SCENA VII.

BALIA di Cintia, ERASTO, CINTIA.

BALIA. Erasto mio padrone, Amasia m'ha fatto intendere che verrá or

ora alla fenestra, che mandiate Cintio a far la spia e che non vi

tratteniate.

ERASTO. Cintio è giá venuto, ed io non mi partirei di qua se mi fusse

consignato l'imperio di tutto il mondo.

BALIA. Eccola che viene.

CINTIA. Erasto, vita mia, Dio vi dia ogni contento e felicitá!

ERASTO. Ogni contento e felicitá che posso aver in questa vita è la

tua presenza, anima mia!

CINTIA. M'avete comandato per Cintio, vostro fidelissimo amico, che

fusse venuta qui in finestra: ecco vi ubbedisco, perché la vostra

bellezza è fatta padrona del cor mio, ogni vostro desiderio è fatto

padron del mio.

ERASTO. E quando io potrò compensarle cotanta cortesia?

CINTIA. Io non ho fatto mai tanto per lei che il suo merito non ne

meritasse molto piú.

ERASTO. Ma qual merito non cede a tanta ricompensa? pregovi per ora

appagarvi della mia perpetua servitú.

CINTIA. Non può esser servo chi è maggior del padrone.

ERASTO. Signora mia, poiché questa è la prima volta che le parlo di

giorno e la prima che Vostra Signoria mi favorisce della sua vista, la

prego a far questo ufficio un poco piú spesso.

CINTIA. Il farò sempre che conoscerò che il vedermi vi apporti

piacere.

ERASTO. Come volete che non mi apporti piacere, se non per altro ho

caro questi occhi che per vedervi?

CINTIA. Gli occhi vostri non devrebbono mai veder altro che voi

stesso, perché non ponno mirar cosa piú bella di loro; e però devreste

sempre tener dinanzi un specchio.

ERASTO. Voi sète il mio specchio, ché mirando voi vedo tutto quel

bello che posso veder qui in terra; e se pur vedete in me cosa che vi

piaccia, vien dal reflesso della vostra bellezza. Ma lasciamo le

cerimonie. Vorrei, signora mia, che mi amaste piú di quello che fate.

CINTIA. V'ho donato il mio core e sta giá in vostra podestá: fatevi

amar quanto vi piace. Ma ditemi, signor mio, come posso amarvi piú di

quello che vi amo?

ERASTO. Se m'amaste quanto vi amo io, desiareste vedermi piú spesso di

quello che fate.

CINTIA. Se voi mi vedete di rado, io vi vedo ben spesso ad ogni ora

che voglio, e vi son sempre appresso come ve ne accorgerete alcun

giorno.

ERASTO. Ditemi di grazia, è vera tanta difficoltá, che vi pone Cintio,

quando io vo' venire a vedervi?

CINTIA. Quanto Cintio vi dice è tutto vero; e fate conto ch'io e

Cintio siamo una cosa medesima: che vi parli con la mia bocca, che vi

ami col mio core, ch'io sia la sua mente, ch'io sia lui tutto; e

quando non possiamo essere insieme, egli se ne afflige quant'io, e

quando vi ha sodisfatto, n'ha quel gusto che n'ho io.

ERASTO. Veramente l'ho stimato cosí sempre, ma ho voluto saperlo di

bocca vostra, padrona singulare. Attendo l'altra grazia che vi

chiese--e perdonatemi tanta importunitá per dar questa importunitá al

mio core:--che apriate il portello della gelosia che v'impedisce la

vista, ché non mi lascia godere un tanto bene.

CINTIA. Di grazia, signor mio, stendete la vista per la strada e per

le fenestre, ché non vi sia alcuno che stia spiando i fatti nostri.

ERASTO. Non appar anima viva.

BALIA. Amasia Amasia, presto presto! ché Cintio vi chiama ché vostro

padre vi cerca.

CINTIA. Cor mio, perdonatemi.--Eccomi eccomi!

ERASTO. O infelicissima mia disgrazia, mira a che ponto è stata

chiamata! or non poteva tardar un altro pochino ché l'avessi potuto

mirar a mio modo?

La Cintia · 第 28 / 83 题