Il vero è, ch'egli aveva, come nessuno de' contemporanei suoi, anche
de' maggiori, riassunta alle lettere la toscanità della lingua,
tornando alle fonti genuine del parlar popolare, ma questo poi
atteggiando con vigoria d'artista in quelle forme di satira che gli
eran balzate alle mani, nemmen lui sapeva come, e esperimentatele
dapprima in gingilli di poco sugo, e alcuni anche sguaiatelli
e volgarucci, con molta diffidenza di sè medesimo, le aveva poi
deliberatamente elette siccome acconcie al suo disegno, quale gli si
era venuto maturando nella mente. E questo era di far servire la Satira
a qualche cosa di ben alto; ossia al fine nazionale, verso cui tutte
convergevano, serrandosi sempre in più stretto fascio, le volontà e le
intelligenze italiane; e di questo ufficio della Satira vera e propria
privilegiare la così detta Poesia giocosa, «ripulendola» son sue
parole «dalla vana chiacchiera, dalla disonestà, dalla inutilità, che
l'hanno «deturpata anco nelle mani dei maestri». Su qualche tentativo
da lui fatto di poesia politica nelle forme tradizionali di tanti
canzoneggiatori mediocri, egli scrisse di sua mano senz'esitare: «prosa
rimata».
La poesia d'intendimenti politici era in Italia rampollata naturalmente
da quella d'intendimenti civili del Parini e dell'Alfieri; e più
particolarmente il nome di questo, con gli ideali suoi di antiche virtù
repubblicane e col disdegno di tutto quanto non fosse sinceramente
italiano, era rimasto simbolo di quella italianità, le cui tradizioni,
conservate e alimentate dalla letteratura lungo i secoli di servitù
e decadenza, aspettavano, per fiorire e allignare in novello ordine
di cose, occasioni propizie dalle esteriori vicende. Fra queste
vicende si trabalzò, nei burrascosi anni di Rivoluzione e d'Impero,
la musa banderuola del Monti, fantasia mirabile di poeta senz'anima
di cittadino, _canto di Virgilio senza cuore di Dante_: — di mezzo
a quelle vicende, mescolandovisi oratore e soldato, cattedratico
e pubblicista, il Foscolo, ben altro intelletto, sentì che non
era Italia in quelle «reggie adulate dove il ricco e il dotto e il
patrizio vulgo si seppellivano»; e al risorgere di un «futuro popolo
italiano», che l'Alfieri aveva vaticinato, preconizzò auspicii degni
dai Sepolcri di Santa Croce: — e a questi sepolcri pure si volgeva,
pallido della breve esistenza morbosa, il Leopardi, e vi salutava
come altare di civil religione il cenotafio di Dante; e al valore
italiano, prodigato in terra straniera per gli stranieri derubatori
della nostra, evocava la trenodia di Simonide sui Trecento morti con
Leonida per la patria. Erano le voci della grande arte antica, erano
le virtù della civiltà grecolatina, che nella latina penisola si
risvegliavano spontanee, prenunciatrici legittime della rivendicazione
nazionale. Ma dalle memorie dei tempi venuti dopo la caduta di Roma
pagana; dalle rovine dell'evo barbaro, di su le quali, all'ombra
conserta del Papato e dell'Impero, il Comune era sorto e passato per
dar luogo agli Stati; un'altra voce si levava, che inneggiato prima
a Cristo liberatore dell'umanità, affigurava poi sotto più aspetti,
e con le forme oggettive del dramma e del romanzo, nelle intrusioni
sovrapposte di Longobardi e di Franchi, nelle guerre fratricide
degli Stati indipendenti, nelle vergogne lacrimevoli dell'oppressione
spagnuola, tutta la storia luttuosa delle servitù italiche; e in nome
della cristiana civiltà affermava, nel cospetto delle altre nazioni,
la esistenza d'una nazione italiana. Era la voce di Alessandro
Manzoni, ed era la prigionia del Pellico, erano dall'esilio i canti
del Berchet e del Rossetti, erano sulla scena classica o medievale
le figurazioni storiche del Niccolini, e nel romanzo quelle del
Guerrazzi e dell'Azeglio; che accompagnavano i moti del '21 e del
'31, e mantenevano, invitto a tutte le repressioni violente, non mai
sodisfatto sin che avesse trionfato, il sentimento della patria.
Di questo sentimento volle il Giusti essere l'interprete in
quella forma di poesia, dove la servitù non pure aveva impedito le
manifestazioni della verità nuda e cruda, ma aveva anzi favorito la
sostituzione della burla, dell'equivoco, della dissimulazione, della
bugia. Ed era complemento oggimai necessario, massime dopo i casi
del '31 e l'avvento regio della borghesia in quella Francia ormai da
più di quarant'anni teatro di tutto il mondo politico europeo, era,
dico, necessario che la poesia nostra non solo derivasse dal passato
le grandi ispirazioni e gli ammaestramenti, gli ammonimenti e i
rimproveri, ma per entro al presente valesse e sapesse rimuginare il
bene e il male della vita quotidiana, e in vive figure atteggiarlo:
nè ciò poteva fare con efficacia, se non adattando a tale figurazione
la veste dell'ironia, dello scherzo, dello scherno; nè questa veste
poteva contessersi che di forme per eccellenza idiomatiche, cioè a
dire toscane. Con tale concetto aveva il Leopardi data forma alla sua
Batracomiomachia allegorica, ringiovanendo con felicità di grande
artista il poemetto eroicomico; non però aspirando certamente con
quello, in pieno secolo decimonono, a popolarità di lettori, di
recitatori, d'imitatori. Con tale concetto Cesare Correnti, salutando
anonimo l'anonimo Poeta toscano «delle vispe e mordenti caricature»,
dopo ricordato che «dalle sublimi imprecazioni dell'Alighieri alle
calme e solenni proteste del Manzoni, la poesia non disertò mai la
causa della patria e della sventura, non disperò mai della giustizia
di Dio e dell'avvenire del Popolo», diceva che ben da Milano, quartier
generale degli oppressori, eran venute le «melodie rossiniane» del
Berchet, «ma dall'arguta Toscana, dalla patria del Berni e della
commedia italiana, doveva venire il poeta popolare della satira e dello
scherno».