Di quale satira e di quale scherno, e in quanto simile e in quanto no a
quelli dei predecessori, il Giusti lo ha raccontato in quell'aneddotino
tra carnevale e quaresima, che intitolò _I brindisi_. Dove egli,
raccolti in brigata i tipi appunto della sua satira, fa prima
brindisare l'abate volterriano nelle solite sestine da colascione,
lardellate di equivoci tra il grasso e il magro, il sacro e il profano;
e poi s'alza lui, e in strofette saffiche dove il quinario è come
l'aculeo dell'ape che sfiora e della vespa che punge, dà l'aíre al
«Brindisi per un desinare alla buona»:
A noi qui non annuvola il cervello
la bottiglia di Francia e la cucina,
lo stomaco ci appaga ogni cantina
ogni fornello.
. . . . . . . . . . . . . . .
Chi del natio terreno i doni sprezza
e il mento in forestieri unti s'imbroda,
la cara patria a non curar per moda
talor s'avvezza.
. . . . . . . . . . . . . . .
O nonni, del nipote alla memoria
fate che torni, quando mangia e beve,
che alle vostre quaresime si deve
l'itala gloria.
. . . . . . . . . . . . . . .
Tutto cangiò: ripreso hanno gli arrosti
ciò che le rape un dì fruttaro a voi;
in casa vostra, o trecentisti eroi,
comandan gli osti.
E strugger poi, crocifero babbeo,.....
Al qual punto il malcapitato padron di casa interrompe, col pretesto
del caffè; e il poeta ci regala la parte rimastagli in tal modo fra il
bicchierino e la chicchera:
E strugger puoi, crocifero babbeo,
l'asse paterno sul paterno foco,
per poi, briaco, preferire il cuoco
a Galileo;
e bestemmiar sull'arti, e di Mercato
maledicendo il Porco, e chi lo fece,
desiderar che ve ne fosse invece
uno salato?
. . . . . . . . . . . . . . .
Oh beato colui che si ricrea
col fiasco paesano e col galletto!
senza debiti andrà nel cataletto,
senza livrea.
Programma, com'oggi dicesi, del suo poetare; in contrapposto, annotava
egli stesso, alle «brutte facezie, che hanno avuto voga per tanto
tempo, lusingando l'ozio e la scempiataggine».
E nella «Origine degli scherzi», altra saffica che ben a ragione è
stata chiamata la sua «Arte poetica», dice come, dopo avere da giovine
«sbagliato se stesso» e «pagato al Petrarca il noviziato», la coscienza
aveva rettificata la sua vocazione, e di mezzo alle due scuole d'allora
de' Classici e de' Romantici aveva fatto balzar fuori la satira sua
paesana, «nel suo volgare, col suo vestito», satira nutrita d'amarezza
e di sdegno, «riso che non passa alla midolla», come quello del
saltimbanco,
che muor di fame, e in vista ilare e franco
trattien la folla.