GASTONE DELLA TORRE DI REZZONICO, _L'eccidio di Como._

Era notte: il Castellano e il suo più fido amico il Pellicione stavano

in una stanza appartata del Forte entrambi muti e pensosi seduti ai lati

opposti d'una massiccia tavola su cui ardeva una lampada infissa in un

lucerniere di bronzo. Medici teneva incrocicchiate le braccia, socchiuse

le ciglia e fiso lo sguardo nella parete di contro: portava il corsale

di ferro e il rimanente dell'abito stretto al corpo; il suo capo era

scoperto, per cui il lume rischiarava liberamente di profilo il suo

volto, a cui i neri ricciuti capelli, il pelo del mento e dei mustacchi

davano un carattere più deciso e severo. Pellicione vestiva un

giustacuore di panno bruno, con maniche larghe listate, serrate al

pugno; aveva in testa un cappello alto acuminato, con larghe falde che

gli ombreggiavano il volto sostenuto dalla sinistra mano, mentre teneva

la destra arrampinata negli intrecciamenti della complicata impugnatura

di sua spada che sopravanzava alla tavola.

Sulla faccia del Castellano, di quell'ardito avventuriero la cui sovrana

fortuna era prossima al tramonto, si vedevano dipingersi

alternativamente ora una dignitosa calma con cui sembrava assopisse

tutta la tempesta della mente, ora un lieve sogghigno minaccioso,

disfidatore, che tramutavasi in una maestosa guerresca alterezza con cui

pareva dire: "_Io mi son io ancora: nessuno m'ha interamente vinto o

domato_". Pellicione alzò gli occhi su di lui nel momento che il suo

viso aveva tale impronta, e come se gli avesse letti appunto in cuore

quelle parole, gli disse:

"Non è poi la prima volta che noi ci vediamo chiusi dai nostri nemici in

questo Castello. Sono trascorsi pochi anni da che i Grigioni venuti a

Bongo credevano averci ridotti, come l'orso, all'orlo del precipizio,

che è costretto a lasciarsi prendere od a balzarvi da se; pure non solo

se ne siamo liberati, ma li ricacciammo lontani, e divorammo assai del

loro: e in quel tempo questo Castello non contava la metà dei baluardi

da cui è riparato attualmente; nè v'era traccia di questo Forte e del

taglio: ora, oltre le difese murali ne possiamo sperare una più efficace

nei soccorsi del Conte d'Altemps che non può tardare gran fatto a qui

giungere co' suoi Tedeschi".

"Se fosse altri che il conte Volfango, rispose Gian Giacomo i cui

pensieri erano già divenuti più tristi, direi che mi ha tradito: ma egli

non è di ciò capace; e m'è forza pensare che sia stato incagliato nel

viaggio da secreti comandi dell'Imperatore che protegge il Duca. Se ciò

non fosse, una parte almeno delle bande Alemanne, in vista delle

pressanti istanze da me fatte, e delle sue promesse, doveva essere da

più giorni qui pervenuta, e avremmo impedito che ci stringessero

d'assedio. Ora che vuoi, mio caro? Abbiamo Grigioni a sinistra, Ducali a

destra. Dongo e Musso rigurgitano di soldati della Lega e del Vestarino,

che si sono stesi anche in tutto il paese all'intorno:, gli edificii che

m'appartengono vennero cangiati per loro in quartieri fortificati, i

monti circostanti muniti d'artiglierie, e il lago innanzi a questo

Castello coperto dalla loro flotta. Corenno, Gravedona, Rezzonico sono

cadute in loro potere, ed oggi si seppe che il Forte di Lecco fu preso

esso pure dall'Acursio, il quale vi fece crudelmente appiccare ai merli

il nostro Alvarez Carazon, siccome disertore di Spagna".

"Povero Catalano! (esclamò Pellicione lasciando cadere il braccio sul

tavolo, e guardando in alto sì che la metà inferiore del volto uscì

dall'ombra del suo largo capello.) Un buon compagnone di quella fatta!

che non aveva eguale sia colla spada, sia colla tazza in pugno! Dopo

essere stato al di là dì tanti mari quasi sin dove termina il mondo,

dopo avere incontrato tutti i pericoli del ferro, del fuoco, dell'acqua,

finire di corda per man d'un Ducale! Ah per la spada di san Michele! è

un insulto che non si può inghiottire!... Tu, sventurato Alvarez, avrai

resistito a lungo sperando sempre che noi giungessimo colà ad assalire

l'Acursio: sappi che tale appunto era la nostra brama, ma che le

maladette bombarde di Mandello ce lo impedirono ostinatamente...

quelle... sì quelle cagionarono la tua e la nostra ruina". Stette un

momento silenzioso, poi proseguì a mezza voce, come se parlasse tra se e

se, contando sulle dita, e facendo pausa ad ogni nome che proferiva:

Pirro Rumo prigioniero... il Catalano appiccato: morti di ferite...

Mandello,.. Matto... Negri... Falco... e il signor Ga.....!" Non osò

pronunciare intero questo nome, perchè il Castellano si scosse:, ed ei,

guardandolo, gli vide in faccia l'espressione del più cupo e profondo

dolore: i suoi occhi non s'inumidivano, perchè natura l'aveva privato

del dono delle lagrime, ma vi si scorgeva per entro una commozione che

indicava tutta la costernazione del pianto senza poterne avere il

sollievo. "Anch'esso pur troppo! disse, così giovine e dotato di tanto

valore! Il minore d'età di noi fratelli, e fu il primo! qual ferita

sarebbe al cuore di nostro padre s'ei vivesse ancora! Il buon vecchio lo

prediliggeva fra tutti i suoi figli, perchè l'ultimo, e perchè sperava

che non inclinasse alla guerra come io, Battista ed Agosto, nè alla

Chiesa come Giovan Angelo. Mi fu riferito che quando, io lasciai Milano,

e venni a prendere le armi sul lago, egli diceva a Gabriele allor

fanciullino: tu solo fra i miei figliuoli sarai sostegno del nome di tua

famiglia; tutte le mie speranze sono appoggiate sopra di te, ed ho

fiducia di vederti agiato e tranquillo, quando i tuoi fratelli saranno

tolti al mondo. Misero padre! egli morì ed io ho già fatto dar sepoltura

anche al suo Gabriele... e fu col sacrificio della vita di Falco, di

quell'intrepido e generoso montanaro che si giunse a togliere il

cadavere di mano ai nemici, che se non era quel mio Capitano, il suo

corpo sarebbe stato vituperato, o rimaneva pasto ai corvi sul lido di

Mandello!"

"V'ha chi dice, rispose il Pellicione, che Falco non sia perito nella

pugna, ma che fatto prigioniero, sia stato poscia ucciso dai Ducali".

"Assassini! Io accordai dopo pochi giorni la libertà ai loro soldati che

feci prigionieri nella battaglia di Bellaggio; essi scannano i miei da

vili e crudeli quali sono. Visitando ieri mia sorella e le cugine, che

feci ritirare qui abbasso in Castello, vidi seco loro la moglie e la

figlia di Falco: quanto sono desolate quelle donne! Veramente le

meschine perdettero tutto perdendo il padre e il marito; ma io non le

lascierò mai abbandonate sin che possederò anche il più debole mezzo per

sostenerle".

Dopo varii altri ragionamenti intorno l'esito sventurato dell'ultima

battaglia, Gian Giacomo considerando le sciagure che a lui sovrastavano

non seppe trattenersi dal nuovamente rimprocciare con acri parole al

Pellicione il mal consiglio datogli di rifiutare le trattative". A che

v'avrebbe giovato, rispose con ira a quei rimproveri il Pellicione,

l'essere in pace con quei di Milano, mentre gli Svizzeri, come vedete,

stavano già in procinto di piombarci addosso?"

"S'io fossi stato in accordo col Duca, le schiere dell'Altemps non

avrebbero trovati ostacoli a scendere in Italia, e con alcune centinaia

d'uomini di più mi bastava l'animo di rompere la Lega in modo da levarle

ogni forza da potersi riannodare".

"E con che volevate voi pagare le truppe del Conte, quando aveste

sborsati i quarantamila scudi, condizione principale del trattato, e si

foste rimasto colle casse vuote? Credete voi che senza prontissime paghe

quelle bande d'avventurieri v'avrebbero obbedito un sol giorno? Non vi

rammentate gli eccessi a cui si abbandonarono in Italia quelli venutivi

sette anni sono coll'esercito del Contestabile Borbone, e il saccheggio

dato a Roma ad onta dei comandi di Carlo, causato dalla loro insaziabile

cupidigia?" Il Castellano fremette, e nulla rispose ingolfandosi in

altri pensamenti: Pellicione rimase nella primiera attitudine silenzioso

e meditabondo esso pure.

Al suonare che fecero i tamburi indicando l'ora del mutarsi delle

sentinelle Pellicione si levò in piedi per partire; Medici, il cui

sembiante era ritornato tranquillo, alzatosi d'un tratto, s'accostò a

lui, gli prese la destra, e disse: "Ho l'intima persuasione che la sorte

non ci sarà tanto nemica da condurci al passo estremo; ma comunque sia,

non è agli uomini, la cui mano ha giammai abbandonata la spada, che il

morire pugnando reca spavento; e noi siamo in grado di far sentire a

molti e molti nemici quanto sia periglioso cimento l'accingersi a

penetrare sin dove siam noi. Or va, invigila le scolte, provvedi onde i

bombardieri non s'allontanino dalle batterie, desta la vigilanza delle

guardie alle vedette, e riconosci tu stesso dai baluardi se il nemico ha

prese nuove posizioni: io m'affido interamente a te; tu conosci quanto

ti tengo caro, ed io so quanto mi sei fedele".

Pellicione uscì di là compiutamente riconciliato in cuore col

Castellano, e si recò alle mura onde osservare se i posti venivano

diligentemente guardati e se tutto era disposto alla difesa. Sebbene la

notte fosse a mezzo il suo corso, trovò tutti i drappelli d'uomini

d'armi vegliare alla custodia del Castello di distanza in distanza come

erano stati distribuiti: s'affacciò ai merli del vallo e guardando dalle

feritoie, vide splendere abbasso e su pel monte vicino gran numero di

fuochi ch'erano accesi dai soldati del Duca commisti agli Svizzeri, di

cui s'udiva un lontano e confuso schiamazzare che si confondeva col

mormorío delle acque del lago che un notturno venticello rompeva alla

sponda: osservato il tutto attentamente, persuaso che il nemico nè

pensava nè poteva tentare una sorpresa, ripetè il moto di vigilanza, e

si ritrasse a riposo.

I guerrieri, e quasi tutte le poche persone d'altra qualità che si

trovavano rinchiuse in quella assediata Fortezza, benchè stordite dal

rapido ravvolgimento avvenuto nella fortuna del Castellano, pure siccome

legati a lui per tante cause, confidavano ancora ciecamente nella sua

indomabile intrepidezza, nella sua avvedutezza ed esperienza somma, di

cui avevano avute tante rimarchevoli prove, e si tenevano certi ch'egli

sarebbesi sciolto da quella stringente briga, ed avrebbe allontanato il

periglio, e restituita a tutti la libertà e la sicurezza ricuperando il

pristino potere.

Pei soli cuori d'Orsola e Rina non eravi più sollievo, non eranvi più

speranze, e la vita di queste donne infelici dir si poteva una

successione di lamenti e di pianti. Quel mattino della partenza delle

navi per la battaglia, appena Falco fu uscito con Gabriele dalla propria

casa onde recarsi al Porto del Castello, Rina crudelmente desolata dalle

dolorose parole dell'amante, pallida, travolta, s'abbandonò nelle

braccia della madre a lei con soffocati e rotti accenti palesando i

presentimenti funesti di che le si era mostrato ingombro il giovine

guerriero unico oggetto di tutte le sue cure: la madre volle

riconsolarla tentando di farle sparire dalla mente ogni sinistra

aspettativa; ma siccome ella stessa prestava somma fede agli interni

presagi, partecipò a poco a poco, riguardo al marito, ai timori della

figlia, che nell'animo suo più debole e pregiudicato presero quasi il

carattere d'una spaventevole certezza. Passarono le due donne tutto quel

giorno in un'angoscia inesprimibile, la quale non si sminuì che vicino a

sera quando Rina, non mai staccatasi dalla finestra verso il lago,

chiamò precipitosamente la madre facendole vedere in lontananza due

legni della flotta del Castellano che ritornavano a Musso. Si fece più

oscuro, e la figlia e la moglie di Falco scorsero palpitando que' due

legni passare nelle acque innanzi a loro rapide come due nere nubi

spinte, dalla tempesta, ed entrare nel Porto della Fortezza. Rina sentì

un moto fatale a quella vista, come se una voce misteriosa le avesse

mormorato all'orecchio: _là sta il cadavere di Gabriele_. Nulla poterono

penetrare quella notte intorno all'esito del combattimento; ma quanto

non s'accrebbe la loro ambascia il mattino quando seppero la notizia,

che si sparse prontamente per tutto, della terribile sconfitta ricevuta

dai Mussiani a Mandello? Orsola corse alla Fortezza e per Musso

richiedendo, implorando da cento persone che le venissero date novelle

del marito; ma tra lo spavento e la confusione generale, non raccolse

che voci vaghe e contraddittorie, le quali però le lasciarono sussistere

in cuore un raggio di speranza, poichè tra le narrative dei più che

asserivano essere Falco rimasto ucciso con Gabriele sul campo, v'erano

alcuni che narravano essersi invece questi due recati sulle navi col

capitano Mandello al soccorso di Lecco, e tale novella era fatta

spargere ad arte dal Castellano per tenere sospesi gli animi degli

abitanti di quelle borgate e temperare il pernicioso effetto della

narrativa della tristissima realtà del fatto.

Due giorni dopo la battaglia essendo giunto l'avviso che i Grigioni

avevano preso Sorico, e s'avanzavano dalle Pievi verso Dongo per cingere

d'assedio il Castello, e vedendosi ad un tempo apparire alle alture di

Varenna la flotta Ducale che veleggiava essa pure verso Musso, Gian

Giacomo Medici, conoscendo di non aver forza bastante per opporsi

all'aperto ad entrambe quelle armate nemiche, fece incendiare l'arsenale

con tutte le barche, e con sommo dolore anche il proprio famoso

Brigantino; radunò nel Castello tutti gli uomini d'armi che gli

rimanevano, v'invitò i terrazzani de' paesi vicini atti alla difesa, e

fattevi entrare le donne che a lui od a' suoi Capitani appartenevano,

inchiodati e appuntellati i portoni, calate le saracinesche e muniti di

spesse artiglierie i baluardi, attese il nemico.

Orsola e Rina, venute esse pure a chiudersi là dentro, seppero tosto la

verità dei fatti, e svanì per tal modo dai loro cuori anche quel lieve

dubbio consolatore che le contraddittorie novelle v'avevano lasciato

sino a quel momento sussistere. Maestro Lucio Tanaglia la prima volta

che discese dal Forte a visitare quelle donne nella Rocca di

Sant'Eufemia, ove era stato alle medesime assegnato l'albergo presso

quello di Margarita sorella del Medici e delle di lui cugine, narrò ad

esse con grave cordoglio d'avere veduto egli stesso, la notte che

susseguì la terribile battaglia, a seppellire secretamente Gabriele, il

suo giovine alunno, nella Chiesa del Castello.

"Il signor Castellano tre ore dopo circa da che fu ritornato colle poche

navi a lui rimaste, salito alla Fortezza, mandò il Pellicione a

chiamarmi premurosamente (così diceva il Cancelliere per isfogare il

proprio rammarico, senza avvedersi di quali punte mortali le sue parole

trafiggevano un cuore già lacerato). Io mi recai tosto nella sua stanza,

ove lo trovai che passeggiava a gran passi, e lo vidi sì stravolto in

viso e contraffatto, che n'ebbi gran paura, e stava quasi per

partirmene, quand'esso rivolto a me, disse con voce rabbiosa, come se io

ne avessi colpa: Maestro, i Ducali hanno vinto, e ciò ch'è più essi

m'hanno ucciso Gabriele; fra pochi istanti porteranno su il suo corpo

nella Chiesa della Rocca: voi assisterete alla sua tumulazione onde

tutto proceda con ordine e silenzio. Mi gelò il sangue nelle vene e

rimasi come una statua all'udire una sì orrenda sventura: voleva

rimproverare a Gian Giacomo la sua caparbietà, voleva... ma egli mi fece

cenno che partissi, ed io uscii dalla stanza. Venuto fuori, accesi il

mio lanternino e discesi qui giù che era oscuro come in bocca al lupo;

mi posi presso la porta della Chiesa, che era aperta e rischiarata da

due lampade, attesi quivi un istante sulla soglia, e vidi venire il

Vicario, due altri preti, due Capitani e quattro soldati che portavano

il corpo sovra una bara avvolta in un drappo nero. Entrarono essi tutti

meco in chiesa, posarono la bara su due panche, e mentre noi

pronunziavamo le preghiere dei morti, gli uomini d'armi alzarono il

coperchio dell'avello su cui v'è disteso quell'uomo di sasso, e che sta

sotto il finestrone che guarda la torre, trassero da un lato alcune

poche ossa che v'erano dentro, poscia due rimasero là colle fiaccole, e

due vennero a prendere Gabriele per collocarvelo. Tolsero il drappo che

il ricopriva, il sollevarono dalla bara e là portatolo ve lo calarono

dentro. Io che ho sempre avuto gran paura dei morti, era tanto l'amore

per quel povero figliuolo che volli accostarmi all'avello per vederlo

un'ultima volta prima che vi fosse rinchiuso. Esso era là colle sue mani

in croce sulla corazza, aveva l'elmo allacciato sotto il mento e la sua

faccia bella ancora...". "Ah Dio!" gridò Rina vinta dalla pena, e cade

svenuta: Orsola, che piangeva, la rialzò da terra, chiamando con alte

grida soccorso: il Cancelliere, che non s'aspettava quella scena, tutto

smarrito corse ad avvertire le altre donne dell'accaduto, e si ritrasse

poscia nella propria camera compassionando in suo cuore quella povera

fanciulla. Rina tornò in se stessa, ma da quel momento la sua anima non

fu occupata che da un solo pensiero, il quale non riguardava

l'esistenza, e se pure alcuna volta in lei si mitigava l'ambascia, era

quando sul far della sera sola sotto la silenziosa vôlta della chiesa

inginocchiata presso l'avello ove giaceva quell'unico oggetto che aveva

a lei deliziata la vita, bagnava di sue lagrime quel sasso, e pregava

con tutta l'effusione dell'anima appassionata la pace del cielo a lui ed

al padre che credeva estinto, e invocava per se stessa d'essere tolta

con loro. Margarita Medici e l'altre che seco erano, benchè tristissime

esse pure per la perigliosa ed insueta loro situazione, tocche però in

cuore dall'affanno profondo di quella giovinetta d'angeliche forme,

prodigavanle ogni parola ed ogni cura per riconsolare lei e la madre che

era da un forse più cupo dolore martoriata.

Alla metà del ventesimo giorno da che durava l'assedio, il soldato che

stava alla vedetta sull'alto della torre del Forte avvertì che giungeva

a Musso una barca che veniva dalla parte di Como condotta da sei

rematori, e nella quale stava seduto un personaggio che all'abito

dovevasi giudicare assai ragguardevole. Un'ora dopo la stessa sentinella

diede avviso che un soldato Ducale, il quale portava nella destra una

bandiera parlamentaria, uscito dalle trincee degli assedianti s'avanzava

verso le mura della Fortezza. Il Castellano a tale annunzio comandò

tosto si lasciasse accostare senza offese quel messaggiero, e ordinò al

Pellicione andasse ad udire per qual causa fosse stato inviato.

Pellicione montato sull'alto del muro a cui erasi approssimato il

messaggiero Ducale, gli intimò ad alta voce esponesse l'oggetto di sua

venuta. A tale richiesta, quel guerriero si tolse una carta ripiegata e

suggellata che teneva riposta nella fascia che il cingeva, e levandola

alto disse: "Vengo per ordine del mio Generale a recare questo foglio al

signor Gian Giacomo Medici:" Il Pellicione fece subito calare una

cordicella, a cui il Messaggiero attaccò la lettera che venne tirata su,

ed esso se ne ritornò al proprio accampamento.

Portato il piego a Gian Giacomo, che con grande ansietà attendeva gli

fosse riferito lo scopo di quell'ambasciata, l'aprì con premura e lesse

in un foglio, che ne conteneva un altro, le seguenti parole:

"Signor Castellano,

"Per comando del Duca mio Signore le spedisco l'inclusa lettera giunta

al mio campo da pochi momenti. Quegli che l'ha consegnata a me, ha

l'incarico di riportarne a Milano la risposta, onde se le piace

trasmettermela faccia innalzare una bandiera bianca sul muro alla

seconda Rocca, e spedirò un soldato a prenderla a piedi del baluardo.

Dal campo di Musso questo giorno 25 marzo 1532.

_Lodovico Vestarino_".

Gian Giacomo portò tosto lo sguardo sul foglio che stava in quello

rinchiuso, e vedendo nella soprascritta il carattere del proprio

fratello Giovan Angelo, l'aprì frettolosamente e vi lesse:

"Amato fratello! Battista, che qui fu condotto ferito e prigioniero nel

mese di gennaio, e fu tenuto per volontà del Duca in questo Castello di

Porta Giovia, narrommi il triste evento della presa di Monguzzo, e

presentommi il quadro esatto di tutte le forze che ti rimanevano sia di

uomini, sia di navi e munizioni per far fronte alla guerra

inaspettatamente scoppiata. All'udire l'esiguo numero al quale erano

ridotte le tue truppe, io esclamai con dolore che vano sarebbe stato per

te un più lungo resistere ai nemici per la smisurata loro preponderanza,

da cui ogni altro meno eccellente oppositore sarebbe stato da gran tempo

vinto e distrutto. Ma Battista mi disse che tu attendevi grosse bande

Alemanne che dovevano essere a te condotte da nostro cognato il Conte

d'Altemps, col sussidio delle quali tu avevi certezza di respingere il

nemico e costringerlo a rispettarti per l'avvenire. Io faceva voti per

la tua prosperità e invocai per te giorni di potenza e di pace, allorchè

appunto il Cielo mostrò chiaramente di non esaudirmi, poichè giunsero le

novelle delle grandi vittorie riportate su di te dal Vestarino e

dall'Acursio a Mandello ed a Lecco, che colmarono di gioia questa Corte

di Milano, e noi riempirono d'afflizione ed amarezza. A fare più

irreparabile il caso noi seppimo cinque giorni sono da certi Tirolesi

qui arrivati, che le bande assoldate per te dal conte Volfango, giunte

che furono a Trento, quel Vescovo, per comando dell'Imperatore, si

oppose al loro passaggio[20]; onde furono costrette a retrocedere, per

la qual cosa ci è fatto evidente esserti omai tolta ogni possibilità di

riparare agli assalti delle armi Ducali e della Lega.

[Nota 20: _Vita di Gian Giac.º Medici_.]

"Tu sai che io, quantunque caldo amico e fautore della pace fra gli

uomini, per l'indole mia propria che abborre dal sangue, e per la

venerazione alle sacre e pietose leggi evangeliche di cui sono per mio

stato propagatore, non ho mai insinuato a te di desistere dalla guerra

sinchè mi parve che essere ti potesse una sicura guida a quella nobile

indipendenza ed ingrandimento di stato che le belligere tue virtù

sembravano accertarti. Ma ora che chiaramente veggo la Fortuna, dea

nemica agli esimii ingegni, avere da te rivolta la volubile sua ruota,

il fraterno amore mi move a consigliarti di deporre le armi, mentre fare

lo puoi con onorate condizioni, evitando la più funesta sorte che

altrimenti operando incontreresti tu non solo, ma i dipendenti tuoi ed i

tuoi famigliari. Ho detto che ora fare lo puoi con onorate condizioni,

perchè conosco l'animo umano e generoso del magnifico signor Duca,

scrivendoti la presente con sua saputa, anzi aggiungerò con suo espresso

consentimento e promessa di farla pervenire al tuo assediato Castello,

rimettendomi la risposta che non dubito sarai per ispedirmi. E per tutto

narrarti, dei sapere che il signor Duca mandò per me, e recatomi io

innanzi a lui, mi spiegò lo stato delle cose a tuo riguardo, e soggiunse

con molta bontà, che in questa guerra non ha avuto altro di mira che

reintegrare il suo dominio, e riprendere quanto ha sempre appartenuto

alla Ducale corona, ch'egli è lungi dal bramare di spingere le cose sino

al totale tuo sterminio, come vorrebbero gli Svizzeri e gli Spagnuoli,

ma che se sapesse da me che tu acconsenti a cedere tostamente il

Castello di Musso ed abbandonare il lago, egli solverebbe te e tutti i

tuoi da ogni colpa verso di lui, comprerebbe le tue artiglierie, a ti

assegnerebbe una rendita vitalizia investendoti del Marchesato di

qualche feudo ducale. Resi vive grazie al duca Francesco per tanta sua

benignità e indulgenza verso di te, e l'accertai che avrei fatto tutto

quanto fosse da me per ottenere l'immediata tua adesione a simiglianti

patti, e l'incominciamento delle trattative. Implorai poscia mi

concedesse di vedere Battista, il che ottenuto, ripetei ad esso lui le

parole del Duca, ed egli medesimo s'unisce a me consigliandoti a volere

piegarti di buon grado all'avverso destino, metterti in accordo col

Duca, approfittando della sua liberale disposizione, e cedendo

volonteroso ciò che cedere dovresti tra poco di forza. Ti muovano, oltre

le mie preghiere, il considerare eziandio che prolungheresti e faresti

più dura la cattività d'un fratello, che porresti a repentaglio la

libertà dell'altro, che trarresti nella tua ruina la sorella, le cugine

ed Agosto che sono teco rinchiusi nel tuo Castello, oltre i tanti

valorosi che ti furono fedeli per sì lungo spazio di tempo: ti commova

lo sventurato fine del nostro Gabriele, caduto vittima del guerreggiare

nell'età più verde, e che lasciò in lagrime anche i più lontani

congiunti.

"Attendendo ansiosamente una risposta per parteciparla al signor Duca,

invoco dall'Altissimo che t'ispiri pel tuo e pel nostro maggior bene, e

ti do un amoroso fraterno abbraccio.

"Milano 23 marzo 1532.

_Giovan Angelo_".

Umiliazione, orgoglio, ira e pietà assalirono a vicenda l'animo di Gian

Giacomo alla lettura di questa lettera, ciò però che in essa ferì più

vivamente il suo cuore fu la novella relativa alle truppe del Conte

d'Altemps. Sebbene avesse da più giorni mostrato di disperare dei

soccorsi del Cognato, pure quando lesse la positiva notizia della loro

dispersione, tanto più indubitabile, in quanto che coincideva

perfettamente co' suoi antecedenti sospetti, gli parve che in quel

momento si decidesse contro di lui l'esito della guerra, e sentì allora

soltanto che gli sfuggiva di mano il sovrano potere. S'assise, meditò:

fece chiamare il Pellicione, gli diede a leggere il foglio, e

conchiusero insieme che conveniva piegarsi al potere della contraria

fortuna, ed accettare le condizioni che sarebbe per proporre il Duca. Il

Castellano rescrisse una tale determinazione al fratello, mostrando di

rassegnarsi al destino, ma con tale dignità e fermezza che confinava

coll'alterigia d'un vincitore: la lettera fu mandata al Campo del

Vestarino, mediante il segnale della bandiera, e dal Vestarino spedita

immediatamente a Milano. Pellicione per ordine del Castellano medesimo

fece noto la causa di quella corrispondenza a tutti gli altri Capitani

ed agli uomini d'armi, dimostrando loro gli svantaggi e l'impossibilità

d'una resistenza, e quanto fosse conveniente il trattare della resa,

quando si potevano ottenere per tutti larghe ed onorevoli condizioni.

Quattro giorni dopo la spedizione della risposta a Milano giunsero al

Campo di Musso Agostino Ferrerio vescovo di Vercelli e messere Galeazzo

Messaglia, quali ambasciatori del Duca. Prima di conferire col Medici

essi chiamarono ad adunanza i Condottieri principali della Lega Grisa ed

esposero loro che era intenzione del duca Francesco Sforza di porre un

termine a quella guerra per mezzo d'amichevoli trattative, a cui il

nemico comune erasi mostrato disposto ad aderire. Fecero vivo contrasto

a simile determinazione i Capi Grigioni, accaniti avversarii del Medici,

che vedere lo volevano sterminato, e non vi si piegarono che quando fu

fermo il patto che il Castello di Musso, uscitone appena il Castellano,

verrebbe demolito da capo a fondo, nè più sarebbe ricostruito onde mai

vi stanziasse persona che riuscire potesse molesto vicino a quegli

abitatori delle Retiche montagne. Ciò convenuto, venne mandato avviso a

Gian Giacomo della venuta degli ambasciatori Ducali. Medici fece

tostamente aprire una delle porte della Fortezza, e mandò un suo

Capitano con due sergenti d'armi al Campo del Vestarino per concertare

il modo ed il luogo in cui dovesse avvenire la conferenza, offrendo di

accogliere i due Ambasciatori nel Castello, dando inviolabile parola di

rispettarli ed onorarli come al loro sacro carattere si conveniva.

Il Vescovo di Vercelli, già intimo amico della casa Medici, e il

Messaglia, altra volta dal Castellano cortesemente ricevuto, non

dubitarono d'accettare l'offerta, ed il giorno seguente entrarono col

loro seguito nel Castello, e furono condotti nella sala d'armi della

Rocca Visconti addobbata con gran pompa, ove stava il Castellano in

ricco e completo guerresco abbigliamento circondato da tutti i suoi

Capitani. Sedutisi tutti quivi, ed i due Ambasciatori in posto eminente,

il Vescovo di Vercelli fece una fina allocuzione a Gian Giacomo sulla

convenienza e la giustizia della pace, sulla bontà del Duca, sopra i

suoi diritti, e presentò in un foglio in pergamena improntato del ducale

suggello i seguenti Capitoli che dovevano tra le parti fermarla:

"Che il Castellano lasciasse Musso e Lecco e tutte le altre Terre che

possedeva nello Stato di Milano, con tutte le munizioni da guerra e

tutte le vettovaglie;

"Che le artiglierie già tolte a' Veneziani si restituissero loro;

"Che il Duca si obbligava far pagare diecimila scudi del sole in

Vercelli in mano di chi piacesse al Medici, e nella detta città dar

cauzione per altri venticinquemila scudi da essere pagati in termine di

otto mesi in due volte;

"Che l'investiva di Marignano eretto in Marchesato in ampia forma con

entrata perpetua di scudi mila, e che se mancava l'entrata di Marignano

si obbligava a supplire con altre entrate sopra i dazii di Milano;

"Che il Duca liberava Gian Giacomo Medici, fratelli, soldati e suoi

dipendenti da qualsivoglia sorte di eccesso o delitto commesso anche

contro la Maestà del Principe;

"Che concedeva a' detti fratelli Medici di potere riscuotere i crediti

che avevano nello Stato di Milano, così entrate di beni stabili come

entrate pubbliche, e avrebbe fatto che gli ufficiali Ducali non

mancassero di render loro buona e sommaria giustizia;

"Che il Duca lascierebbe godere tutti i beni che legittimamente

appartenevano a detti Fratelli nei suoi Stati, ovvero in termine di due

mesi gliene pagherebbe il valore all'arbitrio del Vescovo di Vercelli, e

d'altra persona da nominarsi da essi medesimi;

"Che il modo e il tempo di consegnare il Castello verrebbero

amichevolmente stabiliti fra gli ambasciadori Ducali e Gian Giacomo

subito dopo la ratifica del trattato".

Letti questi Capitoli da Galeazzo Messaglia ad alta e posata voce,

parvero a tutti sì onorevoli e generosi, avuto riguardo allo stato a cui

erano ridotte le cose, che nessun d'essi dubitò fosse il Castellano per

aderirvi con lieto e volonteroso animo, ed a lui stesso infatti quella

larghezza di retribuzione riuscì maggiore assai dell'aspettativa, ma

allorquando il Ferrerio ed il Messaglia alzatisi s'accostarono alla

tavola ov'era la scrivania e spiegati su quella due esemplari del

trattato di pace, invitarono il Medici a sottoscriverli, egli levossi,

fece un passo innanzi e con generale sorpresa s'arrestò. I due

Ambasciatori e tutti i circostanti rimasero stupiti portando attoniti

gli sguardi su di lui: una contrazione di fibre, un pallore improvviso

apparvero sul suo volto indicando lo strazio d'un tormentoso pensiero:

era l'ultimo saluto ch'egli dava alla bella speranza di regnare. Si

scosse, s'avanzò, impugnò la penna e scrisse il nome; un susurro di

letizia universale applaudì a quell'atto che molti sospiravano.

Subito dopo fu, senza contrasti, determinato che Gian Giacomo quel

giorno stesso farebbe stendere un quadro numerizzato di tutte le armi e

le salmerie che si trovavano nel Castello che dovevano passare, com'era

convenuto, in proprietà del Duca, e farebbe trasportare tutti quegli

oggetti nei cameroni inferiori delle case del Maresciallo, per essere,

dopo la consegna, immediatamente caricati sulle navi e portati lontani

dal Castello che doveva essere dato in mano ai Grigioni: che il mattino

seguente egli farebbe uscire dalla Fortezza i suoi soldati e

v'entrerebbero i Ducali e gli Svizzeri a prenderne possesso,

eccettuatone però il Forte, in cui Gian Giacomo rimarrebbe sino al terzo

giorno, allo spuntare del quale verrebbe su una nave ducale condotto a

Lecco con quelle persone e con quegli effetti che stimerebbe meglio, e

di là gli sarebbe poscia stato libero recarsi ove più gli piacesse.

Gian Giacomo aveva fatto disporre un sontuoso pranzo, al quale sedettero

oltre gli Ambasciatori Ducali anche il Generale Lodovico Vestarino, cui

egli mandò cortese invito al campo di Musso. Quei due famosi guerrieri

che pochi giorni addietro avevano guidati i loro eserciti ad azzuffarsi

con tanto accanimento, quando si videro nelle sale del pacifico desco

s'onorarono a vicenda con molte parole, ma non saprebbe dirsi se le

espressioni di lode e di stima che suonarono in quell'incontro sulle

loro labbra non velassero un astio ed un'invidia profonda, perchè è noto

che anche gli uomini dotati di sommo ingegno e valore, allorchè vengono

delusi nelle loro ardenti brame, non sanno sottrarsi all'impero delle

più basse passioni.

Il giorno seguente, ch'era il primo d'aprile 1532, le truppe del

Castellano incominciarono di buon mattino ad uscire dalla Fortezza, e

mano mano che giungevano od a Musso od a Dongo, venivano sbandate,

recandosi quegli uomini che erano abitatori delle Terre del lago nelle

proprie case, e gli altri parte facendosi in drappelli per recarsi come

soldati venturieri allo stipendio dei principi d'Italia o d'oltremonte,

parte unendosi all'armata Ducale, e parte finalmente scostandosi di là

col reo pensiero d'infestare i luoghi difficili delle pubbliche strade.

Usciti questi, e ritiratosi Gian Giacomo con pochi de' suoi più fidi e

colle donne nel Forte più eminente del Castello, entrarono in esso i

Ducali ed i Grigioni. I primi si diedero tostamente a trasportare sulle

navi tutti gli attrezzi di guerra e le munizioni cedute dal Castellano

per spedirli a Como. I secondi, quasi forsennati pel contento di quella

conquista, fattisi cedere dai Ducali grossa parte della polvere del

Castellano medesimo, si misero con gran possa a scavare ampie e profonde

mine agli angoli delle rocche, sotto le torri ed i baluardi, caricandole

e mettendovi le micce per non perdere punto di tempo a dar opera alla

demolizione di quelle per loro sì tremende mura, da cui erano usciti

uomini che avevano portato tante volte il terrore sino nel centro delle

loro più inospite valli.

I soldati del Duca, che volevano essi pure dare qualche sfogo alla loro

vendetta delusa dal trattato di pace, non essendo spinti da alcun

impulso a cooperare alla distruzione di quel Castello, fecero il

progetto, ancor più barbaro, di trucidare in esso i Mussiani fatti

prigionieri nella battaglia di Mandello e che avevano posti sulle navi,

tenendovili gelosamente celati, per tema che il Medici ne chiedesse la

liberazione.

Verso il cader del giorno li fecero scendere a terra pesantemente

incatenati, e fattili entrare dal portone nella Fortezza, li chiusero

separatamente in certe casematte sotto i baluardi del Maresciallo,

attendendo il mattino per sacrificarli appena Gian Giacomo avesse

abbandonato il Castello. Tra que' prigionieri trovavasi Falco, che per

sottrarre il cadavere di Gabriele dal furore dei nemici cadde, come

narrammo, stordito da un colpo sul cranio, e fu facile preda ai Ducali,

che vedutolo inerme ed annodato inferocirono a lungo contro di lui coi

fatti e le parole: ma quel guerriero Montanaro, d'animo quanto ardito

altrettanto vigoroso e fiero, tutto sostenne con eroica fermezza: e mai

un sospiro uscì dal profondo del suo petto, se non quando, tratto dalle

navi a terra, passò, stretto in catene, sotto la volta del portone del

Castello di Musso che aveva quasi sempre varcato tornando vincitore di

quegli stessi che lo trascinavano a morte. Un soldato che Gian Giacomo

teneva presso di se come servo, uomo per indole curioso e indagatore,

vedendo dal Forte un movimento giù abbasso d'uomini d'armi Ducali dalle

navi al Castello, di cui in quell'ora quasi tenebrosa non appariva la

causa, s'adombrò d'alcuna trama, e uscito dalla porta, slisciò pian

piano lungo le mura, evitando i Grigioni, sino in fondo della Fortezza,

ove appiattatosi vide condur dentro i prigionieri Mussiani, e fra essi

riconobbe distintamente Falco: ciò scoperto, si rivolse, e su su rientrò

nel Forte. S'ignora s'egli palesasse la cosa a Gian Giacomo, e caso che

gliene avesse fatto racconto, non si saprebbe comprendere per quali

motivi quel Condottiero rimanesse inoperoso, e non tentasse strada

alcuna onde salvare la vita a' suoi guerrieri facendoseli ridonare dal

Vestarino. Ciò che è certo si è che trascorsa d'assai la mezzanotte, lo

stesso soldato battè all'uscio della camera di Orsola chiamandola

istantemente, e venuta questa donna ad aprirgli, le narrò a bassa voce

che il marito di lei si trovava in quel medesimo Castello in mano dei

Ducali. Orsola fu per isvenire a tale notizia, e appena riebbe la

parola, pregò ardentemente quel soldato la guidasse tosto al luogo ove

stavano i prigionieri, che avrebbe implorato dalla pietà dei custodi di

rivedere e favellare al marito. Ella insistette onde ve la conducesse

all'istante, perchè allo spuntare dell'aurora Gian Giacomo e tutti gli

abitatori del Forte dovevano partire per Lecco, quindi essa stessa con

loro, e la propria figlia Rina che si stava nelle stanze di Margarita

Medici allestendo con altre donne gli equipaggi per essere disposte alla

mattutina partenza: e nel cuore di Orsola sorse sorridente la speranza

che Falco le avrebbe dato il desiderato comando di non seguire Gian

Giacomo Medici, di ritornare invece a Nesso colla figlia, ove egli,

liberato dai Ducali per effetto della celebrata pace, le raggiungerebbe,

e condurrebbe con esse una più tranquilla vita.

Il soldato cedendo alle replicate inchieste di Orsola, aderì ad esserle

scorta ai baluardi occupati dai Ducali, ed ella allora tutta gioiosa

fece rapidamente un involto di sue poche masserizie ed oggetti di

vestimento che pose da canto col pensiero di riprenderle quando sarebbe

venuta a levare la figlia, e via col soldato alla porta del Forte che

questi fece aprire e giù per quelle tenebre di bastione in bastione sino

alle case del Maresciallo. Pervenuti colà scorsero un lume dentro un

camerone, che era quello da cui si discendeva alle case matte: il

soldato fecelo rimarcare ad Orsola e le disse d'avviarsi quivi da sola,

ch'egli starebbe ad attenderla più in su al ritorno, e si scostò

immediatamente da lei. Orsola, trepidante di tema e di contento,

s'avanzò con incerti passi, ed entrò colà: al fosco chiarore d'una

lampada vide quattro uomini d'armi che dormivano, due stesi sulle panche

e due col capo piegato sulle braccia appoggiate alla tavola. Tremò la

meschina non osando risvegliare que' feroci, ma l'un d'essi destato dal

rumore de' suoi passi levò la testa e diè un grido d'allarme; balzarono

in piedi i tre altri brandendo le armi: allora la donna gettossi ai

piedi di quel primo, espose la causa di sua venuta, e colle lagrime agli

occhi e le mani giunte implorò la grazia di vedere il marito.

"Al levare del sole, le rispose desso ruvidamente, quando lo condurremo

fuori per fargli la festa, potevi vederlo a tuo bell'agio senza che

fosti qui venuta a romperci il sonno, che non so come diavolo vi sii

riuscita: ma sei fortunata: trovi un uomo di buon cuore che non può

vedere a piangere le donne: Tacco, va con Lisca a condurla là giù dove

abbiamo messo Falco; ch'egli se la becchi pure prima che gli storciamo

il collo".

Quei due uomini d'armi, che s'avevano volti più da sgherri che da

soldati, presa una fiaccola per ciascuno, guidarono Orsola da un uscio

che s'apriva quivi ad un corritoio, in fondo al quale vedevasi una porta

ferrata. Tacco, che portava appeso alla cintola un mazzo di grosse

chiavi, ne tentò bestemmiando tre o quattro alla toppa, sin che

scontrata la corrispondente, dischiuse, traendo il chiavistello, spinse

pesantemente l'imposta, che cigolando s'aprì di poco, e consegnata la

sua fiaccola ad Orsola, questa palpitando vi penetrò. Appena ebbe dessa

posto il piede là dentro, Tacco richiuse il battente e vi girò la

chiave; la donna, oppresso il cuore dal terrore e dall'angoscia mista

però alla speranza, discese lentamente una lunga scala, e giuntane in

fondo, s'arrestò, temendo inoltrarsi prima di sapere chi vi fosse in

quella sotterranea stanza.

Falco, che stava colà seduto su un masso a piedi d'una grossa colonna,

colpito da quel lume improvviso, alzò il capo e conobbe egli pel primo

la moglie: levossi, e il rumore di sue catene fece di lui avvertita la

donna, che, vedutolo, diè un grido, e posta a terra la fiaccola,

s'abbandonò quasi svenuta nelle sue braccia. Avevano a Falco strappata

d'addosso coll'armi la schiavina e la rete che gli formava berretto,

onde non portava sulla persona che il lacerato giaco di maglia, aveva

nudo il collo, sparsi i capelli, e pallide oltremodo le guancie pel

sangue versato ed i tremendi suoi casi: una pesante e lunga catena lo

serrava a mezzo il corpo e metteva capo in un grosso anello di quella

colonna.

"Oh, moglie mia! disse egli con voce addolorata, come mai potesti tu

penetrare in questo orrido luogo? Come hai avuto il coraggio d'affidarti

ai Ducali?"

"E tu me lo domandi? rispose Orsola con flebile ed affannato accento.

V'è pericolo, v'è tormento che io non avrei superato o sofferto per

venirti a vedere?"

"Ti ringrazio (e la strinse al cuore)! morirò più contento per averti

abbracciata! Oh così potessi serrarmi al petto almeno una volta ancora

mia figlia: ma dimmi, dove lasciasti Rina? si trova ella in luogo di

sicurezza? non v'è possibilità che sia scoperta e rapita? Vorrei provare

le pene dell'inferno anzichè sapere che un nemico vituperando mia

figlia, dicesse al mirare le sue lagrime, questo è pianto della figlia

di Falco, del fiero abitatore della rupe. Ah toglimi, toglimi un tal

pugnale dall'anima!"

"Rina è sicura: essa sta nel Forte presso la sorella del signor

Castellano, colla quale dovevamo entrambe partire tra poche ore:... ma

adesso che felicemente ho scoperto che tu vivi, non lasceremo queste

mura se non per venir teco quando sarai liberato, e ritornarcene insieme

alla nostra Terra di Nesso".

"Tu partirai con loro e colla figlia (pronunciò Falco in tuono

autorevole). Datti pace e ti calma, la mia morte è decisa. Io rendo

grazie al Cielo che mi ha concessa quest'ultima consolazione d'udire

dalle tue labbra che mia figlia è salva per sempre dall'ira dei nemici,

nè più abbisogna con te del mio sostegno.--La mia ora è venuta, è d'uopo

partire.--Non è Falco che deve paventare la morte: sai tu chi ho veduto

affrontarla intrepidamente e cadere reciso nel più bel fiore della

vita?"

"No, no, tu non morrai! (disse Orsola animato il viso di viva gioja):

non sai dunque che il Castellano ha fatta la pace coi Ducali, e che

tutti i suoi soldati sono usciti di qui liberamente, e si sono recati

senza molestia ai loro paesi? Così faranno anche con te: appena Gian

Giacomo sarà partito, ti lasceranno andare onde possi condurre tua

moglie e tua figlia lontane da questi tristi luoghi".

"Oh quanto t'inganni! (rispose Falco crollando il capo ed abbracciandola

con maggiore affetto): noi eravamo creduti estinti e non fummo compresi

nel patto della pace. No, per me non vi sono più speranze: è l'ultima

volta che ti vedo: fra pochi momenti i Ducali bagneranno le loro mani

nel mio sangue".

Orsola impallidì, tremò, e cadeva se Falco non le prestava appoggio.

"Non ti uccideranno (singhiozzando esclamò) se hanno una scintilla di

pietà nel cuore... pregherò... griderò... stringerò loro le ginocchia

sino a che non ti abbiano reso a tua moglie, a tua figlia, a quella

povera figlia innocente che morirà di dolore".

"Ah non straziarmi di più! va, torna nel Forte, prendi la figlia e

partì: dalle un bacio per me, e non palesarle mai il misero fine di suo

padre... Oh cielo!.. esci... corri... fu tratto un colpo... il giorno

s'avvicina, Gian Giacomo starà per partire".

S'udì un colpo e due e molti, poscia un gran calpestio al di sopra della

vôlta; indi nel corritojo superiore alla carcere, e un trarre e chiudere

di catenacci. Orsola si mosse replicate volte per partire, ma sempre

retrocesse disperata ad abbracciare il marito: quando alla fine, spinta

da lui, stava per salire la scala, spalancossi l'uscio di sopra, e

discesero rapidamente molti soldati con faci accese, i quali staccarono

la catena di Falco dall'anello, e su il condussero. Orsola lo seguì,

afferrando or per le braccia, or per gli abiti quegli armati che la

ributtavano, invocando invano da essi pietà.

Venuti allo spianato sul baluardo, qual orrida scena! vi stavano

ammucchiati i cadaveri detroncati degli altri prigionieri già trucidati:

a tal vista mancò la voce ad Orsola, e cadde tramortita su quei corpi

istessi.

Falco non se ne avvide, poichè aveva rivolto lo sguardo al lago, su cui

una nave veleggiava spinta lontana da Musso da prospero vento: era il

Castellano che abbandonava per sempre quel lido. Il Montanaro di Nesso

mandò appena un sospiro e il suo capo spiccò dal tronco, e dall'uno

degli sgherri afferrato pei capegli venne squassato in segno di trionfo.

Uno scoppio orrendo ed una pioggia di sassi seguirono d'appresso

quell'atroce fatto, e furono i Grigioni che, impazienti di mandare a

ruina il Castello, appiccarono il fuoco senza darne avviso alla mina più

alta. I Ducali fuggirono di là a rompicollo, nessuno si curando di

Orsola, che rimase dagli scagliati massi uccisa e sepolta. Alcun tempo

dopo la prima scoppiarono le altre mine, e con rumore infinito si

squarciarono le torri, e, crollando, ruinarono sugli altri edifizii e li

spaccarono, ed immensi frantumati macigni sollevati dalla potenza del

fuoco ripiombarono cagionando nuove ruine. Tremò il lido e rimbombarono

i monti a quel fragore smisurato, ed un polverio formando una densa

vastissima nube coprì di fitto velo quello spazio: allorquando si

diradò, gli attoniti abitatori mirarono in luogo dell'imponente turrito

Castello un ammasso di ruine e di macerie spazzate poi dall'ala

infaticabile del Tempo.

La bella e sventurata figlia di Falco, condotta ad Arona da Margarita

Medici fatta sposa al conte Giberto Borromeo, si chiuse in un chiostro e

consunta dalle lagrime incessanti e dai dolore, morì tra quelle mura

prima dello spirare di un anno.

Gian Giacomo Medici, divenuto marchese di Marignano, dopo avere

assegnato sul proprio feudo un picciol reddito al suo vecchio

Cancelliere Maestro Lucio Tanaglia, il quale ritornò come aveva sempre

desiderato a terminare i suoi giorni in Milano, si recò in Piemonte agli

stipendii del Duca di Savoia. Richiesto poscia dal Marchese Del Vasto

che successe al De-Leyva in qualità di Generale supremo, passò al

servizio dell'imperatore Carlo Quinto resosi assoluto signore del Ducato

di Milano per la morte del duca Francesco Secondo Sforza avvenuta nel

1535. Accusato di fellonia, venne dal Generale Del Vasto fatto

imprigionare col fratello Battista: ma protetto da don Alvaro di Luna

primo Castellano spagnuolo in Milano, fu liberato e chiamato

dal-l'Imperatore presso di lui in Ispagna. Elevato al grado di Generale

negli eserciti imperiali, guerreggiò nelle Fiandre, in Ungheria, in

Sassonia, in Italia sempre con molta gloria e prospero successo anche

nelle più arrischiate intraprese.

Si sposò a Marzia Orsina sorella del conte Francesco di Pitigliano, la

quale morì senza lasciargli prole; addolorato di ciò, e desideroso il

Marchese di Marignano di mantenere la successione nella propria

famiglia, fece dono di gran parte delle sue sostanze al fratello Agosto,

consigliandolo ad ammogliarsi. Agosto Medici condusse in isposa Barbara

Maina, da cui ebbe un figlio a nome Gian Giacomo che successe allo zio

nel Marchesato di Marignano, che tramandò quindi ai proprii discendenti,

e fa stipite retto del nobile casato che esiste tuttora con tal nome in

Milano.

"Morì Gian Giacomo Medici (sono parole del Missaglia)

l'anno mille cinquecento cinquanta cinque a' gli otto di

Novembre a hore ventitrè in Venerdì di anni sessanta della

sua vita. Giace il suo corpo nella Chiesa Maggiore di Milano

nella quale dalla pietà di Pio Quarto (Giovan Angelo

Medici suo fratello creato Pontefice nel 1559) gli fu

eretta una capella con perpetua et quotidiana celebratione

di Messe, con un superbo deposito di finissimi marmi,

con leggiadri ornamenti e molte figure di bronzo con

ingegnosissimi significati, et una statua pur di bronzo a

lui somigliantissima fatta per mano dell'eccellente Cavalier

Leon d'Arezzo scultore rarissimo de' nostri tempi con

questi due epitafii l'uno a se et l'altro a Gabrio suo fratello."

JO JACOBO MEDICI MARCHIONI MARIGNANI EXIMIJ ANIMI ET

CONSILIJ VIRO, MULTIS VICTORIIS PER TOTAM FERE EUROPAM

PARTIS APUD OMNES GENTES CLARISSIMO CUM AD EXITUM VITÆ

ANNO ÆETATIS LX PERVENISSET.

GABRIELI MEDICI INGENII ET FORTITUDINIS EXIMLE ADOLESCENTI,

POST CLADEM RHETIS ET FRANCISCO SECUNDO SFORTIÆ

ILLATAM, NAVALI PRÆLIO DUM VINCIT CUM INVICTI ANIMI GLORIA

INTERFECTO.

Questo monumento, che è l'uno de' più ricchi e riguardevoli che si

ammirano nel nostro Duomo, fu sgombro non ha guari dagli impedimenti che

da più anni lo toglievano allo sguardo, e vedesi ora integro e ripulito

in fondo alla navata destra entrando presso la porticella per cui si

sale all'aguglia.

Falco della rupe; O, La guerra di Musso · 第 21 / 23 题