La carovana, dopo una breve fermata sull’opposta riva del Deise, altro
affluente del Volta, erasi da qualche ora messa in marcia, quando
l’olfatto del negro fu colpito da un odore di bruciaticcio, che il
vento portava dall’ovest.
Non era però quell’odore particolare che tramandano le piante
resinose che vengono divorate dalle fiamme, ma un altro più acuto, più
sgradevole e che pareva prodotto da ammassi di carne bruciata.
— Padrone, — disse, tornando rapidamente indietro. — Qualche cosa
succede in mezzo od ai confini della foresta.
— Che quei furfanti abbiano incendiata la boscaglia per costringerci a
retrocedere? — si chiese Alfredo, con inquietudine. — Questo odore di
bruciaticcio può annunciarci un grave pericolo.
— Non sarà facile che questa immensa foresta prenda fuoco come uno
zolfanello, — disse Antao.
— Possono aver incendiati dei macchioni d’alberi resinosi, — rispose
Alfredo.
— Ma si direbbe che mille cuochi stanno arrostendo dei milioni di
costolette. Non senti che odore?...
— Sì, Antao.
— Da cosa provenga?...
— Non lo so.
— Mandiamo Asseybo su un albero. Di lassù potrà forse vedere se è la
foresta che brucia. —
Il negro fu lesto a obbedire. Avendo osservato che un grosso tek
lanciava la sua cima molto più in alto di tutti gli alberi vicini,
aiutato dai due schiavi potè raggiungere i primi rami e quindi issarsi
fino agli ultimi.
Dall’alto di quell’osservatorio il suo sguardo potè spaziare
liberamente sopra tutta la foresta e scorgere distintamente, a meno di
due chilometri di distanza, alcune colonne di fumo che s’innalzavano
presso un largo fiume, il quale tagliava tutto l’orizzonte occidentale.
Pareva però che invece degli alberi bruciassero delle erbe, poichè in
quella direzione non si vedevano che rade piante e nessuna ardeva.
Ad un tratto i suoi sguardi videro avanzarsi fra gli alberi vicini,
come un largo serpente di colore oscuro, il quale minacciava di
tagliare in due la foresta.
— Canaglie, — mormorò. — Ora comprendo tutto. —
Si lasciò cadere di ramo in ramo con rapidità fulminea e giunto a terra
afferrò per la briglia il primo cavallo e si mise a correre, gridando:
— Presto, padrone, o non potremo giungere al fiume prima di tre o
quattro giorni. Frustate i cavalli o sarà troppo tardi. —
Senza chiedere spiegazioni, comprendendo che se Asseybo così agiva
doveva avere le sue buone ragioni, i due europei ed i dahomeni si
precipitarono dietro a lui, bastonando i cavalli per farli galoppare.
Il negro correva sempre, descrivendo un semicerchio, come se volesse
sfuggire un gran pericolo che pareva dovesse venire dal nord-ovest
e gettava intorno sguardi smarriti come se temesse da un istante
all’altro di venire assalito.
— Diavolo d’un paese, — brontolava Antao, che trottava a fianco dei
cavalli. — Si può mai essere un po’ tranquilli? Cosa sta per accadere
ora?... Ieri le vespe ed oggi avremo qualche nuova specie di calabroni
o di pipistrelli!... —
Ad un tratto udirono Asseybo a gettare un grido di trionfo.
— Ehi, negro del malanno!... — urlò Antao. — Sono fuggiti anche i
calabroni?... Se mi fai correre ancora un po’ scoppio o mi prendo un
colpo di sole.
— Presto!... — gridò Asseybo. — Siamo giunti in tempo!...
— In tempo di cosa?... — chiese Antao, che con un ultimo sforzo lo
aveva raggiunto.
— Di passare salvando la nostra pelle.
— Da chi?...
— Guardate!... —
Il portoghese guardò sotto gli alberi, vide e scoppiò in una risata
fragorosa.
— Un gorilla mi strangoli se costui non è pazzo!... — esclamò.
— No, Antao, — disse Alfredo. — Asseybo non è pazzo e se sei ancora
vivo, puoi ringraziare lui solo.
— Ma.... non vedi che sono formiche?...
— Sì, delle formiche, ma che non lascierebbero un brano di carne
nè addosso a te, nè addosso ad un feroce leopardo. Mio caro, siamo
sfuggiti ad un grave pericolo ed ancora una volta i ladri hanno fatto
un buco nell’acqua. —