BALIA di Cintia, ERASTO, CINTIA.
BALIA. Erasto mio padrone, Amasia m'ha fatto intendere che verrá or
ora alla fenestra, che mandiate Cintio a far la spia e che non vi
tratteniate.
ERASTO. Cintio è giá venuto, ed io non mi partirei di qua se mi fusse
consignato l'imperio di tutto il mondo.
BALIA. Eccola che viene.
CINTIA. Erasto, vita mia, Dio vi dia ogni contento e felicitá!
ERASTO. Ogni contento e felicitá che posso aver in questa vita è la
tua presenza, anima mia!
CINTIA. M'avete comandato per Cintio, vostro fidelissimo amico, che
fusse venuta qui in finestra: ecco vi ubbedisco, perché la vostra
bellezza è fatta padrona del cor mio, ogni vostro desiderio è fatto
padron del mio.
ERASTO. E quando io potrò compensarle cotanta cortesia?
CINTIA. Io non ho fatto mai tanto per lei che il suo merito non ne
meritasse molto piú.
ERASTO. Ma qual merito non cede a tanta ricompensa? pregovi per ora
appagarvi della mia perpetua servitú.
CINTIA. Non può esser servo chi è maggior del padrone.
ERASTO. Signora mia, poiché questa è la prima volta che le parlo di
giorno e la prima che Vostra Signoria mi favorisce della sua vista, la
prego a far questo ufficio un poco piú spesso.
CINTIA. Il farò sempre che conoscerò che il vedermi vi apporti
piacere.
ERASTO. Come volete che non mi apporti piacere, se non per altro ho
caro questi occhi che per vedervi?
CINTIA. Gli occhi vostri non devrebbono mai veder altro che voi
stesso, perché non ponno mirar cosa piú bella di loro; e però devreste
sempre tener dinanzi un specchio.
ERASTO. Voi sète il mio specchio, ché mirando voi vedo tutto quel
bello che posso veder qui in terra; e se pur vedete in me cosa che vi
piaccia, vien dal reflesso della vostra bellezza. Ma lasciamo le
cerimonie. Vorrei, signora mia, che mi amaste piú di quello che fate.
CINTIA. V'ho donato il mio core e sta giá in vostra podestá: fatevi
amar quanto vi piace. Ma ditemi, signor mio, come posso amarvi piú di
quello che vi amo?
ERASTO. Se m'amaste quanto vi amo io, desiareste vedermi piú spesso di
quello che fate.
CINTIA. Se voi mi vedete di rado, io vi vedo ben spesso ad ogni ora
che voglio, e vi son sempre appresso come ve ne accorgerete alcun
giorno.
ERASTO. Ditemi di grazia, è vera tanta difficoltá, che vi pone Cintio,
quando io vo' venire a vedervi?
CINTIA. Quanto Cintio vi dice è tutto vero; e fate conto ch'io e
Cintio siamo una cosa medesima: che vi parli con la mia bocca, che vi
ami col mio core, ch'io sia la sua mente, ch'io sia lui tutto; e
quando non possiamo essere insieme, egli se ne afflige quant'io, e
quando vi ha sodisfatto, n'ha quel gusto che n'ho io.
ERASTO. Veramente l'ho stimato cosí sempre, ma ho voluto saperlo di
bocca vostra, padrona singulare. Attendo l'altra grazia che vi
chiese--e perdonatemi tanta importunitá per dar questa importunitá al
mio core:--che apriate il portello della gelosia che v'impedisce la
vista, ché non mi lascia godere un tanto bene.
CINTIA. Di grazia, signor mio, stendete la vista per la strada e per
le fenestre, ché non vi sia alcuno che stia spiando i fatti nostri.
ERASTO. Non appar anima viva.
BALIA. Amasia Amasia, presto presto! ché Cintio vi chiama ché vostro
padre vi cerca.
CINTIA. Cor mio, perdonatemi.--Eccomi eccomi!
ERASTO. O infelicissima mia disgrazia, mira a che ponto è stata
chiamata! or non poteva tardar un altro pochino ché l'avessi potuto
mirar a mio modo?