzione. Ah! È

lui, l'odiato. Non lo ha veduto ancora mai; ma comprende che è lui,

che deve essere lui, che non può essere che lui; un uomo molto grasso,

tarchiato, con una faccia molto ampia, pingue, grandi mustacchi,

pizzo, giganteschi stivaloni di cuoio giallo, muniti di enormi speroni

di argento, larghe uose di velluto marrone, un enorme mantello di

velluto con grandi bottoni di argento; un cappellone enorme, di panno

finissimo, con gigantesche piume, una larga fascia attorno ai fianchi,

dalla quale pende una grande pistola, ed il cavallo magnificamente

bardato. Mani inanellate stringono le briglie ed il frustino; il

portamento dell'uomo e altero, è ridicolmente altero; e dietro a lui

vengono otto armati, pure a cavallo e con facce patibolari; i capelli

sono lunghi; il ciuffo enorme pende loro di dietro; uno solo lo ha

lasciato cadere davanti, ed esso gli maschera il volto. È impossibile

ravvisarlo.

Il piumato si arresta e domanda in un pessimo italiano, irto di

vocaboli spagnoli.

--Quale è la via che conduce lassù?--ed addita col frustino il

castello in costruzione.

--Non lo so!--risponde con scherno. Sentiva di odiare quell'uomo, il

quale veniva ad istallarsi, come dominatore, in mezzo a loro. Non gli

avrebbe indicato la via che conduce lassù. Ad un suo nemico; ad uno di

quegli spagnoli superbi? Mai! Era troppo italiano per farlo.

--Lo costringiamo?--domandò uno dei bravi al suo signore.

Questi ebbe un'occhiata di infinito disprezzo per l'agricoltore.

--Non vale la pena-!--rispose con scherno. Queste parole fecero venire

al lavoratore dei campi il sangue alla fronte. Il ricco spagnolo non

lo riteneva neppure degno di osservazione. Si riteneva tanto alto, da

non degnarsi neppure di far conto delle sue parole e di punirlo per

quel rifiuto.

Un urlo di rabbia gli uscì dalle labbra.

Il signorotto rise, i bravi risero pure, ed uno di loro, quello del

ciuffo, lo minacciò col pugno chiuso.

--Faremo i conti!--gli disse minaccioso. Si allontanarono.

Egli li seguì collo sguardo, in preda ad una rabbia infinita...

I sogni dell'Anarchico · 第 37 / 49 题