Alfredo si era vivamente alzato in preda ad una inquietudine così viva,
da strappare al portoghese una esclamazione di profondo stupore.
Il cacciatore aveva ormai compreso da chi era partito quel colpo
che aveva lo scopo di immobilizzarlo nella regione dei Krepi, onde
tardasse, più che fosse possibile, la sua marcia verso le frontiere del
Dahomey. Le ultime parole del capo erano state per lui una rivelazione
fulminea, ma d’una gravità eccezionale, poichè si trattava della
salvezza di tutti e soprattutto della perdita del piccolo Bruno.
— Antao! — esclamò, con voce strozzata. — Noi stiamo per perdere il
frutto di tante fatiche e tutte le nostre speranze. Se non troviamo
il mezzo di liberarci presto, alle frontiere del Dahomey troveremo le
genti di Kalani.
— Di Kalani!... — esclamò il portoghese. — Che questi negri ci abbiano
fatti prigionieri per ordine di lui?...
— Non mi hai compreso, Antao. Questi stupidi hanno obbedito, senza
saperlo, ad uno dei nostri nemici, il quale ha sfruttato la loro
ingenuità a nostro danno.
— Spiegati meglio, Alfredo.
— Sai chi era l’uomo che veniva dai lontani paesi del sole che tramonta
e che ha dato da intendere a questi negri che noi eravamo capaci di
fabbricare la pioggia?...
— Non lo so.
— Era una delle spie, quella fuggita dal paese degli Ascianti.
— Morte di Urano!... — esclamò Antao, impallidendo. — Come può aver
fatto a precederci?...
— Io non lo so, ma ormai non ho più alcun dubbio. Per fermarci, onde
avere il tempo di giungere nel Dahomey prima di noi, egli ha suggerito
a questi negri l’idea di tenderci un agguato nella foresta.
— Doveva adunque essersi accorto della nostra presenza in questa
regione.
— Di certo, Antao.
— Il miserabile!... Ma che gambe hanno quei dahomeni?... Ci siamo
avanzati a marcie forzate, galoppando dall’alba al tramonto ed egli ha
potuto giungere qui prima di noi!... Che avesse avuto un cavallo?...
— Lo suppongo.
— E cosa conti di fare ora?... Se quell’uomo giunge nel Dahomey prima
di noi, metterà in guardia Kalani e ci troveremo addosso quelle bande
sanguinarie.
— Certo, Antao. Se non riusciamo ad acquistare prontamente la libertà,
perderemo la vita alle frontiere del Dahomey.
— Ma come faremo a sbarazzarci di queste mignatte?... Noi non siamo in
grado di far piovere.
— Cercheremo d’ingannarli.
— In quale modo?...
— Lo si vedrà; credo però d’avere una buona idea e se riesco a
persuaderli, domani saremo liberi.
— Agisci senza ritardi, Alfredo. —
Il cacciatore si rivolse verso il capo negro che aspettava sempre una
risposta e gli disse:
— Odimi, capo. Noi ti accontenteremo e faremo cadere dal cielo tanta
pioggia da inaffiare abbondantemente la terra e da farti fare dei
raccolti prodigiosi, ma voglio prima sapere una cosa da te.
— Parla, uomo bianco, — disse il negro.
— L’uomo che ti disse che noi sappiamo fabbricare la pioggia, quando è
giunto qui?...
— Ieri mattina.
— Montava un cavallo?...
— Sì, ma l’aveva ridotto in condizioni così miserande, che appena
giunto morì. Lo abbiamo mangiato ieri sera e ti assicuro che era
eccellente.
— Quando è ripartito quell’uomo?...
— Poco prima che i miei guerrieri ti conducessero qui.
— Era giovane?...
— Sì, giovane e robusto.
— Credi che sia già molto lontano?...
— Lo dubito perchè aveva una gamba ferita che lo faceva zoppicare.
Aveva ricevuto un colpo di lancia da non so quali negri e mi parve che
soffrisse assai.
— Grazie, capo, — disse Alfredo, respirando.
— Farai cadere ora la pioggia?... — chiese il negro, con ansietà. —
Il sole minaccia di abbruciare tutti i nostri raccolti e l’acqua manca
nelle fonti, sicchè non sappiamo come abbeverare il nostro bestiame.
— Sì, ma per far venire le nubi mi occorrono molte cose che io qui non
posso trovare.
— I miei sudditi sono tutti a tua disposizione. Ordina e avrai tutto
quello che vorrai.
— I tuoi sudditi non possono trovare certe piante che io solo conosco.
— Ti occorrono delle piante?...
— Sì.
— Per cosa farne?...
— Devo farle bollire in una grande pentola ed il fumo che si alzerà
nell’aria, basterà per far accorrere da tutti i punti dell’orizzonte
delle nubi gravide di pioggia.
— Sai dove trovarle?...
— Sì, nella grande foresta.
— Ti condurremo colà con una scorta numerosa e bene armata.
— No, numerosa. Deve essere composta di soli dodici guerrieri giovani o
le nubi si spaventeranno e non verranno.
— Ed io non potrei venire?... Vorrei imparare anch’io a fabbricare la
pioggia, — disse il capo.
— Verrai anche tu e ti mostrerò come si deve fare.
— Io ti regalerò quattro buoi e tanta birra quanta ne vorrai.
— Grazie capo, ma voglio anche la libertà. Sono atteso al mio paese e
tu sai che i bianchi abitano molto lontani.
— Ti prometto la libertà, ma dopo che sarà caduta la pioggia.
— Voglio anche le mie armi, perchè mi sono necessarie per chiamare le
nubi.
— Le porteremo con noi.
— Allora slegaci, cerca i dodici guerrieri e partiamo subito.
— Fra mezz’ora saremo in cammino, — disse il capo, con viva gioia.
Ad un suo cenno Alfredo ed Antao furono slegati, condotti nella capanna
reale e serviti di birra, di carne di bue arrostita e di focaccie di
sorgo, ma alla porta si erano collocati dieci uomini per impedire a
loro di prendere il largo prima di aver fatto cadere la pioggia.
— Sono curioso di sapere come finirà quest’avventura, — disse Antao,
fra un boccone ed un sorso di birra. — Come faremo a sbarazzarci del
vecchio negro e della sua scorta?...
— Vedrai che tutto finirà bene, — rispose Alfredo. — Noi li condurremo
verso l’accampamento e vedremo allora se sapranno resistere ai fucili
di Asseybo e dei dahomeni. Il mio servo è astuto e chissà che a sua
volta non prepari un’imboscata.
— Lo speri.
— Sono certo che Asseybo ci ha seguìti da lontano, per vedere dove ci
hanno condotti. Egli è d’una affezione a tutta prova.
— Che abbia già avvertito la ragazza ed i dahomeni?
— Non ne dubito, Antao. Egli deve essere tornato all’accampamento per
concertarsi con Urada.
— Staremo attenti per approfittare della paura e della sorpresa di
questi superstiziosi negri che si ostinano a crederci fabbricatori di
pioggia. Strana idea che si sono cacciati in capo.
— Non è da farne meraviglia, Antao. Vi sono molti dei loro sacerdoti
o stregoni che pretendono di essere _fabbricatori di pioggia_, come li
chiamano questi negri.
— Una professione un po’ difficile.
— Ma fruttifera, Antao. D’altronde quei furboni si prendono molto tempo
prima di farla cadere, pretendendo di dover prima cercare delle piante
difficili a trovarsi. Finchè fingono di cercare per mesi e mesi, la
pioggia finisce col venire e si addossano il merito di essere stati
loro.
— Sono dei volponi astuti.
— Che sfruttano abilmente l’ingenuità di questi poveri diavoli di
negri. Ah!... Ecco la scorta!... Partiamo Antao e andiamo a frugare la
foresta. Avremo da ridere. —
Il capo, vestito di gala, coll’elmetto adorno di piume, le braccia e
le gambe cariche di braccialetti d’avorio e di perle di vetro, e con
un sottanino nuovo di color rosso, li attendeva al di fuori, assieme a
dodici giovani guerrieri armati di lancie e di coltelli.