Dal

Girella, emerito

di molto merito,

al _Credo_ bestemmiato da Gingillino,

_Io credo nella Zecca onnipotente_

_e nel figliuolo suo detto Zecchino;_

dalla Ghigliottina a vapore, che

fa la testa a centomila

messi in fila,

alla visione papale del Gioberti, di

prete Pero, buon cristiano

lieto semplice e alla mano,

che

vive e lascia vivere;

dalla

pallida capelluta

parodia d'Assalonne,

alla coppia felice, che

l'amorosa si chiama Veneranda

e l'amoroso si chiama Taddeo;

dal giro pe' chiostri

contando i tumoli

degli avi nostri,

alla partenza da Pisa, lasciando

la baraonda

tanto gioconda;

dal

Viva la Chiocciola,

viva una bestia

che unisce il merito

alla modestia,

all'esopiano re Travicello

piovuto ai ranocchi;

dal più o meno manzoniano

Apollo tonsurato

che dall'Alpi a Palermo

insegna il canto fermo,

alla patriottica baffuta Babele, che succhia

sigari e ponci;

dal «Toscano Morfeo» e dal «Rogantin di Modena», al padre X.

conservatore dello _statu quo_: dal Congresso di Pisa che suscita le

escandescenze del solito Rogantino, tirannetto

da quattordici al duetto,

all'idillio pacifico, che si direbbe scritto per l'Europa d'oggi,

Nè mai tanto apparato

d'anni crebbe congiunto

all'umor moderato

di non provarle punto.

Dormi, Europa, sicura:

più armi, e più paura.

Rispostici pertanto a quella dimanda, che nessuno de' nostri poeti c'è

come il Giusti affiatato e accostevole, un'altra subito ce ne facciamo:

— Donde attinse egli tale sua qualità? Fu natura? fu magistero? Ne

trovò egli, studiosamente cercandolo, il segreto? o senz'altro, gli

venne fatto così? Com'è che mettendoci in traccia di suoi predecessori,

questi non si rinvengono, anche ragguagliando uomini a tempi, arte

a vita sociale e civile, nè fra i Satirici propriamente detti,

dall'Ariosto pel Menzini all'Alfieri; nè molto meno fra i Satirici

urbani, che dai Latini anche più direttamente assumono il Sermone e

l'Epistola: e neanco poi, dove più si spererebbe, fra i burleschi, dal

Berni pel Fagiuoli e il Pananti al Guadagnoli? —

Infatti, la satira del Cinquecento, della quale l'Ariosto è

rappresentante meraviglioso, riflette spiccatamente il Rinascimento,

che tutta informa la poderosa letteratura di quel secolo principe, ed è

ancor essa, pur con andatura disinvolta e sprezzante, poesia signorile

e dotta. La satira dei Secentisti, anche quando col Menzini si atteggia

a vivacità fiorentinesca, non cessa di avere per nota sua dominante

la declamazione retorica e l'amplificazione curiale. L'Alfieri poi,

sfrondando cotesto frascame a buon dritto, però dissangua e stecchisce;

e troppo gravemente, all'energia dello stile fa in lui difetto la

spontaneità della lingua. Inoltre, il metro consacrato alla Satira è

la terzina, la grave e magistrale terzina; come del Sermone è il verso

sciolto, che il Gozzi accarezza blandamente, e il Parini magistralmente

atteggia e trasforma: metri, l'uno e l'altro, nei quali la virtualità

epica prevale sulla lirica, e perciò l'intonato e il governato

sull'andante e familiare. Troppo dunque siamo, rispetto a chiunque di

quelli scrittori, troppo siamo discosti dalla maniera del Giusti.

E questa medesima ragione del metro, già di per se pone distacco assai

fra lui e i cosiddetti burleschi, sinchè la forma tradizionale anche di

costoro séguita ad essere la terzina, o Capitolo, dal possente Berni e

dal Lasca spigliato al corrivo Forteguerri o allo sprolungato Fagiuoli

o al Saccenti triviale. Solamente quando il Pananti sostituisce a

quelle divenute ormai dicerie la stanza narrativa de' poemi giocosi;

la stanza narrativa, in sesta o ottava rima, che altri novellando

(innominabili) avevano esercitata più o meno toscanamente, e che il

Pananti atteggia specialmente al dialogo con felicità nuova; e quando

il Guadagnoli, con maggior toscanità di chicchessia, assume cotesta

umile e svelta sestina per le facezie de' suoi lunarii, alternando ad

essa i metri della più tenue lirica, l'ottonario, il settenario, il

quinario; — soltanto allora la poesia burlesca toscana ci fa presentire

il Giusti: ma.... Adagio a dare! come dice il popolo: chè chi

senz'altro lo aggregasse a quella famiglia di scrittori con la quale

pure qualche attacco, massime col Guadagnoli, lo ha, commetterebbe,

più che un errore, un'ingiustizia. Perchè bisognerebbe e al Pananti

e al Guadagnoli aggiungere una coerenza d'intendimenti sì civili e

sì d'arte, che nè l'uno nè l'altro ebbero: bisognerebbe addossare al

Giusti un bon po' di quella loro, sia pur simpatica, trasandatezza,

dalla quale invece egli anche ne' suoi primi tentativi, anche in

quelli un po' birichini e della vecchia maniera, quasi per istinto, si

tenne lontano: — e poi, forse, sarebbe lecito dire: «Vedete come la

poesia burlesca, nel secolo decimonono, si è svolta di mano in mano,

dal Pananti passando al Guadagnoli, e da questo salendo al Giusti.»

Il fatto è, che essa in que' due rimase burlesca; e nel Giusti,

conservando ma nobilitando l'impronta sua paesana, addivenne lei la

Satira nuova, che, messa a riposo l'antica, ne adempì con ben altro

vigore di effetti le veci.

E nata satira più specialmente della regione toscana, addivenne

popolare in tutta Italia, sì perchè a Italia tutta aveva il cuore

il Poeta, e sì per le virtù nazionali della lingua toscana. Nè in

altre regioni d'Italia nostra fu potuta la satira del Giusti imitare

tollerabilmente, come potè essere quella del Guadagnoli dal Fusinato

veneto. L'Italia ebbe dalla Toscana il suo Giusti; e basta. Rimase

poi all'idioma meneghino la gloria del Porta artista sovrano; e il

Piemonte patriottico ebbe un di mezzo fra il Giusti e il Béranger nelle

_Canzonette_ dialettali di Angelo Brofferio; e nel dialetto romanesco,

il Belli atteggiò a epigramma popolare quel vecchio peccatore

aristocratico del Parnaso italiano, il Sonetto; ve lo atteggiò con

arguzia che direi non emulata, se non avessimo, parlati dal popolo

pisano, i Sonetti di Renato Fucini.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 1 Terza serie - Lettere, scienze e arti · 第 15 / 44 题