I due bianchi vuotarono un’ultima zucca di birra e uscirono, dicendo:

— Partiamo. —

Prima però di mettersi in marcia guardarono se i guerrieri portavano le

loro carabine e le videro infatti indosso al più giovane della scorta,

unitamente alle cartucciere.

La piccola banda lasciò il villaggio con passo sollecito, sfilando fra

due fitte ali di popolo, il quale però manteneva un silenzio religioso

e s’avanzò fra le alte erbe della pianura, già però quasi bruciate dal

sole.

La traversata di quel terreno scoperto, dove regnava un calore

infernale, essendo appena il mezzodì, si compì senza incidenti e verso

le tre pomeridiane il drappello giungeva nella grande foresta.

Dopo un breve riposo, i due bianchi diedero nuovamente il segnale

della partenza studiandosi di avvicinarsi al fiume, essendo certi che

seguendo il suo corso non avrebbero tardato a giungere in prossimità

del loro accampamento.

Pur camminando, per meglio ingannare il capo e la scorta, fingevano

di cercare le miracolose piante che dovevano servire ad attirare

le nubi, fermandosi di tratto in tratto a frugare certi cespugli, e

mandando alte grida di trionfo quando riuscivano a scoprire qualche

ciuffo d’erbe. Il capo e la scorta, per non mostrarsi meno soddisfatti,

mandavano a loro volta acute urla, con grande piacere d’Alfredo, il

quale era certo, con quel baccano, di attirare l’attenzione di Asseybo

e dei suoi uomini.

Verso sera, i due bianchi che avevano raccolte alcune pianticelle,

diedero il segnale della fermata presso le rive del fiume, in un

luogo che secondo i loro calcoli non doveva essere molto lontano

dall’accampamento.

Il capo negro volendo manifestare la sua gioia pel felice esito

della spedizione, avendolo ormai Alfredo assicurato che all’indomani

avrebbero trovato anche le altre piante, fece fare una larga

distribuzione di birra a tutti, vuotando quasi tutte le zucche che

aveva fatte portare dalla scorta.

Accesi parecchi fuochi e terminata la cena composta di focaccie, miele

di api selvatiche, burro cotto e frutta, si accomodarono fra le erbe

per gustare un po’ di riposo. Quattro guerrieri dovevano però vegliare

per turno per tener lontano le fiere, ma soprattutto per impedire ai

due bianchi di fuggire prima d’aver mantenuta la promessa.

Avevano appena chiusi gli occhi, quando una detonazione improvvisa

venne a spargere l’allarme, facendoli balzare tutti in piedi.

— Un segnale di Asseybo?... — chiese Antao ad Alfredo.

— Lo credo, — rispose questi. — Egli ha voluto segnalare di tenerci

pronti a tutto.

— Che si prepari ad assalire i negri?

— Giungerebbe in buon punto. Il vecchio capo ed i suoi giovani

guerrieri mi sembrano spaventati.

— Stiamo attenti ad afferrare le nostre carabine.

— Il negro che le custodisce non lo lascierò fuggire, Antao. —

Mentre così parlavano, il capo ed i suoi uomini si consigliavano,

a quanto pareva, sul da farsi. Sembravano assai impressionati e

guardavano sospettosamente i due prigionieri.

Forse cominciavano a temere anche loro una sorpresa.

— Uomo bianco, — disse il vecchio negro, avvicinandosi ad Alfredo. —

Hai udito?...

— Sì, un colpo di fucile.

— Chi credi che lo abbia sparato.

— Forse qualche cacciatore.

— Ma i negri di questa regione non posseggono armi da fuoco.

— Può essere qualche negro del Dahomey. Tu sai che i soldati di Geletè

sono armati di fucili.

— È vero, ma Abomey non è vicina. Cosa mi consigli di fare?... —

Alfredo stava per dargli qualche risposta, quando tutto d’un tratto,

in mezzo ad un fitto macchione di cespugli, si vide balenare una luce

intensa, seguita da una detonazione così formidabile che pareva dovesse

crollare l’intera foresta.

I negri della scorta ed il loro capo si sentirono atterrare da una

spinta irresistibile, ma subito si rialzarono fuggendo in pieno

disordine da tutte le parti, gettando via le armi e mandando urla di

pazzo terrore.

Alfredo ed Antao, passato il primo istante di sorpresa, erano pure

balzati in piedi, tenendo però in pugno le loro carabine che erano

state abbandonate sul terreno.

Stavano per fuggire verso il fiume, quando udirono una voce gridare:

— Presto, padrone!... Qui, venite qui!... I cavalli sono pronti. —

Si volsero e videro Asseybo seguìto da uno dei due dahomeni.

[Illustrazione: Sturò una di quelle bottiglie, bagnò il

pennello e cominciò a tingere.... (Pag. 178).]

— Tu!... — esclamarono, correndogli incontro.

— E chi volete che fosse stato a far scoppiare quella mina?...

— Una mina?...

— Di due chilogrammi di polvere. Era l’unico mezzo per spaventare quei

negri e metterli in fuga.

— Ci avevi adunque veduti?...

— Vi avevo seguìti sempre, padrone. Spicciamoci prima che i negri

tornino. —

Si slanciarono tutti e quattro attraverso la foresta e giunti in una

radura, trovarono i cavalli già insellati e l’amazzone in arcione.

Senza perdere tempo balzarono in sella e partirono di galoppo,

dirigendosi verso l’est.

Tutta la notte continuarono la fuga precipitosa, ma all’alba si

arrestavano sul margine della grande foresta, a quaranta e più miglia

dal villaggio dei Krepi.

— Credo che ora più nulla abbiamo da temere, — disse Alfredo scendendo

da cavallo. Ci fermeremo qui tutt’oggi per prendere un po’ di riposo e

per trasformarci in africani, onde poter rappresentare la nostra carica

d’ambasciatori del Borgu.

— E quel dannato spione che ci precede?...

— Giungeremo ad Abomey prima di lui, Antao. Ora che so che è zoppo

e senza cavallo, non lo temo più. Quando vorrà rivedere Kalani,

non lo troverà più vivo. Orsù, amico mio, dormi fino a mezzodì, poi

prepareremo la nostra toeletta.

Affranti da due notti quasi insonni, i due bianchi si cacciarono

sotto la tenda che era stata subito rizzata dai dahomeni, e dormirono

profondamente fino all’ora del pasto.

Dopo una buona scorpacciata di carne di facochero secca, diedero

principio alla loro toeletta.

Alfredo aveva fatto racchiudere nelle sue misteriose casse tutto

l’occorrente per ottenere quella trasformazione, così necessaria

soprattutto per lui.

Fece sedere Antao su di uno sgabello improvvisato con alcuni rami, lo

denudò fino alla cintola, senza che il bravo portoghese protestasse,

poi da una delle casse levò alcune bottiglie contenenti dei liquidi di

colore oscuro ed alcuni pennelli.

— Speriamo che quelle bottiglie non contengano dei veleni o dei liquidi

corrodenti, — disse Antao, ridendo.

— Sono stati estratti da vegetali perfettamente innoqui, — rispose

Alfredo. — Quando però la nostra missione sarà terminata, dovrai

consumare del buon sapone, se vorrai ridiventare bianco come prima.

— Così almeno non vi sarà il pericolo di giungere ad Abomey mezzo

bianco e mezzo nero. Temevo che il sudore potesse guastare la mia

toeletta.

— Non dubitare; la tua tinta resisterà all’acqua ed al sudore. Fermo,

amico: lasciati dipingere. —

Sturò una di quelle bottiglie, bagnò il pennello e cominciò a tingere,

deponendo sul viso, sul collo, sul petto, sulle braccia e sulle mani

del portoghese un superbo strato bronzino ma che aveva dei riflessi

rossastri, perfettamente identico al colore della pelle dei negri delle

alte regioni e dei rivieraschi del Niger.

Il portoghese lasciava fare, ma di tratto in tratto prorompeva in

scrosci di risa, ai quali facevano eco quelli di Urada, di Asseybo e

dei due dahomeni.

Essendo quell’operazione stata fatta al sole, bastarono pochi minuti

perchè il gran calore asciugasse la tinta.

Alfredo, che agiva colla maggiore serietà, appese allora agli orecchi

dell’amico due grossi anelli di rame dorato, come usano portare gli

indigeni del Borgu, poi gli mise attorno al collo parecchie file di

perle rosse ed azzurre, quindi gli appiccicò al mento una barbetta nera

piuttosto rada che doveva dargli un aspetto più fiero e gli mise sul

capo un ampio fazzoletto rosso annodato sul di dietro, adorno di alcuni

ricami e che doveva produrre un grande effetto anche nella capitale del

potente Geletè.

— Un negro magnifico!... — esclamarono Asseybo e Urada. — In tutto il

Borgu non se troverebbe uno più fiero, nè più bello.

— Per Giove!... — esclamò Antao. — Quale disgrazia il non possedere uno

specchio, fosse pure da due soldi.

— Forse ad Abomey ne troveremo qualcuno, Antao, — rispose Alfredo. — Ti

basti per ora sapere che sei il più bel negro dell’Africa equatoriale.

— Hai finito?...

— Non ancora. Bisogna pensare a tutto. Infatti che cosa direbbe Geletè,

se tu ti presentassi cogli stivali e le calze?... Occorre essere negri

dai piedi alla testa. —

Con poche pennellate anche le gambe ed i piedi del portoghese furono

dipinti, poi Alfredo gli fece indossare un paio di corti calzoni di

tela bianca stretti alla cintura da una larga fascia rossa, gli mise

sulle spalle un ampio mantello pure bianco adorno di fregi rossi che

rassomigliava ad un _taub_ arabo o sudanese, e gli fece calzare delle

babbucce rosse a punta rialzata.

— Credo ora, — disse il cacciatore, — che tu possa fare una splendida

figura ad Abomey. Geletè non avrà mai ricevuto un ambasciatore simile.

Ora aiutami, Antao. —

Mezz’ora dopo anche la sua toeletta era terminata e la trasformazione

era riuscita così completa, che Antao stesso non l’avrebbe di certo

riconosciuto pel suo amico, se non l’avesse dipinto colle proprie mani.

— È impossibile che Kalani ti possa ravvisare, — disse il portoghese;

stupito. — Tu non sei più un europeo.

— Credi adunque che io possa affrontare quel miserabile, senza il

pericolo di venire scoperto?...

— Sì, Alfredo.

— Allora mio fratello è salvo.

— E Kalani è perduto.

— Oh sì, Antao. Quell’uomo non mi sfuggirà, te lo giuro.

— Quanto impiegheremo per giungere ad Abomey?...

— Fra cinque giorni possiamo essere a Kana, nella città santa del

regno, dove saremo costretti a fermarci finchè piacerà a Geletè di

riceverci nella capitale. Oltrepassato questo bosco non troveremo altri

ostacoli, poichè la grande pianura si estende fino a quelle due città.

— È lontana la pianura?...

— Questa sera possiamo accampare sui margini del bosco.

— Allora partiamo.

— Ma come ambasciatori. Possiamo incontrare, da un istante all’altro,

delle truppe di Geletè e non bisogna suscitare sospetti. D’ora innanzi

marceremo sempre a cavallo come i grandi personaggi del Borgu. —

Avendo consumate parte delle provviste e delle munizioni, le casse

vuote furono gettate nel fiume, sbarazzando quindi i due migliori

cavalli che vennero adornati di fiocchi rossi e di ricche gualdrappe

ricamate in oro.

Anche i negri furono vestiti riccamente, con calzoncini bianchi, fascie

rosse, mantelli arabescati, fazzoletti di seta dai vivaci colori

ed armati di carabine, compresa l’amazzone che doveva assumere le

importanti funzioni d’interprete, potendo passare per un bel giovanotto

del Borgu e di porta-parasoli, essendosi Alfredo provvisto anche di due

ombrelli rossi adorni di frange, distintivo dei personaggi di sangue

nobile e reale.

La Costa d'Avorio · 第 52 / 75 题