I cinque schiavi caddero in ginocchio, balbettando:

— Non uccideteci. —

Gamani ed il dahomeno, che avevano portato con loro delle corde e

dei fazzoletti, imbavagliarono e legarono le braccia e le gambe a

quattro, mentre il padre di Urada interrogava il quinto, minacciando di

fracassargli il cranio se avesse tardato a rispondere.

— Dov’è il tuo padrone?... — gli chiese.

— Dal re, — balbettò lo schiavo.

— Tornerà questa notte?...

— Sì perchè deve partire prima dell’alba.

— Tarderà molto?...

— Non lo credo. Noi lo aspettavamo per seguirlo.

— Dove si trova il fanciullo dalla pelle bianca che Kalani ha qui

condotto?...

— Nella stanza del padrone.

— Chi veglia su di lui?...

— Nessuno.

— Dorme?...

— Poco fa dormiva.

— Guidaci subito da lui. —

Gli fece cenno di precederlo, mentre Antao s’impadroniva d’una specie

di torcia di fibre vegetali imbevuta d’olio d’elais.

Il negro, che era più morto che vivo per lo spavento, li condusse in

un secondo corridoio il quale saliva al piano superiore e s’arrestò

dinanzi ad una porta, dicendo:

— È qui. —

Alfredo ed Antao, in preda ad una viva emozione, si erano precipitati

innanzi, aprendola impetuosamente.

In mezzo ad una stanzuccia quasi spoglia di mobili, ma colle pareti

coperte di belle stuoie dipinte a vivaci colori ed illuminata da una

lampada d’argilla, su di un grande cuscino giaceva un bel ragazzo

dalla pelle assai abbronzita, dai capelli neri e ricciuti, dal profilo

ardito, che rassomigliava moltissimo a quello d’Alfredo, e dalle labbra

vermiglie. Poteva avere dieci anni, ma il suo corpo, assai sviluppato,

poteva adattarsi ad uno di tredici o di quattordici.

Quel giovanetto dormiva tranquillamente, come si fosse trovato in piena

sicurezza invece che sotto il tetto del più feroce e vendicativo uomo

del Dahomey. Solamente le sue nere e sottili sopracciglia che si erano

incrociate, dimostravano che qualche pensiero o qualche cattivo sogno

turbava un po’ il suo sonno.

Alfredo gli si era precipitato sopra mandando un grido di gioia,

l’aveva afferrato fra le robuste braccia e se l’era stretto al petto

coprendolo di baci ed esclamando con voce rotta:

— Bruno!... Mio Bruno!... Ti rivedo finalmente, fratellino

mio!... —

Il ragazzo, svegliato bruscamente, aveva aperti i suoi grandi occhi

neri guardando, come trasognato, quell’uomo che se lo stringeva al

petto come fosse impazzito ed istintivamente aveva fatto un gesto come

per respingerlo, ma ad un tratto aprì le braccia e le rinchiuse attorno

al collo del fratello, gridando:

— Alfredo!... Sogno io?... No.... vedo anche il signor Antao!...

Fratello!... Signor Antao!...

— Morte di tutte le stelle del firmamento!... — tuonò il portoghese,

che non trovava più alcun nome dei suoi pianeti favoriti, tanta

era la sua commozione. — Qui, fra le mie braccia, fanciullo mio!...

Morte del Dahomey!... Sono tutto scombussolato!... Toh!... Che strano

fenomeno!... I miei occhi sono bagnati!... —

Il bravo giovane aveva strappato il ragazzo dalle braccia d’Alfredo e

se l’era stretto al petto, tempestandolo di baci, mentre Gamani, che

pareva fosse impazzito per la gioia, gli ballava intorno, gridando:

— Il padroncino!... Il padroncino!... Oh Gamani è contento di vederlo

libero!...

— Silenzio!... — esclamò ad un tratto il padre d’Urada, che si era

avvicinato ad una feritoia. — Ho udito il fischio d’allarme di mia

figlia.

— Ci segnala l’avvicinarsi di Kalani, — disse Gamani.

— Kalani!... — esclamò il ragazzo, con accento di terrore. — Alfredo,

fuggi o ti ucciderà.

— Fuggire io!... — disse il cacciatore, rizzando fieramente l’alta

statura. — Sarò io che ucciderò Kalani, mio Bruno. —

Poi, volgendosi verso il suo schiavo e verso Gamani:

— Scendete nell’ortaglia e appena Kalani sarà entrato chiudete il

cancello onde non ci sfugga. —

Prese il giovane fratello, se lo alzò fino alle labbra e lo baciò,

quindi lo ricoricò sul cuscino, dicendogli:

— Rimarrai qui con questo negro mio amico, il quale veglierà su di te.

Qualunque cosa accada, non ti muoverai.

— Ma cosa vuoi fare, fratello?...

— Compiere un giuramento che feci la notte che ti rapirono. Silenzio ed

aspetta il mio ritorno. —

Fece cenno ad Antao di seguirlo, mentre il padre di Urada imbavagliava

e legava lo schiavo che li aveva guidati in quella stanza.

I due bianchi scesero a pianterreno, trascinarono gli schiavi in un

corridoio vicino, poi si misero in osservazione alle feritoie.

Kalani era allora entrato nell’ortaglia e s’avviava verso la sua casa,

scortato dalle due sentinelle che aveva trovate dinanzi alla cancellata

e che di certo non sospettava che fossero nemiche.

Indossava ancora il costume di gran sacerdote che aveva sfoggiato al

mattino per comandare la festa del sangue e pareva che fosse molto

alticcio, poichè il suo passo era incerto, tentennante. Doveva aver

bevuto parecchie bottiglie con Geletè, Behanzin ed i gran _cabeceri_.

Attraversò l’ortaglia canterellando fra i denti, salì i tre gradini,

passò la stanza oscura ed entrò in quella illuminata, gridando:

— Schiavi dannati, entra il padrone!... Accorrete, se non volete che

faccia scorticare la vostra vecchia pelle. —

Ad un tratto arretrò. Aveva scorto i vasi rovesciati e le sedie gettate

a terra. Diffidente per natura, sospettò forse qualche tradimento,

poichè aprì il mantello mettendo la destra sull’impugnatura del largo e

pesante coltello che usano portare i dahomeni.

Non ebbe però il tempo di estrarlo: due uomini armati di fucile erano

improvvisamente entrati.

Alfredo si avanzò verso il miserabile che era rimasto immobile, come

pietrificato e strappandosi di dosso il mantello di sacerdote, gli

chiese con accento terribile:

— Mi riconosci, Kalani?... —

Il negro aprì la bocca come se volesse rispondere, ma nessun suono

gli uscì. Cogli occhi sbarrati, schizzanti dalle orbite, guardava il

suo mortale nemico senza essere capace di fare un gesto. La sua pelle

era però diventata orribilmente grigiastra, mentre i suoi lineamenti

esprimevano un terrore impossibile a descriversi.

— Tu non mi aspettavi, è vero Kalani? — disse Alfredo con ironia. —

Ora che mi hai conosciuto, preparati a morire, poichè la notte che tu

hai assalito la mia fattoria e assassinati i miei negri, ho giurato di

ucciderti e manterrò la promessa. —

Kalani, dinanzi a quella minaccia, ebbe un lampo di suprema quanto

inaspettata energia.

Estrasse il largo coltello e balzò indietro per riparare nell’altra

stanza, ma andò a urtare contro i due dahomeni che lo avevano

silenziosamente seguito e che furono lesti a respingerlo coi calci dei

fucili.

Vedendosi accerchiato, il miserabile volle tentare uno sforzo

disperato. Fece appello a tutta la sua audacia e col coltello alzato si

scagliò come una belva addosso ad Alfredo, sperando di sorprenderlo.

Antao aveva gettato un grido e si era gettato innanzi, ma il cacciatore

l’aveva preceduto. Lesto come una tigre, aveva evitato il colpo

mortale, poi aveva afferrato l’avversario pel collo.

Entrambi erano caduti a terra, rotolandosi pel pavimento. Antao ed i

due dahomeni si erano gettati addosso a loro per cercare di uccidere il

negro, ma la tema di colpire il cacciatore li faceva esitare.

Ad un tratto Kalani mandò un urlo di fiera ferita ed allargò la

stretta, mentre Alfredo si rialzava prontamente, tenendo in pugno

il largo e pesante coltello dell’avversario, lordo di sangue fino

all’impugnatura.

Il capo dei sacerdoti, l’anima dannata di Geletè, si rotolò due volte

pel pavimento, lasciandosi dietro una larga striscia di sangue, poi

rimase immobile. Il cacciatore aveva mantenuto il suo giuramento,

spaccandogli il cuore.

— È morto, — disse Antao, che si era curvato su Kalani.

— I miei negri sono vendicati, — rispose Alfredo con voce cupa. — Orsù,

fuggiamo!... —

[Illustrazione: Fuggivano a precipizio, senza arrestarsi....

(Pag. 247).]

La Costa d'Avorio · 第 71 / 75 题