CINTIA. (O quanto è misera e infelice la mia vita, posciach'io, io,
oimè!, io con le mie orecchie ho inteso da Erasto la crudel sentenza
della mia morte; ché, sperando ch'egli avesse compassione dell'amor
mio come imagine del suo, dimostrò il volto avampato del foco dell'ira
che l'ardeva nel petto, e negli occhi suoi come in un specchio si
vedevano scolpiti il veleno e il furore, e le parole che venivan fuori
eran piene della perfidia del suo mal animo. Onde io, percossa da
quelle parole come da un folgore, fui morta prima che morisse, siché
ancora ho l'orecchie piene dell'ingiurie dettemi. Or che farò quando
s'accorgerá che quello, che ho celato sotto l'altrui persona, sia
accaduto nella sua propria? Ahi, che la sentenza della mia morte nella
sua bocca mi parea dolce e suave! Oh contro me implacabil contumacia
di fortuna! se taccio fo male, se parlo fo peggio, se non parlo io
parlerá il ventre per me. Che speranza posso aver io di salute, se
l'infirmitá ch'io pato sono fra sé contrarie e discordanti, e quel che
giova all'uno nuoce all'altro? Ecco i giochi della mia infelicitá! oh
che sogetto di poco onorata favola darò di me per tutte le lingue:
uomo di giorno e femina di notte!).
ERASTO. Cintio mio, vi son gito cercando una gran pezza.
CINTIA. Eccomi per servirvi.
ERASTO. Ti ha lasciato il dolore?
CINTIA. I dolori mi son fatti tanto familiari che mai quasi non
m'abbandonano.
ERASTO. Cintio mio, perché conosco l'amor vostro verso di me, piglio
animo di avalermi del vostro favore: i' vorrei pregarvi di molti
favori che mi premono ben assai.
CINTIA. Ho caro me si porga occasione onde possiate accertarvi
dell'amor che vi porto.
ERASTO. Ditemi prima: che sai d'Amasia mia?
CINTIA. È sempre con voi la poverina, e piú ora che mai.
ERASTO. Da questo, di che intendo pregarvi, piglio argomento dell'amor
che mi portate: ché la notte che viene mi trovi con Amasia e, perché
senza voi non posso far nulla, mi avaglio della grazia solita.
CINTIA. Veramente senza me non potreste far nulla: farò di modo che la
mia balia gli ne faccia motto e che restiate sodisfatto in ogni modo.
ERASTO. Vorrei un'altra grazia: vederla in casa vostra di giorno o in
fenestra fuor della gelosia liberamente, perché, avendola amata tanto
tempo ed essendo mia sposa, non ho potuto saziarmi di vederla a mio
modo.
CINTIA. Mi chiedete cose troppo difficili, Erasto mio: io vorrei che
soffriste quanto potete, e godeste fratanto tutto quel piacere che vi
viene offerto dalla vostra felice avventura, ché poi quando sarete
vostri conoscerete le cagioni secrete di quel che or non sapete. Come
volete ch'una donzella, o stimata donzella insin ora, venghi di giorno
in casa mia ove non son altre donne ch'una mia balia vecchia e
scimonita, e per farsi veder per le fenestre? Ponetevi in suo luogo e
siate giudice di voi stesso.
ERASTO. Non è ella mia moglie? l'onore e la sua infamia è mia.
CINTIA. Vi ponete a pericolo che, scoprendosi un tantino, la perderete
per sempre.
ERASTO. Ella è in punto di partorire e bisogna che si scuopra: un poco
piú over un poco meno non importa.
CINTIA. Forse fra questo mezo porebbe balenar per voi qualche raggio
di speranza.
ERASTO. Né mi basta sol questo; ma quando trattarete con lei in questo
particulare, vorrei esservi io presente e ascoltarlo con le mie
orecchie.
CINTIA. A che proposito? dubitate forse non si faccia l'ufficio cosí
caldamente come desiate?
ERASTO. Sapete che gli amanti intorno i loro amori credono solo al
testimonio degli occhi loro. Fate, Cintio mio caro, ch'io non resti
cosí defraudato d'un mio cosí ardente desiderio, e se amate la mia
vita adopratevi per lei.
CINTIA. Non si lascierá opra per servigio vostro, e se non di tutto,
almeno in parte ne resterete sodisfatto. Tratterò con lei; ma bisogna
che restiate discosto e appiattato di modo ch'ella non se ne accorga,
ché, cosí ingannandola, voi ne resterete sodisfatto e a lei non darete
occasione di dolersi di voi.
ERASTO. Vi prego a mostrarmi con effetto quello ch'or dimostrate con
le parole. Ma non è Amasia quella ch'or si mostra in fenestra? ella è
per certo e par che mostri voglia di ragionarvi: vi sta mirando.
CINTIA. (O Dio, a che punto costei ha voluto comparir in fenestra!).
ERASTO. O felice incontro! Or conoscerò, Cintio mio caro, quanto
appresso di voi vagliano le mie preghiere.
CINTIA. Scostatevi ché non vi vegga, se non che sconciaremo il tutto.
ERASTO. Sto qui bene?
CINTIA. Un poco piú in lá; un altro poco: cosí state benissimo. (O
Dio, in che pericolo mi pongo! Questo voler ascoltar con l'orecchie
sue e voler chiarirsene con gli occhi suoi è un certo che di voler
tacciarmi di mancamento di fede, e io conosco al volger degli occhi
che ha non so che contro di me. Certo sará insuspettito del fatto mio;
onde, accioché la suspezione non alligni e vada crescendo nell'animo
suo, è bisogno estirpar le radici e purgarla con altra evidente
chiarezza).