_Come i tre comuni di Toscana s’accordarono a far passare l’imperadore._
I rettori de’ tre comuni di Toscana, per l’informazione ch’aveano avuta
da corte da’ loro ambasciadori, sentivano a certo che la Chiesa gli
abbandonava, ed era per magnificare il loro avversario: e bene che
sentissono le promesse del papa, non vedeano da potersene confidare, e
però tempellavano negli animi tra il sospetto e la paura, aggiugnendo
temenza di cittadinesche discordie nel soprastare: e bene che ancora
non avessono avuta certezza del fatto da’ loro ambasciadori, senza
rendere al santo padre il debito onore, quasi palpando, per lo trattato
tenuto col vececancelliere dell’imperadore, mostrando di prendere
confidanza nella fama delle virtù e senno e larghe profferte del
detto eletto imperadore, per aiutarsi dal potente tiranno nimico,
valicando egli in Italia a istanza de’ detti tre comuni, come il suo
cancelliere promettea, e per questa cagione, d’uno animo e d’uno
volere tutto il reggimento di questi tre comuni, Firenze, Perugia,
e Siena, con pubblico consentimento de’ loro popoli si deliberarono
d’essere all’ubbidienza del detto eletto imperadore con certi patti e
convenzioni, i quali erano assai strani alla libertà del sommo imperio.
Ma perchè le cose disviate con alcuno mezzo più tosto si congiungono
a unità e a concordia, non fu a quel tempo tenuta sconvenevole la
domanda, nè ingiusto l’assentimento del signore; e però all’uscita
del mese d’aprile del detto anno, nella città di Firenze in pubblico
parlamento si fermò il trattato ordinato per lo vececancelliere
dell’eletto imperadore, con gli ambasciadori e sindachi de’ detti
tre comuni, e piuvicossi i patti e le convenzioni, e fattone solenni
stipulazioni e carte, grande ammirazione ne fu per tutta Italia. I
patti in sostanza racconteremo qui appresso nel seguente capitolo.