_Come messer Malatesta si ricomperò dalla compagnia._
Essendo la compagnia di fra Moriale cresciuta di cavalieri e di
masnadieri, e nutricata il verno sopra le terre che distruggea,
messer Malatesta da Rimini, avvisato e provveduto in fatti di guerra,
considerando la gente della compagnia, e la loro troppa sicurtà
presa per non avere avversario, e il luogo dov’erano e il loro
reggimento, pensò, che dove i comuni di Toscana lo volessono atare,
ch’egli vincerebbe la detta compagnia; e non parendogli materia da
commettere ad ambasciadori, in persona venne a Perugia, e poi a Siena,
e appresso a Firenze, e mostrò a ciascun comune il pericolo che potea
loro venire di quella compagnia se contra loro non si riparasse, e
domandava a catuno comune aiuto di gente d’arme, e dove dato gli
fosse, con ottocento barbute di buona gente ch’egli avea da se, e col
suo popolo e col vantaggio ch’avea intorno a loro delle sue terre,
promettea di rompere e di sbarattare la compagnia in breve tempo;
e questo dimostrava per vere e manifeste ragioni; ma catuno comune
avendo la tempesta da lungi se ne curava poco. I Perugini che furono
prima richiesti, dissono, che in ciò seguiterebbono la volontà de’
Fiorentini, e in questo modo risposono anco i Sanesi. E venuto messer
Malatesta colle lettere de’ detti comuni a Firenze, i Fiorentini udita
la sua domanda gli diedono dugento cavalieri, i quali menò con seco
fino a Perugia. I Perugini e’ Sanesi non vollono attenere la loro
promessa, e però i cavalieri de’ Fiorentini si tornarono addietro.
Messer Malatesta vedendosi abbandonato dall’aiuto de’ comuni di
Toscana, e che tempo era che la compagnia potea procacciare altrove,
trattò con loro, e venne a concordia di dare fiorini quarantamila d’oro
alla compagnia, parte contanti, e degli altri li sicurò, dando loro per
istadico il figliuolo, e si partirono del suo distretto, e promisono
di non tornarvi infra certo tempo. E fatto l’accordo, e partita
la compagnia, messer Malatesta cassò quasi tutti i suoi soldati,
i quali di presente s’aggiunsono alla compagnia; la quale essendo
molto cresciuta di baroni, e di conti e di conestabili, si cominciò a
chiamare la gran compagnia, e tribolando la Marca, e la Romagna, e il
Ducato, innanzi che di là si partissono rifermarono la loro compagnia
per certo tempo, e tutti la giurarono nelle mani di messer fra Moriale.
E benchè fra loro fossono grandi baroni alamanni, tutti vollono che il
titolo della compagnia, e la capitaneria fosse in messer fra Moriale,
ma dieronli quattro segretari de’ cavalieri, che l’uno fu il conte di
Lando, e un barone di gran seguito ch’avea nome Fenzo di... e il conte
Broccardo di.... e messer Amerigo del Canaletto; e de’ masnadieri
quattro conestabili italiani. In costoro era la deliberazione
dell’imprese e il segreto consiglio, e feciono altri quaranta
consiglieri, e un tesoriere a cui venia tutta l’entrata delle loro
prede, e questi pagava e prestava a’ comandamenti del capitano. Dato
l’ordine, il capitano era ubbidito da tutti come fosse l’imperadore, e
facea la notte cavalcare di lungi dal campo venticinque o trenta miglia
ov’egli comandava, e il dì tornavano con grandi prede, e ogni cosa
fedelmente rassegnavano al bottino. E perocchè quasi quanti conestabili
avea in Italia al soldo de’ signori e de’ comuni aveano parte di loro
masnade nella compagnia, erano sì baldanzosi, che di niuna gente di
soldo temeano, e però tutti i comuni minacciavano se non dessono loro
denari di venire sopra loro. E mandarono ambasciadori nel Regno, ed
ebbono promissione dal re Luigi di quarantamila fiorini d’oro, i
quali non mandò loro, di che cari gli feciono poi costare. Ebbono dal
capitano di Forlì e da Gentile da Mogliano trentamila fiorini d’oro, e
da messer Malatesta quarantamila. Ed essendo richiesti dall’arcivescovo
di Milano di volerli conducere a suo soldo contro alla lega, e da
quelli della lega contro all’arcivescovo, catuno teneano in speranza e
con niuno si fermavano, e anche teneano trattato col prefetto di Vico
contro al legato, e però non si potea sapere che dovessono fare, e
molto manteneano bene loro credenza. E in fine del mese di maggio 1354
se ne vennono a Fuligno, e dal vescovo ebbono mercato d’ogni vittuaglia
abbondevolmente. Lasceremo ora la gran compagnia che n’è assai detto, e
non senza debita scusa, per la grande e pericolosa novità che ne seguì
in Italia, e diremo dell’altre cose che prima ci occorrono a raccontare.