Il negro, i due dahomeni e perfino i due cavalli, presi da un
inesplicabile terrore, si erano dati ad una fuga precipitosa,
quantunque nessun animale fosse comparso dinanzi a loro.
Antao ed Alfredo, credendo che sotto le macchie si celasse qualche
leone o qualche leopardo, invece di seguire i loro uomini si erano
arrestati, armando precipitosamente i fucili, pronti a far fronte al
pericolo.
Con loro non poca sorpresa, non udirono alcun ruggito, nè alcun urlo
che potesse giustificare la paura dei negri e dei due cavalli, nè
videro in alcun luogo muoversi i rami delle macchie.
— Ma cosa avrà veduto Asseybo? — chiese il portoghese, sempre più
stupito. — Eppure quel negro è coraggioso e non si spaventa per un
nonnulla.
— Che abbia scambiato qualche grossa radice nera per un serpente?... —
mormorò Alfredo. — Guardo dappertutto, ma non vedo assolutamente nulla
che possa spaventarci. —
Ad un tratto però udì in aria un acuto ronzìo ed alzati gli occhi, vide
volarsi incontro uno sciame d’insetti un po’ più grandi delle nostre
vespe. Un grido di terrore gli sfuggì:
— Antao!... Fuggiamo!... Le _elovas_!... —
Il portoghese, quantunque si meravigliasse che il compagno avesse tanta
paura di uno sciame di vespe, vedendolo levarsi rapidamente la giacca,
coprirsi la testa ed il viso e quindi fuggire a precipizio, credette
saggia cosa imitarlo, correndogli dietro.
Le vespe però volavano rapidamente e come fossero furiose di
vendicarsi, li perseguitavano senza posa, ronzando attorno a loro e
cercando d’introdursi fra le pieghe delle giacche.
Alfredo, quantunque non potesse vederci bene, cercava dirigersi verso
il luogo ove si udivano le grida dei negri. Pareva che avessero trovato
un ricovero contro gli assalti di quegli ostinati insetti, poichè
urlavano senza posa:
— Qui padrone!... Presto, qui padrone!... —
Attraversato un lembo della foresta, i due fuggiaschi scorsero i
loro uomini ed i due cavalli tuffati in uno stagno che pareva fosse
profondo, poichè non sporgevano che le loro teste.
Alfredo vi balzò dentro senza esitare ed il portoghese, che si sentiva
addosso quelle dannate vespe, gli tenne dietro, mentre i negri, coi
loro cappelli di foglie di cocco, respingevano i piccoli assalitori con
abbondanti getti d’acqua.
Parve che quegli spruzzi riuscissero molto incomodi alle vespe perchè
si affrettarono ad innalzarsi e quindi a volare verso i boschi in
gruppo serrato.
— Se ne sono andate? — chiese Antao, che non sapeva ancora decidersi
a levarsi la giacca protettrice. — Morte di Urano e di Saturno!... Ma
erano idrofobe adunque?...
— L’acqua non fa per loro, — rispose Alfredo. — Fortunatamente i nostri
uomini hanno trovato questo stagno che ci ha salvati.
— Bah!... Convengo che le punture delle api non sono piacevoli,
Alfredo, ma anche senza quest’acqua non ci sarebbe toccato un guaio
serio.
— T’inganni, Antao. Conosci quelle vespe?...
— No, ma mi parvero simili alle nostre.
— Ma tu ignori che veleno terribile iniettano quegli insetti che dai
negri sono chiamate _elovas_. Ti produce un tale dolore, da impazzire o
poco meno e che ti dura due o tre giorni.
Le _elovas_ sono più temute delle mosche _ibolai_, le quali posseggono
dei pungiglioni così acuti da passare perfino i calzoni. Non vi è alcun
negro che osi avvicinarsi agli alberi dove hanno costruito il loro
nido.
— Ma chi le ha disturbate?...
— Io, — rispose Asseybo. — Ho incespicato in qualche cosa che era stata
tesa attraverso il sentiero, forse qualche liana e sono caduto addosso
ad un ramo che era stato appoggiato appositamente al cespuglio abitato
dalle _elovas_. Sentendo muoversi i rami sui quali avevano costruiti i
nidi, temendosi forse assalite, si sono affrettate a darci addosso.
— Un ramo appoggiato appositamente? — chiese Alfredo.
— Sì, padrone, e qualcuno lo aveva collocato attraverso il sentiero,
per far scatenare le _elovas_ contro l’imprudente che lo avesse urtato.
— Ma chi credi che sia, quel «qualcuno?»
— Uno dei ladri che inseguiamo, padrone.
— Furbi, quei furfanti! — esclamò Antao. — Forse speravano che le api
ci cacciassero in corpo tanto veleno, da diventare gonfi come otri.
— Ed immobilizzarci due o tre giorni per sfuggirci, — aggiunse Alfredo.
— Di queste astuzie bisogna attenderne ben altre, ma non ci avanzeremo
che con prudenza. —
Essendo intanto calata la notte, risolsero di accamparsi presso quello
stagno, quantunque non fosse prudente arrestarsi in quel luogo, che
poteva servire di abbeveratoio a tutti gli animali della foresta.
Avevano però la probabilità di ammazzare qualche capo di selvaggina ed
un buon arrosto di carne fresca lo desideravano tutti.
Fu con questa speranza che Antao ed Alfredo, dopo una cena frugale,
essendo a corto di provviste, andarono ad imboscarsi all’opposta
estremità dello stagno, nascondendosi in mezzo a quattro grossi alberi
che potevano proteggerli contro qualsiasi improvviso assalto.
Quell’attesa pareva da principio promettente, poichè appena l’oscurità
cominciò a diventare fitta, una banda di animali sbucò dalla foresta,
correndo allo stagno per dissetarsi, ma era composta esclusivamente di
sciacalli e nessuno dei due cacciatori si sentiva capace di fare onore
ad un arrosto di cane selvatico.
Più tardi, allontanatisi quei notturni predatori, videro avanzarsi
prudentemente un superbo leopardo, ma pareva che si dirigesse verso lo
stagno più spinto dalla speranza di sorprendere qualche vittima che per
dissetarsi. Accortosi però della presenza dei cacciatori e prevedendo
forse che nulla avrebbe avuto da guadagnare in una lotta con loro, con
un grande salto si rintanò nella foresta, andando a cercare altrove
prede meno pericolose.
Non vedendo comparire altri animali, i due cacciatori, ormai disperando
di abbattere qualche succulenta gazzella stavano per tornarsene
al campo, quando alzando gli sguardi sui rami d’un albero vicino,
scorsero parecchi punti luminosi, giallastri, che ora apparivano ed ora
scomparivano.
— Sarei curioso di sapere cosa vi è lassù, — disse Antao. — Che siano
uccellacci notturni?
— Sarebbero volati via, — rispose Alfredo. — Credo invece che lassù ci
sia l’arrosto che cerchiamo.
— Allora saranno scimmie e se sono tali lascio l’arrosto ai tuoi negri.
— No, Antao, non sono scimmie e te lo proverò. —
Il cacciatore puntò la carabina e fece fuoco. Subito si videro quei
punti luminosi balzare attraverso i rami dell’albero, mentre un corpo
precipitava al suolo emettendo un debole grido.
— Non mi ero ingannato, — disse Alfredo. — L’arrosto è venuto, piccolo
sì ma squisito. —
Il portoghese, senza sapere di cosa si trattasse, non volendo essere da
meno del compagno mirò due punti luminosi che brillavano all’estremità
d’un ramo e fece capitombolare un altro corpo.
— Vediamo ora cosa sono, — disse.
Alfredo aveva raccolto le due prede e le guardava con curiosità.
Erano due animaletti grossi come scoiattoli, non essendo più lunghi
di diciotto o venti centimetri, col corpo esile, il pelame corto,
fitto, grigio fulvo sul dorso e biancastro sul ventre e con due orecchi
straordinariamente grandi per degli esseri così piccoli.
— Che animali sono? — chiese Antao.
— _Galangoni_, — rispose il compagno. — Sono animaletti di abitudini
notturne, che vivono ordinariamente sugli alberi nutrendosi d’insetti e
delle gomme delle piante resinose.
— Hanno degli orecchi veramente mostruosi!
— Ma utili per loro, poichè per dormire senza venire disturbati, li
ripiegano chiudendo perfettamente l’udito.
— Quest’arrosto lo serberemo per la colazione. —
Essendo prossima la mezzanotte, i due cacciatori tornarono al campo per
gustare un po’ di riposo sotto la guardia di un dahomeno.
Ai primi albori la carovana, attraversato il Dschawoe in prossimità
delle sue sorgenti, un fiume d’un corso non breve e che va a scaricarsi
nel Volta, si rimettevano in marcia dietro le tracce dei fuggiaschi
che erano state ritrovate, dopo però lunghe ricerche, sull’opposta
riva. Quelle tracce si dirigevano ora in linea retta, verso l’ovest,
in direzione del Volta, fiumana grandissima che forma la frontiera
orientale del potente regno degli Ascianti. Ormai non vi era più da
ingannarsi: i ladri si recavano in qualche cittadella di quel regno
per disfarsi degli oggetti rubati ai due bianchi con maggior profitto,
essendo i villaggi dei Krepi troppo poveri per fare simili acquisti e
sprovvisti specialmente di metalli preziosi.
Alfredo aveva creduto per un momento che avessero avuta l’intenzione di
recarsi a Kpandu, una delle più grosse borgate dei Krepi, situata al
di là del 7° di latitudine settentrionale, ma la linea quasi diritta
che mantenevano le tracce e sempre verso occidente, lo aveva convinto
del contrario. I ladri ormai dovevano mirare ad Abetifi, che è una
delle più importanti città degli Ascianti, celebre pei suoi mercati
settimanali che attirano numerose carovane e molti ricchi negozianti di
Cumassia, la capitale del regno.
Le foreste che si estendevano al di là dello Dschawoe, permettevano
fortunatamente di procedere con maggior lestezza, non essendo ingombre
di liane e di radici. Gli alberi erano riuniti in grandi gruppi, ma
lasciavano qua e là degli spazi liberi abbastanza vasti ed affatto
privi di quegli intricatissimi cespugli che ordinariamente occupano le
radure delle foreste africane.
Asseybo che si manteneva sempre alla testa della carovana, osservava
scrupolosamente le piante vicine alle tracce lasciate dai fuggiaschi,
le quali erano sempre visibili, mantenendosi il suolo umido, ma
non riusciva più a scoprire alcun segnale della giovane negra. Era
da supporre che i suoi rapitori si fossero accorti degli oggetti
lasciati cadere per guidare gl’inseguitori e che ora la sorvegliassero
attentamente.
Sospettando poi sempre qualche nuova astuzia, il bravo negro guardava
attentamente anche il suolo, per tema di porre i nudi piedi su qualche
spino avvelenato nascosto entro terra o di cadere in qualche profonda
buca armata di un palo aguzzo e ricoperta accuratamente in modo da
ingannare perfino le fiere, astuzie ben note ai dahomeni.
Sentiva per istinto che quei furfanti, dopo il primo tentativo di
arrestarli per alcuni giorni colle atroci punture delle pecchie, non
avrebbero tardato a tendere altre insidie e forse più pericolose, per
sbarazzarsi di loro.