Pochi istanti dopo Alfredo, Antao ed i negri lasciavano la capanna
diroccata per recarsi all’abitazione del loro mortale nemico.
Erano saliti tutti a cavallo, avendo abbandonato le casse vuote o
semi-vuote nell’orticello, onde essere più liberi ed in grado di poter
operare una precipitosa ritirata fuori dalla città, nel caso che il
colpo di mano non dovesse riuscire.
Tutte le armi erano state caricate per essere pronti a respingere
qualsiasi attacco, sia da parte della popolazione che delle truppe.
Il vecchio negro, che aveva inforcato uno dei più robusti quadrupedi,
guidava il drappello facendolo passare fra ortaglie e capanne
disabitate, volendo evitare, fino che lo poteva, l’incontro degli
abitanti, per non destare delle curiosità pericolose. Dietro a lui
venivano i due bianchi sempre camuffati da sacerdoti, poi Gamani,
il quale si teneva sul dinanzi della sella, ma ben stretto, il
prigioniero, quindi Urada ed i due dahomeni i quali tenevano le
carabine in pugno.
Quella parte della città, che doveva essere la meno abitata, era oscura
e silenziosa, ma in lontananza si scorgevano i falò attorno ai quali
beveva e danzava la popolazione e si udivano le urla scordate di quegli
ubriachi, accompagnate sempre dai suoni selvaggi dei barbari istrumenti
musicali.
Pareva che l’orgia avesse raggiunto il più alto grado, poichè i clamori
talvolta erano così assordanti, che Antao ed Alfredo penavano assai a
udirsi.
— Che gole!... — esclamava il bravo portoghese. — Sfido io che quei
cantori abbiano sempre sete!... Berrebbero tutta l’acqua del Koufo, se
i loro sacerdoti fossero capaci di tramutarla in tanto ginepro.
— Quest’orgia colossale favorisce i nostri progetti, Antao, —
rispondeva Alfredo. — Non potevamo scegliere una notte migliore per
tentare l’audace colpo.
— Allora anche Kalani sarà ubriaco.
— Sì, e sarà peggio per lui.
— Vuoi proprio ucciderlo?...
— L’ho giurato la notte che m’incendiò la fattoria e che mi rapì Bruno
e manterrò la parola. Quel mostro è l’anima dannata di Geletè e di
Behanzin, e liberando il Dahomey della sua presenza risparmierò la vita
a migliaia d’infelici.
— È vero, Alfredo. Quel Kalani è il capo dei macellai.
— È lui che ordina i massacri poichè è lui il capo dei sacerdoti.
— Furfante!... Gli farò vomitare sangue e rhum insieme. Ma dove lo
attenderemo?
— A casa sua.
— Entreremo nella sua abitazione?...
— Sì, ma dopo d’aver legati e ridotti all’impotenza i suoi uomini.
— E se non venisse?...
— Verrà: il prigioniero ha detto che deve partire per Kana ed il padre
di Urada ha confermata la notizia. —
Mentre così chiacchieravano, il vecchio negro continuava ad inoltrarsi
fra ortaglie e viuzze deserte ed oscure, procurando di tenersi sempre
lontano dalle vie illuminate dai falò.
Dopo d’aver fatto fare al drappello dei lunghi giri, s’arrestò dinanzi
ad un’alta palizzata formata però di sottili tronchi d’albero, la quale
pareva che racchiudesse un vasto giardino.
— Ci siamo, — disse.
— Da Kalani?... — chiese Alfredo.
— Sì: questo è il suo giardino e laggiù vi è la sua casa.
— Dov’è l’entrata?...
— È qui vicina, ma vi saranno i due soldati a guardia.
— Li ridurremo all’impotenza. Noi siamo sacerdoti, quindi ci sarà
facile avvicinarli. —
Ad un suo cenno scesero tutti da cavallo, incaricarono Gamani e Urada
di guardarli e di sorvegliare il prigioniero, poi seguirono il vecchio
negro.
Voltato un angolo della cinta, si trovarono dinanzi ad un cancello
già aperto, ma guardato da due negri armati di fucile, i quali però
pareva che non avessero bevuto meno degli altri, perchè si tenevano
entrambi appoggiati alla palizzata, come se le loro gambe li reggessero
a fatica. Vedendo tuttavia avvicinarsi quel gruppo di persone si
raddrizzarono, tentennando e chiedendo chi fossero.
— Guardiani dei feticci che cercano Kalani, — rispose il padre di Urada.
— Il padrone è ancora dal re, — dissero.
— Tornerà questa notte?...
— Lo aspettiamo per accompagnarlo a Kana. —
In quel momento Alfredo, Antao ed i due schiavi, che si erano
avvicinati, si scagliarono d’un colpo solo sui due soldati,
afferrandoli per la gola onde impedire loro di gridare e con due pugni
sul capo, abilmente dati, li mandarono a cadere l’uno sull’altro.
— Imbavagliateli e spogliateli, — comandò Alfredo.
— Perchè spogliarli? — chiese Antao.
— I nostri dahomeni si metteranno qui in sentinella, dopo che avremo
occupata l’abitazione. Se Kalani non vedesse le due guardie potrebbe
insospettirsi ed invece d’entrare prendere il largo. —
[Illustrazione: Entrambi erano caduti a terra, rotolandosi pel
pavimento. (Pag. 245).]
I due schiavi furono lesti ad eseguire quegli ordini, poi afferrarono
i due negri e li trasportarono sotto una tettoia che si trovava in un
angolo dell’ortaglia, semi-nascosta da un gruppo di palme.
Intanto il padre di Urada si era recato ad avvertire la figlia e Gamani
ed aveva fatti entrare i cavalli, facendoli nascondere, assieme al
prigioniero, sotto la tettoia.
— Urada rimanga a guardia dei prigionieri e dei cavalli, — disse
Alfredo. — Uno dei vostri schiavi rimanga in sentinella dinanzi al
cancello per avvertirci dell’arrivo di Kalani e gli altri mi seguano.
— Andiamo a occupare la casa? — chiese Antao.
— Sì.
— Allora prepariamoci a scaricare un’altra tempesta di pugni. Bisogna
picchiare, ma senza far fracasso. —
Alfredo ed i suoi compagni, attraversata rapidamente l’ortaglia, si
erano arrestati dinanzi all’abitazione di Kalani.
Era una costruzione massiccia, che somigliava un po’ al palazzo reale,
ma di gran lunga più piccola, con numerose finestre somiglianti a
feritoie ed il tetto piatto.
Tutto all’intorno la ombreggiava una doppia fila di maestosi sicomori,
i quali dovevano nasconderla o quasi, agli occhi dei vicini abitanti.
Alcune feritoie del pianterreno erano illuminate e da quelle uscivano
delle voci umane assai allegre, alternate a rumorosi scrosci di risa.
Probabilmente anche gli schiavi del capo dei sacerdoti festeggiavano,
con del ginepro o con della birra di sorgo, la grande giornata.
Alfredo, prima di entrare, guardò attraverso una di quelle feritoie
e vide quattro negri ed una donna seduti attorno ad un rozzo tavolo
coperto d’una stuoia, sul quale stavano alcuni vasi, numerose tazze e
qualche bottiglia rovesciata.
Quei poveri diavoli, approfittando dell’assenza del temuto padrone,
facevano un po’ di gazzarra, bevendo e ridendo.
— Quegli schiavi non sono tali da opporre resistenza, — disse Alfredo
ad Antao, che lo interrogava. — Tra pochi minuti, mio fratello sarà fra
le mie braccia. Armate i fucili e seguitemi. —
La porta era aperta, non occorreva quindi forzare l’entrata. I cinque
uomini s’inoltrarono in punta dei piedi, per piombare d’improvviso
addosso ai servi. Attraversarono dapprima una stanza oscura, procedendo
con precauzione per tema di urtare contro qualche ostacolo poi,
dopo d’aver percorso uno stretto corridoio, irruppero nella camera
illuminata puntando i fucili, mentre il vecchio negro gridava, con voce
minacciosa:
— Chi si muove è uomo morto!... Ordine del re!... —
I quattro schiavi e la negra si erano precipitosamente alzati
rovesciando i vasi e le tazze, ma vedendo quei cinque fucili puntati
e udendo quelle parole erano ricaduti sui loro sedili, tremando di
spavento, mentre la loro tinta da nerastra diventava grigia, cioè
pallida.
— Tutti a terra!... — disse il vecchio. — Nessuno opponga
resistenza!... —