SCENA I

ERASTO innamorato, CINTIA.

ERASTO. (Non ho lasciato luogo nella cittá, dove suol conversar

Cintio, che non abbia cerco, e non ho avuto ventura d'incontrarlo).

CINTIA. (Ho caminato gran pezza con desio di veder un poco Erasto,

perché son risoluta narrargli il mio caso sotto altri nomi e altre

persone, per iscoprir qual sia il suo animo verso il mio).

ERASTO. (Dove potrá esser gito costui?).

CINTIA. (Giá lo veggio. Vo' narrarglielo in ogni modo).

ERASTO. (Ma eccolo). Dove si va, Cintio mio caro?

CINTIA. Cercando di voi. E voi?

ERASTO. Col medesimo pensiero son uscito di casa ancor io, ché non è

ben di me quel giorno che non vi veggio; però vi andava cercando.

CINTIA. Cercavate uno che non si parte da voi mai.

ERASTO. M'amate al solito, eh?

CINTIA. Al solito, perché non si può piú, e salito al colmo non si può

piú crescere.

ERASTO. Non so come stiate di mala ciera, Cintio mio, e con un ventre

gonfio: patite forse d'oppilazione o d'idropisia?

CINTIA. Di cuor piú tosto; e i dolori son fatti meco sí familiari che

non si partono da me mai e mi tengono oppresso cosí di corpo come

d'animo. Ahi, ahi!

ERASTO. Voi sospirate: certo che sète innamorato, e gli occhi ve lo

manifestano.

CINTIA. Ragionamo d'altro, di grazia.

ERASTO. Se non ragionamo de' nostri amori, di che ragioneremo noi?

CINTIA. Dite il vero, ché a niuno appartengono quanto a noi.

ERASTO. Quante dolcezze e gioie ho conseguito in questa vita, tutte

l'ho conseguite per vostro mezo.

CINTIA. È vero che senza me non areste avuta niuna dolcezza, né di ciò

mi dovete aver obligo alcuno, perché di quella ne ho avuto altretanta

anch'io, anzi il doppio, ché ho avuto il mio e il piacer del vostro

piacere.

ERASTO. Orsú, narratemi i vostri amori, ché farò tutto il possibile

accioché abbiate il vostro intento.

CINTIA. Fusse pur cosí che lo diceste col core e non per complemento

con parole di cerimonie!

ERASTO. Mi sia cavato il core se non lo dico con tutto il core!

CINTIA. Volendo voi favorir i miei amori, son gionto a quel segno a

cui son volti tutti i miei pensieri.

ERASTO. lo non m'offerisco di nuovo, accioché non ponga in compromesso

quello che vi ho offerto da prima. Vorrei che mi comandaste, accioché

io cominciassi a sciôr uno di quegli oblighi che vi tengo, e ogni

affanno che patissi sarebbe ben impiegato per voi.

CINTIA. Non vi feci alcun serviggio mai che non l'avessi fatto con

animo di farvene degli altri: bastará solo che conosciate che io vi

ami.

ERASTO. Non moltiplichiamo in cerimonie; pregovi per quanto amor mi

portate, che mi scopriate i vostri amori.

CINTIA. Poiché mi giurate per cosa alla quale io non posso venir meno,

io vo' narrarvi i miei amori.

ERASTO. Orsú, dite.

CINTIA. Gli dirò. Ma fate conto che voi siate quella persona che tanto

amo e a cui sia accaduta questa mia amorosa istoria, accioché ne

possiate far quel giudicio che si conviene....

ERASTO. Volentieri.

CINTIA.... Io avea amicizia con una persona, l'eccellenza della cui

bellezza era tanta che non si potria esprimere a parole, ché come

avanzava tutte l'altre da me conosciute, cosí conversando con lei me

ne accesi sí fieramente che la fiamma era al maggior grado. Ma io fui

cosí destro che non la feci accorta dell'amor mio, dubitando che, non

essendo convenevol sogetto d'esser riamato da lei, avesse schivato o

sdegnato l'amor mio. M'accorgo che costei s'era invaghita d'un

gentiluomo, ma da quello non conosciuta o stimata poco; onde era cosí

impossibile io di lasciarla come quello fusse rivolto ad amarla. Io,

vedendo che col core ci perdeva il tempo e la vita insieme, feci

pensiero d'ingannarla. Mi domestico con la balia, la corroppi con

danari e l'indussi a tradirla d'un amoroso tradimento....

ERASTO. Questo è un principio d'ingiuria.

CINTIA.... Finse la balia esser amica del gentiluomo amato; e le

referí da sua parte che molto gradiva l'amor suo, ma per certi

rispetti, che sarebbon lunghi a raccontarsi, egli non voleva venir a

lei se non di notte, ché a pena si fidava di lui medesimo. La donna

rimase contenta, e si determinò la notte; ed io con le vesti simili a

quelle del gentiluomo, sotto il mentito abito fui introdotto in sua

camera, gli diedi la fede e godetti del suo amore....

ERASTO. Come costei fu cosí sciocca che non s'accorse che non giaceva

con quello che tanto amava?

CINTIA. Quella falsa imaginazion di dolcezza l'ingannò, avendo ripieno

l'animo dell'imagine della sua bellezza.

ERASTO. Ognuno si può ingannare, ma non un innamorato.

CINTIA. La buona sorte m'aiutò, in somma.

ERASTO. In ogni cosa io porei esser ingannato, ma non in questa.

CINTIA.... Cosí ella pigliando molte volte me in fallo, ma non io lei,

sotto sí piacevole inganno ho gustato le estreme dolcezze di amore.

Ahi, che non ingannava lei, ma ingannava me stesso, perché

abbracciando lei abbracciava la mia ruina, cercando refrigerio in mezo

le fiamme e riposo in mezo le pene! Ecco il meglio stato dove mi

trovo.

ERASTO. Cintio mio caro, per dirvelo alla libera, come conviene fra

tali amici come noi siamo, da che nacqui io non viddi piú brutto e piú

infame atto di questo, o non piú mai inteso tradimento al mondo,

indegno non solo da imaginarsi da un gentiluomo par vostro ma da un

barbaro e ben incolto; né so come in un bell'animo, come il vostro è,

abbia potuto capir cosí brutto pensiero. Avere ingannato una donna, il

cui sesso è esposto all'ingiurie di ognuno, poi innamorata! E che si

può dir peggio? Converrebbe che quella gentildonna perdesse la vita

per farla perdere a voi, avendo con voi perduto il suo onore; e che

colui, sotto il cui nome l'avete ingiuriata, togliesse per lei

l'impresa. Ed io vi giuro su la fé di gentiluomo che, se non fussi

vostro amico cosí stretto, torrei l'impresa di ambedue sovra di me,

tanto è l'atto infame e disonorato!

CINTIA. Oh che sentenza crudele, oh che giudice precipitoso! come

prorumpete in un cosí rigoroso decreto senza ascoltar le mie ragioni e

legittime difese!

ERASTO. E che ragioni e che difese?

CINTIA. E chi fu mai condannato senza ascoltar le sue ragioni? Amava e

ardeva senza speranza, occecato di amore non sapeva quello che mi

facesse.

ERASTO. Amor non fu mai cagion di atto discortese e infame.

CINTIA. Il mio non fu effetto di malvagio pensiero siccome appare alla

prima vista, ma per alleggiar la mia passione e non morirmi, sapendo

quanto è naturale cosa difendersi dalla morte. E che? voleva io

consumar la mia vita in piangere e suspirare?

ERASTO. Non si deve mai commettere inganno.

CINTIA. E se pur si dovesse commettere, solo per amor si dovrebbe.

ERASTO. Chi veramente ama non fa cosí.

CINTIA. Anzi, chi veramente ama fa cosí.

ERASTO. Chi ama procura l'amor della sua amata, non le procura biasmo

o disonore.

CINTIA. Era mia moglie, non l'ho machinato contra l'onore.

ERASTO. Il matrimonio non è valido, perché non è contratto con colui

col quale ella aveva l'animo; e se voi non foste cosí occecato dalla

passione, un tal fatto lo reprenderesti in un altro. Né so come non vi

morde la conscienza, che val piú di mille testimoni e accusatori.

CINTIA. Che ho fatto altro di male che rubbar le dolcezze altrui?

ERASTO. Ma che dolcezze eran le vostre di goder quel corpo di cui

l'animo non concorreva col piacere con voi? godevate un cadavero.

CINTIA. Vuol la ragione che chi è amato ami, se non vuol essere

ingannato.

ERASTO. Nello amore non bisogna assegnar ragioni, perché è libero.

CINTIA. Voi dunque perché ne assegnate tante contro di me? Avete il

torto a star cosí sul rigor del primo decreto: m'avete cosí inacerbite

le piaghe dell'anima che me ne sento morire.

ERASTO. Seguite. Par che non abbiate parola: che mutazione è questa?

voi mi parete mezo morto!

CINTIA. Sento un svenimento d'animo che mi pone in forse tra il vivere

e il morire.

ERASTO. O Dio, che cosa è questa? Cintio mio, rivenite!

CINTIA. Ho fretta di partirmi; adio.

ERASTO. Non vorrei che costui patisse alcun male, per quanto mi val

la vita, perché è il piú gentil, cortese e leal amico che mai

nascesse, e mi ama svisceratamente. Volea ragionargli un poco de'

fatti miei, ed è partito subito. Ma non so perché tardi tanto Dulone,

il mio servo, ché ho mandato in dono una collana ad Amasia. Ma lo

veggio venire.--Dulone, dimmi, son morto o vivo? perché mi porti la

morte o la vita nella tua lingua.

La Cintia · 第 19 / 83 题