Anno di CRISTO MCCCCLXIV. Indiz. XII.
PAOLO II papa 1.
FEDERIGO III imperadore 13.
Con tutta l'ansietà di _Pio II_ pontefice di far una spedizion
memorabile contra de' Turchi, giunti oramai colle tante loro vittorie e
conquiste a minacciar fino la stessa Italia[1], fin qui non avea potuto
dar compimento all'ardente sua brama per cagion della guerra suscitata
nel regno di Napoli, in cui anch'egli s'era impegnato. Ora che vide
assicurato sul trono l'amico suo _Ferdinando_, ed atterrato _Giovanni
duca_ d'Angiò[2], il quale nell'anno presente se ne ritornò a' suoi
paesi in povero stato, ma con fama di valoroso signore e molto dabbene;
si applicò con tutto vigore a promuovere il disegno di far grandi
imprese in Oriente. Nel dì 18 di giugno mosse da Roma, ed inviossi
alla volta d'Ancona, città allora afflitta dalla peste, dove, secondo
i concerti fatti, si aveano a raunar tutte le genti e navi destinate a
procedere contra de' Turchi, e che da tutte le parti della cristianità
colà concorrevano. Lo stesso pontefice protestava e faceva sapere da
per tutto di voler egli in persona montar sulla flotta per assistere
ed animare i campioni cristiani[3]. Non mancarono maliziosi, i quali
credettero tal voce un colpo di politica solamente per tirar gente a
quell'armata. Aggiungono, che egli meditava di navigar solamente sino
a Brindisi, e di quivi trovar pretesto di malattia, o di disunione,
per tornarsene, finito che fosse il verno, a Roma. Ma il Cardinal di
Pavia _Jacopo Ammanati_, che seco era, e descrive il suo viaggio, ci
assicura[4], essere stato verissimo il proponimento del pontefice.
Arrivato esso papa ad Ancona, malconcio di salute, si fermò ad
aspettar la flotta veneta, che dovea giugnere col doge stesso, cioè con
_Cristoforo Moro_. S'avea anche certezza che _Filippo duca_ di Borgogna
era per venire in persona. Giunse in oltre gran gente crocesegnata per
imbarcarsi; ma tra il tardare ad arrivar le navi, ed il non veder essi
capitano alcuno di grido eletto per comandar l'armata, moltissimi se
ne tornarono alle lor case. Pure, non ostante l'infermità del corpo,
l'intrepido pontefice sollecitava l'impresa. Crescendo intanto i
suoi malori, nel giorno stesso 14 d'agosto, in cui giunse ad Ancona
la flotta dei Veneziani, peggiorò talmente papa _Pio II_, che nella
seguente notte rendè lo spirito a Dio[5] fra le lagrime de' porporati
che l'aveano seguitato, e di tutti i suoi familiari. Chi vuol conoscere
il maraviglioso ingegno di questo pontefice, legga ciò che ne lasciò
scritto un altro insigne ingegno, cioè il cardinal di Pavia suddetto
nelle lettere sue[6]; oppur legga le opere ed epistole del medesimo Pio
II, ossia d'Enea Silvio. Per la morte sua restò dipoi troppo sturbata
l'impresa della crociata, e seguitarono perciò ad andare alla peggio
le cose de' cristiani in Oriente. Col corpo del defunto pontefice
si trasferirono a Roma i cardinali, ed, entrati in conclave nel dì
31 d'agosto, come ha il Platina[7], oppure nel dì 30, come scrivono
l'Infessura[8] e l'autore della Cronica di Bologna[9], elessero
papa Pietro Barbo cardinale di San Marco, ch'era in concetto di gran
politicone le cui azioni si veggono descritte da Michele Cannesio nella
Vita di lui. Questi prese il nome di _Paolo II_, e fu poi coronato nel
dì 16 di settembre. S'applicò ben tosto il novello papa a continuare i
disegni del suo predecessore per la guerra contra del Turco, con poco
successo nondimeno, andando a finir tutte le promesse dei principi in
belle parole e pochi fatti.
_Francesco Sforza_ duca di Milano, che, quantunque esibisse delle
truppe, pure meno degli altri si sentiva voglia di accudire a
guerreggiar contro ai Turchi, e sembra che si ridesse dei preparamenti
già fatti da _Pio II_[10], perchè pensava unicamente a ciò ch'era
d'interesse suo proprio; giunse in quest'anno a compiere la tela sua
ordita per insignorirsi di Genova. Era tuttavia in potere di _Luigi
XI_ re di Francia la città di Savona, che altro non gli fruttava se
non della spesa per la guarnigione occorrente ad essa e a tre fortezze
ivi esistenti. Coi suoi maneggi il sollevò da questo peso l'avveduto
duca di Milano, avendone ottenuto da lui il possesso; al qual fine
inviò colà un corpo di gente. Non passò gran tempo che Albenga e tutta
la riviera occidentale del Genovesato venne, senza adoperar la forza,
alle sue mani. Questo primo passo facilitò i seguenti. Trovavasi la
città di Genova da incredibili dissensioni dei cittadini lacerata.
Infin gli stessi Fregosi, uno de' quali, cioè Paolo arcivescovo, era
anche doge, non serbavano fra loro migliore armonia che gli altri:
tutti bei preparamenti per far riuscire il cambiamento delle cose a
seconda dei desiderii del duca di Milano. Dei nobili disgustati di
quello sfasciato governo, oppure dei banditi dalla patria, non pochi
si accostarono allo Sforza, pregandolo di liberar la loro città dalla
tirannia dell'arcivescovo. Trasse egli inoltre nel suo partito con
promesse larghe e con assai lusinghe _Ibleto dal Fiesco_, _Spineta
Fregoso_ e _Prospero Adorno_. Ciò fatto, spedì verso Genova molte
brigate di sua gente, che, unite colle altre raccolte dai fuorusciti,
si presentarono sotto quella. Di più non occorse perchè l'arcivescovo
Paolo coi suoi aderenti, dopo aver ben presidiato il castelletto,
si ritirasse per mare fuori della città. Pochi giorni passarono che,
per opera specialmente d'Ibleto, entrarono le armi sforzesche nella
città, fu acclamato per loro signore il duca di Milano, e da lì a
non molto anche il castelletto gli aprì le porte. Allorchè comparvero
a Milano gli ambasciatori di Genova, si studiò il duca di riceverli
con istraordinaria magnificenza, e li rimandò ben contenti. Così egli
coll'acquisto di quella possente città accrebbe di molto la potenza
sua, e nella stessa città tornò la quiete e la giustizia che da gran
tempo ne erano sbandite.
Già si accennò la corrotta fede di Ferdinando re di Napoli: in
quest'anno ancora se ne provarono i mali effetti. Grandissimo signore
era _Marino Marzano_, perchè possedeva il principato di Rossano, il
ducato di Sessa ed altre città e terre, riferite dall'autore dei
Giornali di Napoli[11]. Per la pace fatta nel precedente anno con
Ferdinando, egli se ne vivea assai quieto. Ma Ferdinando, che non
sapea perdonare a chi l'avea offeso, e nulla curava i giuramenti da
sè fatti, fingendo, nel principio di giugno dell'anno presente[12],
di andare a caccia, quando fu ai confini di Sessa, mostrò desiderio
grande di abbracciare il duca e il figliuolo, a cui avea già promessa
in moglie _Beatrice_ sua figliuola, cioè quella che divenne poi regina
d'Ungheria. Andato il duca, fu preso e posto senza speroni sopra una
muletta, e condotto alle prigioni di Napoli. Occupò il re tutti i di
lui Stati, ed imprigionò anche i di lui figliuoli, non senza grave
taccia del duca di Milano e di Alessandro Sforza, perchè, fidandosi
di loro, ed avendo dati loro in ostaggio tre suoi castelli, s'era
esso duca indotto al precedente accordo, accorgendosi troppo tardi
d'essere stato tradito anche da loro. Grande apprensione e timore
concepirono per questa infedeltà di Ferdinando _Jacopo Piccinino_
e i _Caldoreschi_, troppo chiaro conoscendo che poco capitale potea
farsi delle parole e della fede di questo re. Infatti egli pelò poscia
non poco essi Caldoreschi, e loro tolse molti Stati che godeano in
Abbruzzo. Del Piccinino parleremo all'anno seguente. Degno è intanto
_Cosimo de Medici_ che si faccia menzione di sua morte, accaduta nel
dì primo d'agosto dell'anno presente[13], perch'egli fu uno de' più
accreditati personaggi di questo secolo, e riputato fra i privati
cittadini il maggiore e più ricco d'Italia. Colla sua saviezza e
destrezza gran tempo governò ed aggirò come a lui piacque la repubblica
fiorentina, e lasciò inestimabili ricchezze a Pietro suo figliuolo,
ma non già il suo senno. Venne anche a morte in quest'anno nel dì 19
di gennaio[14], in Casale _Giovanni IV_ marchese di Monferrato senza
prole, epperò gli succedette _Guglielmo_ suo fratello, di cui più volte
abbiam parlato di sopra.